L’Amante di Lady Chatterley – David Hebert Lawrence – Recensione

Risultati immagini per l'amante di lady chatterley copertinaE’ uno strano libro, questo di David Herbert Lawrence. E dico che è strano perché, L’Amante di Lady Chatterley, se lo si legge attentamente spiazza. Si notano diversi difetti e limiti, ma al tempo stesso si capisce tutta l’esplosività e l’importanza di un testo simile, pubblicato nel contesto culturale di fine anni ’20 del 20esimo secolo. E quindi arrivati alla fine non si sa bene cosa pensarne.

Vediamo un po’! Di questo libro mi è piaciuto, prima di tutto, il fatto che quello del sesso non sia l’unico argomento affrontato. Lawrence si dimostra molto critico non solo nei confronti del tabù della sessualità femminile, ma spende le proprie energie di scrittore per schierarsi apertamente contro l’industrializzazione e il potere del denaro, colpevoli di disumanizzare gli esseri umani e di deturpare la natura. E non gli si può dare tutti i torti, perché il capitalismo, effettivamente, dagli anni venti in poi ne ha prodotte di situazioni aberranti.

Dopodiché il fulcro dell’opera è sicuramente, se non la scoperta, l’esibizione della sessualità femminile.

Constance Reid, Lady Chatterley, è forse il primo personaggio della letteratura a voler apertamente godere e senza sensi di colpa. E’ una donna libera, ma non libertina… che conosce il valore dell’amore, ma anche l’importanza della propria fisicità… attiva finalmente… e non più come mero e passivo strumento del piacere maschile. Posso solo immaginare lo scandalo in un’Inghilterra uscita da soli due decenni dall’oppressione della morale vittoriana… quando persino le gambe dei tavolini dovevano essere coperte, perché ritenute oscene. Lawrence a questo tipo di morale risponde con l’esibizione dell’amplesso, del fallo, dell’orgasmo e della voglia femminile. E forse il bisogno di creare questo dibattito e questa consapevolezza sociale era importante, all’epoca, e su questo cosa dirgli se non chapeau?

All’inizio, nei primi capitoli, però, questo libro non lo avevo capito… mi sembrava più “gratuito” che “libero”… e alcuni personaggi parlavano di sesso senza minimamente prestare attenzione ai sentimenti… il che mi sembrava tutto un poco freddo e – sinceramente – noioso. Mi ha fatto piacere, invece, che Lady Chatterley e Mellors si siano amati e che la storia non si sia risolta in una questione di corna al “povero” marito paralitico. Il libro si è dimostrato più profondo.

Mi è anche piaciuto che la relazione tra il guardiacaccia e Connie sia servita a mettere in luce l’ipocrisia alto-borghese e nobiliare della sinistra “chic”, che prima parla dei diritti dei lavoratori e poi storce il naso quando ci si deve davvero “unire” alle persone che si dice di voler aiutare. Non mi sorprende che il romanzo sia stato censurato all’epoca… linguaggio a volte volgare, sesso, attacchi a vari strati della società. Si è fatto odiare e ha fatto bene… perché forse ha indicato una strada meno stretta per il libero pensiero artistico.

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Nell’immagine, lo scrittore, David Hebert Lawrence

D’altra parte, però… questi sono forse anche i limiti del libro. Lawrence non ha saputo sempre misurare la sua idea. A volte il linguaggio scurrile non mi è parso necessario, a volte mi è parso che criticasse decisamente troppe persone e troppe situazioni, mettendo su un piedistallo – morale ed erotico – questi novelli “Adamo” ed “Eva”. Questo col risultato di renderli troppo “perfettini” e non sempre simpatici e, da un lato, troppo professori e, dall’altro, troppo vittime.  Infine, altro limite di questo libro, pur piacevole da leggere, riguarda – in parte – lo stile… ogni luogo, situazione o persona è descritta con così tanti ossimori, che non si può far a meno di trovare questo schema descrittivo un po’ ripetitivo.

Ad ogni modo, non è forse il libro migliore che abbia mai letto, ma valeva sicuramente la pena di leggerlo… per la sua valenza storica e culturale e per il suo messaggio erotico-liberatorio.

– Giuseppe Circiello –

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Il Vicario di Wakefield – Oliver Goldsmith – Recensione

Risultati immagini per il vicario di wakefieldHo voluto leggere Il Vicario di Wakefield, di Oliver Goldsmith, dopo che Goethe, ne I Dolori del giovane Werther, lo aveva citato.

Questo libro, scritto nella seconda metà del ‘700, fu uno dei più letti a cavallo tra il XVIII e XIX secolo ed in realtà sono numerosi i romanzi in cui viene citato.

E molti sono anche gli scrittori che da esso hanno tratto ispirazione. Un’intero filone di romanzi di formazione, come ad esempio Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, oppure Jane Eyre di Charlotte Brontë, vede ne Il Vicario di Wakefield il proprio antesignano, poiché molti suoi temi saranno ripresi dagli scrittori successivi.

Così, con molta curiosità mi sono approcciato a questo testo, ben sapendo che dal mondo che descrive mi separano circa tre secoli. Volevo capire il motivo del suo prestigio presso i suoi contemporanei. Ed in effetti non è difficile. Doveva essere abbastanza suggestivo, nel 1766, leggere una storia ricca di colpi di scena, buoni sentimenti e di fede nella Provvidenza, che al tempo stesso denunciava anche i soprusi dei signorotti locali. I semi dei grandi romanzi che riempiranno il 1800 ci sono tutti.

Ma Il Vicario di Wakefield è esso stesso un grande romanzo?
Per quegli anni sì. Con gli occhi di oggi, invece, no. E’ sicuramente facile da leggere e questo è già di per sé un grande pregio, però il troppo stroppia, dice il proverbio, e in fatto di colpi di scena e di incontri improbabili credo si sia superato il limite della verosimiglianza.

Di certo c’è solo che, nel 1700-1800, come si vede con questo libro e con quelli che lo seguiranno, “sposarsi” doveva essere davvero una grande preoccupazione.
La cosa bella è che questo genere insiste sul fatto che il matrimonio non è una questione di interesse, ma di amore. La cosa preferibile è cercare di stare bene e felici, sempre. Ma forse divago qui e quindi mi fermo.

Non lo ritengo un grande romanzo – io e Goethe – che tale lo riteneva – non riusciamo proprio ad andare d’accordo – ma se siete curiosi e potete dedicargli un pomeriggio – leggetelo. Male non fa.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Vicario di Wakefield – LEGGI

Jane Eyre – Charlotte Brontë – Recensione

Risultati immagini per jane eyre libro copertinaJane Eyre, di Charlotte Brontë, è uno di quei classici in cui, se sei un amante della letteratura, già sai probabilmente cosa troverai, ancor prima di leggerlo, sì. Appartiene a quel ramo della letteratura affollato da ragazze di saldi principi, che devono affrontare ristrettezze di vario tipo e amori (che sembrano) impossibili e che poi, invece, dopo vicissitudini e dolori si realizzano e vissero tutti felici e contenti.

Ecco, questi elementi sono presenti, ma non rendono affatto banale Jane Eyre, anzi! La Brontë ha una forza e una maestria, nello scrivere, che infonde una linfa purissima alla sua storia e ai suoi personaggi.

Più si leggono le pagine del romanzo e più si capisce perché, tra le tre sorelle Brontë, sia stata Charlotte quella ad aver avuto più fortuna all’epoca. C’è metodo, passione e tradizione in lei.

Dotata, certo, era anche Emily ed anzi Cime Tempestose è un altro capolavoro; ma un capolavoro basato su altre qualità, che definirei più anticonformiste e di rottura per i suoi tempi. Mentre Ann, con Agnes Grey e la sua didascalica linearità è caduta giustamente nell’oblio, rispetto alle – viva la meritocrazia – più brave sorelle.

Ma, tornando a Jane Eyre, la penna di Charlotte rende il libro scorrevole, avvincente e puro, persino “alto” nei sentimenti dei personaggi. Ho letto alcuni passaggi ritrovandomi perfettamente nella regola morale di Jane, condividendone i patemi e le gioie e capendo perché ogni volta è andata dritta per la sua strada, anche se la cosa giusta da fare, secondo la propria coscienza, la faceva soffrire.

Ed insomma, leggere questo libro fa bene – a me – almeno – ha fatto bene. Ed è il grande dono che l’arte letteraria ci fa: tra le pagine si possono trovare similitudini e ci si può sentire meno unici… meno soli.

In determinati momenti, probabilmente, certe letture possono essere terapeutiche. E l’opera di Charlotte Brontë ha questa caratteristica, potenzialità o dono che dir si voglia.

– Giuseppe Circiello –

Gli Ultimi Uomini – Olaf Stapledon – Recensione

Risultati immagini per gli ultimi uomini olaf stapledonIl mio giudizio su Olaf Stapledon e il suo libro di fantascienza è scisso. Sì, perché una parte di me ha scoperto un autore fantasioso e leggeva con curiosità le vicissitudini delle ben 18 razze umane susseguitesi nell’ucronia e distopia di Stapledon, mentre l’altra parte di me si metteva, a volte, le mani nei capelli, a causa di cadute di stile grottesche e pregiudizi sparsi qua e là.

Il libro è stato scritto negli anni ’30 del 1900 e si sente tutta la tensione dovuta alla guerra mondiale appena conclusa e a quella ormai alle porte. Ed è proprio dai tempi della Società delle Nazioni che questo romanzo-non-romanzo prende l’avvio.

Questo lavoro di fantasia è scritto come un libro di storia, non ci sono che rari dialoghi e non ci sono particolari personaggi da ricordare. Si parla dell’evoluzione della razza umana da come la conosciamo a un qualcosa di completamente lontano da noi; sia dal punto di vista dell’organizzazione sociale, che dal punto di vista fisico. Gli uomini di Stapledon combatteranno prima tra di loro, poi contro l’invasione marziana, si sposteranno prima su Venere, poi su Nettuno, impareranno a volare, a viaggiare nel tempo, a comunicare col pensiero… tutto questo attraverso i meccanismi dell’evoluzione, evidentemente tanto cari all’autore. Attraverso miliardi di anni, l’umanità di Olaf Stapledon rischierà più volte l’estinzione e più volte rinascerà per tornare ad essere grandiosa, fino all’estinzione finale (benché il finale, tragico, è comunque aperto e una speranza di far fiorire il seme dell’umanità da qualche altra parte dell’universo, seppur minimale, permane).
Tutto bello, potrà dire qualcuno, fino a qui, vero? Sì questo è il lato positivo del libro, che agli amanti del genere comunque consiglio.

Per quanto riguarda i lati negativi, non posso tacere il fatto che negli anni in cui il romanzo(-non-romanzo) tratta eventi a noi vicini, i casus belli inventati dallo scrittore sono inverosimili e a volte ridicoli: stupri o omicidi (di per sé orribili crimini), le cui vittime sono dei signor nessuno, basterebbero per Stapledon a far sì che la Francia e il Regno Unito si dichiarino guerra totale, con l’annientamento completo di una delle due. Ora… ribadisco che si tratta di crimini orribili, ma da qui a far scoppiare guerre mondiali (nel nostro tempo) con scuse del genere… beh… si potevano inventare trame più machiavelliche, per far estinguere un popolo! Anche la resa, nella narrazione, di questi espedienti, fa venire voglia di chiudere il libro e non continuare più la lettura. Ma sarebbe un peccato. Perché la pazienza alla fine ha comunque pagato e più ci si allontana dalla realtà e più il libro migliora.

Altra cosa che non mi è piaciuta è il fatto che Stapledon utilizza più la parola razza, che gli articoli determinativi! Iperboli a parte, se un socialista, pacifista, come lui era così addentro la retorica della razza, non oso immaginare quelli che negli anni ’30 erano i cattivi, come dovevano esprimersi. Questa parola, ripetuta così spesso e anche senza che, molte volte, ce ne sia bisogno, mi ha innervosito.

E purtroppo le note dolenti non terminano qui. Ad un certo punto accade una cosa che mi è davvero dispiaciuta, perché nonostante la piacevolezza del libro, sa tanto di pochezza ed è sintomo di un enorme pregiudizio (e forse il povero Stapledon non aveva mai scavato davvero a fondo dentro se stesso). In pratica, dopo un evento catastrofico, della “razza” dei Patagoni si salvano solo una quindicina di persone. Tra queste vari cacciatori e vari scienziati. Per incompatibilità queste due categorie si separano e cosa accade? I discendenti dei cacciatori – giunti in un altra parte del mondo -regrediscono al rango animale, divengono subumani. Mentre i discendenti degli scienziati evolvono in creature perfette. Ma tu guarda un po’!

Dulcis in fundo, per quanto riguarda la sinfonia delle note dolenti, cito l’uso sfrenato dell’eugenetica che – in pratica – ogni specie umana mette in pratica e, ancora, l’idea diffusa che i vecchi e i malati si debbano lasciar morire, per non intralciare il cammino dei giovani e sani. Ora io so che Stapledon ha dichiarato che ha volutamente ideato un futuro dai toni cupi, sperando che nella realtà non si avveri mai… eppure durante la lettura ho avuto la costante sensazione che – sotto sotto – certi temi ricorrenti li condividesse. Perché alla fine, per esempio, il fatto che i discendenti di chi faceva lavori più umili sia degenerato nella subumanità è una precisa scelta dell’autore e non dei personaggi, né necessaria al racconto. E questo, come le altre cose che ho elencato, apre uno squarcio nella superficie di Stapledon che non desidero esplorare più approfonditamente.

Ecco, se non si è molto critici, si può godere di questa storia, nel vero senso della parola, in serenità, pagina dopo pagina. Se non si riesce a mettere a tacere il proprio senso critico, invece… beh… è difficile apprezzare completamente Gli Ultimi Uomini. Mi sorprende che un uomo che abbia studiato filosofia e psicologia non abbia saputo scrivere un’opera che si discostasse dai pregiudizi del suo tempo. Invece, Stapledon li usa e ci costruisce sopra il futuro dell’umanità. Forse l’humus culturale degli anni ’30 era così viziato dal nazionalismo e dal razzismo, che persino i più insospettabili ne avevano qualche germe addosso… non so. Non voglio credere che sia inevitabile. Ad ogni modo, il libro per questo motivo e anche come “storiella” risulta egualmente interessante, benché qualche moto di sconforto/rassegnazione ve lo farà venire.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Gli Ultimi Uomini – LEGGI