L’Uomo A Una Dimensione – Herbert Marcuse – Recensione

La società totalitaria e la razionalità tecnologica sono i principali temi, o bersagli, che Marcuse analizza ed attacca in questo saggio del 1964, che molta fortuna ebbe in ambito universitario nel ‘68.

Appartenente alla scuola filosofico-sociologica di Francoforte, il cui pensiero va sotto il nome di “Teoria Critica della Società“, Herbert Marcuse analizza il carattere repressivo e omologante delle società industrializzate, capitaliste e comuniste, di quegli anni e come queste si mantengono in piedi sulle instabili fondamenta della contraddizione. Dato che, promettendo pacificazione e benessere, si reggono sulla pianificazione dello sterminio reciproco e della stratificazione sociale.


In questa prospettiva, anche le società democratiche sono intese come totalitarie, poichè i meccanismi politici ed economici non permettono al cittadino, quanto al filosofo, di proporre alternative che vadano contro il sistema stabilito.


D’altra parte non è comunque semplice avere anche i soli strumenti per potersi accorgere di questo carattere totalitario, perchè il sistema tende a favorire lo sviluppo di una falsa coscienza, accompagnata ad un pensiero positivo scientifico del “si”, che osteggia, invece, il solo genere riflessivo che possa in qualche modo aiutare l’uomo a proporre realtà valide – ovvero quelle realtà nelle quali la tecnologia venga utilizzata non in modo oppressivo e manipolatorio, ma in modo tale da liberare l’uomo dalle catene del lavoro necessario a soddisfare i bisogni primari. Questo pensiero, è il pensiero negativo…il pensiero del vero filosofo, colui capace di trascendere la realtà e di non accettarla per come è (data), colui che attraverso i concetti universali può arrivare a dire che v’è la Democrazia, ma che allo stesso tempo la Democrazia presente è solo una vago fantasma di quello che potrebbe essere.


Libro molto interessante, con capitoli molto curiosi. Ad esempio, Marcuse tenta di spiegare al lettore come la Società industriale ha cambiato le mentalità, ricorrendo anche all’analisi dei romanzi, del linguaggio comune e di quello filosofico.

Chi è l’Uomo ad una dimensione? L’uomo prigioniero di una sola possibilità di vita e d’espressione, di un solo sistema sociale, di una falsa coscienza creduta reale. Se un tempo v’era una classe che poteva esprimere il disagio e la “negatività” rispetto al sistema, la classe operaia e proletaria, oggi, pessimisticamente, anche questa è incapace di opporsi e reclamare, poichè essa è mentalmente assorbita dalle meccaniche mentali della società dei “padroni”.

Per Marcuse l’unica speranza di un riscatto che porti ad un nuovo tipo di pianificazione sociale e tecnologica, viene dalla classe sottoproletaria e da coloro che sono estranei, esterni, al sistema…poichè sono questi che hanno ancora molto da chiedere ad esso, essendo loro la prova che sia il Capitalismo che il Socialismo, così come sono oggi, hanno fallito.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da L’Uomo A Una Dimensione – 1: LEGGI
Citazione da L’Uomo A Una Dimensione – 2: LEGGI

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Ubik – Philip Dick – Recensione

Risultati immagini per ubik philip dick pink coverEra da tempo che non sentivo la necessità di leggere qualcosa di Dick. I precedenti romanzi che avevo letto, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e “La svastica sul Sole“, mi erano piaciuti, ma poi, per anni, non ho sentito la necessità di ampliare la mia conoscenza di questo autore. Forse perché, a volte, più si legge un autore, più si entra nei suoi “meccanismi” e meno si viene sorpresi. Per cui necessito di far passare un po’ di tempo (anche se poi non per tutti è così, solo per coloro che temo potrebbero annoiarmi se li leggessi “troppo spesso”).

Detto questo, ormai la copertina rosa shocking di Ubik mi sussurrava “leggimi, leggimi, leggimi!” già da qualche mese. E finalmente ho ceduto ed è arrivato il suo momento. Il risultato è che ne sono stato completamente rapito e l’ho letteralmente bevuto: come acqua ristoratrice nel deserto. Perché Dick è un grande scrittore. Uno di quei personaggi della letteratura che davvero possono essere chiamati “visionari”. Le sue intuizioni, le sue suggestioni e le sue trame sono all’avanguardia, ma anche verosimili.

Le sue ucronie, le sue distopie, con pennellate di fantascienza non sono fini a loro stesse. Costituiscono, in realtà, la cornice per affrontare temi universali, quali ad esempio, nel presente caso, il tema della morte e della realtà. E da bravo scrittore lo fa costruendo, su queste fondamenta, un palazzo fatto di situazioni, personaggi e colpi di scena realizzati magistralmente. Lo consiglio davvero!

– Giuseppe Circiello –

Il Piccolo Popolo – H. Beam Piper – Recensione / Riflessione

Risultati immagini per il piccolo popolo piperIl Piccolo Popolo, libro per ragazzi di H. Beam Piper, è stato il primo libro che mi è stato regalato. Era il lontano 1994 ed avevo 10 anni. Me lo regalarono mio cugino e la sua attuale moglie. E sono passati quasi 20 anni – forse più – prima che lo leggessi. Sapete, in realtà, all’epoca leggere non mi piaceva. Soprattutto perché non riuscivo a stare fermo per 5 minuti… ero abbastanza vispo (a casa). Solo a 12 anni iniziai il mio percorso nella lettura… ed il primo romanzo che mi “catturò” fu Piccoli Detectives, di Jo Hatcher.

Eh! Come cambiano le cose! E’ quello che penso quando vedo questo libro. Ad esempio, quando fu pubblicato, costava 650 lire… nulla praticamente, rispetto ad oggi. E quanta storia in questi lustri, durante i quali queste pagine hanno atteso. Ma sapete che vi dico? A volte, meglio attendere. Forse a degli adulti i libri per ragazzi possono regale qualcosa in più… come vecchi ricordi e la riscoperta di parti di sé.


Ad ogni modo, un paio d’anni fa l’ho letto. Ed è davvero una storia ben scritta. Anche abbastanza utile per farci capire che dobbiamo riservare attenzione agli altri, per quanto diversi possano essere, e riconoscere loro i nostri stessi diritti. Come cercano di fare i protagonisti di questo libro, con le creaturine che scoprono abitare sul pianeta Zarathustra (e sono portato a credere che la scelta del nome non sia casuale, dato che il principio avestico del buon agire non è poi assente da questo libro). Molto attuale.

– Giuseppe Circiello –

Il Contrario dell’Amore – L’Aura – Recensione – Musica

Risultati immagini per il contrario dell'amore l'auraOggi vorrei parlare di musica. Ed in particolare di un progetto discografico che mi sta a cuore, poiché l’ho aspettato a lungo e l’ho ascoltato a lungo. Si tratta del nuovo album di L’Aura, Il Contrario dell’Amore, pubblicato il 22 settembre, per Time Records.

Questo è il terzo album della cantautrice bresciana; seguito del fortunato Okumuki, che la lanciò, e del buon Demian, suo secondo lavoro discografico, che uscì nel 2007. Da allora L’Aura, al secolo Laura Abela, un vero e proprio cd di inediti non l’ha più pubblicato. Ci fu solo un ep, Sei come me, che raccolse pochi risultati commerciali e feroci critiche, anche dai fan della cantante, i quali ne riscontrarono un calo di qualità e stile drammatico. Ed infatti, anche secondo chi scrive (me), la musica sognante e i testi curati degli esordi erano assenti e il calo di ispirazione evidente.

L’attesa era dunque molta. Perché con i primi due lavori L’Aura aveva dimostrato di essere una cantautrice e una musicista di tutto rispetto, dotata di potenza vocale, ma anche di gusti raffinati e riferimenti, anche letterari oltre che musicali, degni di nota (ad esempio, la titletrack del secondo album, Demian, è ispirata all’omonimo libro di Herman Hesse). Ci voleva una rivincita (e rinascita) artistica!

E direi che tanto aspettare ha ripagato. La cantautrice bresciana con Il Contrario dell’Amore dimostra prima di tutto che bisogna avere urgenza di comunicare, per produrre arte. Bisogna darsi tempo. Tempo di fare esperienze profonde, e soprattutto tempo di maturare, tempo per elaborarle ed assimilarle, per poi restituirle in forma di buona musica. E qual è la buona musica? Quella che ci racconta qualcosa, che ci fa sentire compresi e che ci aiuta a riflettere, con leggerezza, a volte, e con intensità, altre.

E così, con questi presupposti, l’album ci accompagna attraverso 13 canzoni dal sound ispirato dalla musica anni ’60, ’70 e ’90. Questi brani, nell’immaginario di L’Aura, raccontano la storia di tre suoi alter-ego, Lucy, Lisa e MaryJane, che mostrano il lato più oscuro dell’amore: quello della dipendenza, della fragilità e del tradimento, della nostalgia e malinconia. Perché è vero che quel sentimento che tutti adoriamo come un dio non è fatto di sola luce. Bisogna accettare che questo comporta anche i rischi che si celano nel suo lato più oscuro. Il che, se si riesce a superare le crisi, non è un male, poiché, come viene giustamente cantato nella ballad Cose Cosìpuò decidere molto anche il fallimento“: ovvero possiamo sempre imparare da noi stessi (e dagli altri).

Tra le canzoni più belle, oltre al singolo di lancio I’m An Alcoholic, che affronta il tema della dipendenza, segnalo la già citata Cose Così e, poi, Il Pane e Il Vino (che contiene un ritornello che passerà agli annali – “io preferivo il vino e tu scoparti altra gente” – ), Unfair, in cui L’Aura, tra le altre cose, ci dice quanto l’essere madre ha fatto aumentare la sua sicurezza e la propria consapevolezza di essere degna di vero amore ( “the mother I am has woken up my pride, my right to be loved), e l’intensa L’Amore resta c’è una Fine. Ma il livello è buono in ogni traccia.

In quest’album non ci sono filler, si sente che è stato curato da una donna e da un team consapevoli dei propri mezzi espressivi e che amano la propria vocazione. E a proposito di team, una menzione va a Simone Bertolotti, marito di L’Aura e suo produttore. I due hanno saputo dare una bellissima veste sonora alle canzoni. Si sentono tanti strumenti ed è una gioia per le orecchie in questo periodo in cui la ricerca musicale pop si è un po’ appiattita.

Il Contrario dell’Amore merita di avere una chance e sono felice che i primi due singoli abbiano avuto fortuna in radio (il secondo singolo è La Meccanica del Cuore, ispirato all’omonimo romanzo di Mathias Mathieu). Il terzo, verso la metà di novembre, pare sarà Unfair.

Io vi consiglio di dare una chance a L’Aura, questo lavoro non vi deluderà.

– Giuseppe Circiello –

 

Anna Karenina – Lev N. Tolstoj – Recensione

Immagine correlataAnna Karenina è un libro che ho letto più di un anno fa. E non ho mai elaborato una vera recensione. In altri luoghi mi sono limitato a dire che Tolstoj merita la sua fama è che è un meraviglioso scrittore, con una mente sublime, perfettamente inserito nella tradizione del romanzo russo. E nelle stesse occasioni in cui mi sono espresso così, ho anche voluto palesare l’ovvio: la forma romanzo sarà pure nata altrove, ma è in Russia che ha raggiunto il suo apice… è in Russia che matura e si completa, grazie ad una serie di scrittori d’eccezione e ad un contesto storico ricco di contraddizioni e sfide.

Ecco, di più non ho mai approfondito. E ultimamente ho capito il perché. E’ stata come una rivelazione improvvisa. Anna Karenina mi fa paura. E non so se riesco a spiegarne la ragione. In lei vedo tutta la nostra vulnerabilità di essere umani. In lei vedo come ogni nostra costruzione possa essere abbattuta da incontri e accadimenti che non dipendono dalla nostra volontà. In lei vedo che la nostra volontà è inerme di fronte al nostro cuore, di fronte alle nostre speranze ed aspettative. In lei vedo tutta la nostra voglia di essere amati e tutte le nostre paure. In lei vedo tutto il dolore dell’incomunicabilità del proprio dolore, tutti gli altri patimenti dell’essere umano. Vedo il dolore dei tradimenti veri e presunti. In lei vedo l’universale, vedo il bene e il male. In lei vedo l’essere umano che soffre e la sua stolida ed inevitabile lotta, per un briciolo di felicità. In lei vedo tutto questo. In lei vedo. In lei vedo me. E non si può guardare dentro se stessi senza avere – anche – un po’ di timore.

E non posso dire di più. Leggete Anna Karenina. Datele un po’ d’amore, fatela sentire al sicuro. A Tolstoj i complimenti si possono fare, senza essere banali? Forse meglio ringraziare. Grazie!

– Giuseppe Circiello –

Il Flauto di Vertebre – Vladimir V. Majakovskij – Recensione e Citazione da una poesia

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Poesie fatte di ossa, di sangue, di sputi e di stelle come potrei non ritenerle belle? Questo libricino raccoglie le prime poesie di Majakovskij, quelle scritte tra il 1912 e il 1916. Si rimane colpiti dall’immaginazione fervida e dall’evidente tumulto interiore del poeta. Negli artisti russi ho sempre percepito quel qualcosa in più, che non so definire…

 

 

…Serrerò la bocca.
Non udranno un grido
dalle labbra morse.
Lègami alle comete, come alla coda dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e impiccami subito come un criminale.
Fa’ quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!

– da Il Flauto di Vertebre, Vladimir V. Majakovskij –

I Versi Satanici – Salman Rushdie – Recensione

Immagine correlataA volte mi capita di comprare un libro, perché la copertina e il titolo attirano la mia attenzione, e di abbandonarlo dopo averne letto poche pagine, poiché non entro subito in sintonia con l’autore. E così, le aspettative deluse fanno in modo che io lo trascuri per anni e anni, ripromettendomi di leggerlo appena avrò tempo. Quel tempo poi viene, ci si sente pronti a regolare quel conto in sospeso e, benchè convinti di stare per leggere un mattone insopportabile, si viene travolti da pagine di pura bellezza e profondità. Perché sì, a volte i romanzi si rivelano difficili da leggere, ma se si persevera, sotto le montagne di pagine, di metafore e periodi ipotattici, si scoprono gemme. La fatica è – a volte – condizione necessaria per raggiungere il piacere.

Con I Versi Satanici di Salman Rushdie è capitato esattamente questo. Ricordo di averlo comprato durante i miei primi anni di università e di aver provato a leggerlo due, forse tre, volte. Interruppi sempre la lettura dopo poche pagine, perché lo trovavo difficile, scritto in modo complesso e poco chiaro. Eppure, la quarta di copertina mi prometteva un’esperienza di lettura avvincente: si trattava pur sempre di una seducente lotta tra il bene e il male, che per qualche motivo costò all’autore una fatwa dell’ayatollah Khomeini, che lo condannò a morte, costringendolo a vivere sotto protezione! Insomma, l’arrosto doveva esserci! La fama del libro non poteva essere solo fumo. Della gente è stata assassinata per questo libro (il traduttore dell’edizione giapponese)!

Ecco, nonostante tutto questo, all’epoca non riuscii proprio ad andare avanti…: ritenni lo stile troppo pensante! Ma la verità è che a volte ci approcciamo a libri che sono ancora troppo grandi per noi. E conviene aspettare il momento giusto, per apprezzare dovutamente le cose. Un momento chiaramente arrivato, poiché ora il libro l’ho letto – perseverando – e l’ho amato.

Sono molti i temi che Rushdie affronta tra le pagine del suo romanzo. Qui enumero la religione, l’appartenenza, l’immigrazione e l’integrazione, la ricerca d’amore, l’accettazione di se stessi, il perdono, il rapporto tra padri e figli, la tradizione e la modernità, il Sogno e la Realtà, il Bene e il Male. Sono i temi universali dei grandi classici, quelli che riflettono sulla condizione dell’essere umano e sul suo posto nel mondo. E lo scrittore non ha paura di affrontare e mostrare i dubbi dell’umanità con ironia e intelligenza, con coraggio e – addirittura – arditezza: ad esempio quando, nei capitoli pari, intreccia la storia di Maometto e della nascita dell’Islam alla storia dei protagonisti del libro, Gibreel Farishta e Saladin Chamcha, due attori indiani, precipitati  dal cielo, dopo un incidente aereo, giù nei mari della Gran Bretagna e poi tramutati in esseri sovrannaturali.

Il meccanismo che fa da punto di intersezione tra la trama principale e quella “meccana” è il sogno. Lì Gibreel è il Gabriele della Rivelazione. E tale espediente fornisce all’autore la possibilità di mettere in dubbio l’autenticità della stessa. Infatti, il Maometto dei sogni ha le caratteristiche, molto ancorate alla realtà, di chi semplicemente inventa le sure a proprio uso e consumo, per acquisire potere. E’ interessante come Rushdie utilizzi proprio la dimensione onirica, per svestire il racconto (storico e) coranico di tutti i suoi elementi più mitici, leggendari e dogmatici.

Eppure, I Versi Satanici, nella sua componente religiosa, non è un attacco mirato esclusivamente all’Islam. Il discorso dell’autore può essere universalizzato, come mostra la tragica storia della giovane “profetessa” Ayesha e dei suoi proseliti, che qui non racconto per non svelare troppo. Ma il significato è, secondo me, che il mondo razionale, come sistema, non può credere ai miracoli, alle religioni, a quel tipo di Dio che ci siamo raccontati. E comunque solo il singolo, nella sua individualità, può scegliere di credere.

Questo per quanto riguarda il tema religioso, rappresentato da Gibreel (che non a caso nel libro è un attore di film teologici, specializzato nell’interpretare tutte le divinità).

Gli altri temi mi sembrano invece più legati alla figura di Saladin Chamcha, il più “terreno” dei personaggi. Ed è forse per questo che è lui ad esser tramutato in una creatura demoniaca. Una specie di diavolo/satiro con peli e corna. Anche per Chamcha torna il tema del sogno. Ma in modo differente. Se con Gibreel questo è un espediente per mettere in campo scottanti opinioni religiose, con Saladin la parola “sogno” diviene più materiale, acquisendo il significato di “aspirazione”. Il suo personaggio rappresenta il nostro continuo lottare contro noi stessi e contro il mondo, per il raggiungimento di quella pace che pare non esistere. Ma anche laddove sembra esserci solo odio – nonostante tutto l’amore cercato e dato – può trovarsi la serenità. La via che traccia il libro è chiara. Bisogna affrontare e accettare se stessi. Solo non rinnegando le proprie radici potremo trovare la tranquillità interiore necessaria a costruire qualcosa che non ci cada addosso. Rinnegando per anni il proprio padre e il proprio passato indiano, Saladin emigra in Gran Bretagna, a Londra, deciso a diventare un vero inglese. Ma tutto quello che farà, finché rimarrà in questa disposizione d’animo, gli si ritorcerà contro. Perché non ci si può aspettare di andare contro la propria natura, senza che questa tenti di ristabilirsi.

Gibreel e Saladin, l’angelo e il demone, durante le loro vicende mostrano al lettore quanto le categorie di bene e male siano volatili e vicendevolmente contaminanti. I Versi Satanici è un libro denso e foriero di riflessioni sia filosofico-teologiche, che sociali. A questo proposito, bellissime le pagine in cui Chamcha, ricoverato in forma demoniaco-caprina all’ospedale si ritrova insieme ad altri esseri mutanti, che si riveleranno essere semplicemente altri immigrati. Queste chimere, sicuramente non vittime di quel Dio che ha voluto “giocare” coi protagonisti, sono una rappresentazione efficace del fatto che la società è ancora ben lontana dal vedere come propri degli individui provenienti da un lontano altrove. Davvero una stupenda intuizione di Rushdie, quella di mostrare così questa triste realtà.

Un’opera importante che non può essere facilmente riassunta e che va semplicemente letta. Probabilmente non si troveranno risposte risolutive e definite, così come non lo sono il carattere e la morale dei personaggi e così come non lo è la vita. E questa è forse la più grande vittoria per uno scrittore: regalare, a chi lo legge, tante domande… proprio come fa la vita.

– Giuseppe Circiello –

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