Il Diavolo al Pontelungo – Riccardo Bacchelli – Recensione

Il romanzo storico di Bacchelli, Il Diavolo al Pontelungo, tratta degli ultimi anni di attività rivoluzionaria di Michele Bakunin; in Svizzera e poi in Italia (a Bologna).

Prima di parlare dei contenuti, va detto che il grande merito dell’autore è il saper scrivere divinamente. Leggere le pagine di questo romanzo è facile e piacevole. Ovviamente, l’italiano utilizzato è quello di inizio secolo (il libro fu pubblicato nel 1927), ma questo, lungi dal risultare pesante, si è rivelato forse il maggior pregio del libro, perché rende tutto meno omologato e più stimolante, forse persino “nuovo”.

Detto questo, passiamo ai contenuti e al valore dell’opera. E qui devo ammettere che, durante la lettura, il mio giudizio è spesso mutato e sono stato a lungo indeciso riguardo all’effettivo valore del libro.

Bacchelli è palesemente schierato contro le persone e le idee di cui racconta. Bakunin e gli anarchici vengono presentati come una marmaglia di sognatori goffi, disorganizzati, illusi e pazzi… e forse anche incoerenti. Ora, io non sono anarchico, però mi sono chiesto se fosse “morale“, per uno scrittore di romanzi storici, costruire il proprio libro introducendo il lettore a personaggi ed idee che non si ha intenzione di rispettare, giacché tutto e tutti – a mio avviso – vengono presentati come elementi di una commedia e/o resi macchiette.

Poi, però, ho dovuto ammettere, come lettore, che le mie aspettative dovevo lasciarle da parte e che non posso certo suggerire io a uno scrittore come trattare un argomento o di cosa scrivere! Intendo dire che esisteranno sicuramente altri romanzi e libri su Bakunin, che tratteranno i medesimi argomenti diversamente e in modo più politically correct.

Fatto questo passo indietro, mettendomi nei panni di Bacchelli e cercando di capire il

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Riccardo Bacchelli (1891 – 1986)

suo punto di vista, ho iniziato a rivalutare ampiamente il libro. E mi sono reso conto che ci sono cose importanti su cui Bacchelli ha ragione. Il fervore rivoluzionario, la cieca fedeltà all’idea e anche l’idea in sé, in questo caso, sono da temere o da prendere poco seriamenteLaddove i valori della vita e della libertà vengono messi in secondo piano, perché con la Rivoluzione (e dunque con la violenza e la morte) si vuole imporre uno stato d’anarchia, che a conti fatti viene negato nel momento stesso in cui viene imposto, si cade vittima di una enorme contraddizione. E allora il tono canzonatorio che permea questo romanzo non è per nulla fuori luogo. E questi signori, i personaggi, benché abbiano rischiato la vita per il loro ideale –  perdendola in alcuni casi – sono pericolosi, in quanto slegati dalla realtà. Non si rendono conto che le loro azioni negano il loro pensiero. E così, essere slegato dalla realtà, ti rende anche materiale (tragicamente) buffo per il facile sarcasmo di uno scrittore.

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Michail Bakunin, anarchico, filosofo e rivoluzionario russo (1814 – 1876)

Per cui direi che sì, il romanzo di Bacchelli è un’interessante riflessione. E non tanto (o non solo) da un punto di vista storico, ma da un punto di vista morale. Importante anche rispetto al sorgere dei nuovi estremismi che, ciechi come quelli di ieri ed impermeabili alla ragione e alla compassione, tentano di farsi strada nella società odierna.

 

– Giuseppe Circiello –

Ps: Ringrazio il prof. Vittoria, che lo consigliò a noi studenti, durante una lezione di Scienza Politica, al secondo anno di università. W i professori che consigliano libri! ^_^

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Il Matrimonio – Thorstein Veblen – Recensione

Risultati immagini per il matrimonio thorstein veblenThorstein Veblen è un sociologo statunitense (d’origine norvegese), appartenente alla corrente dell’istituzionalismo economico: una teoria che considera l’economia come il prodotto dell’interazione tra le varie istituzioni sociali. Noto principalmente per il suo libro “La Teoria della Classe Agiata“, in cui analizza la correlazione tra status economico e prestigio sociale, è stato autore di diversi saggi e articoli.

E questo libro – Il Matrimonio. La vera origine della proprietà – è tratto proprio da un articolo, scritto per l’American Journal of Sociology, tra il 1898 e il 1899.

Per Veblen non è stata la capacità di produrre e possedere beni a far nascere nell’uomo l’idea (cosciente) di proprietà privata – accettata, invece, come dogma nella teoria economica. Bensì è stato il possesso di qualcuno – e non qualcosa – che, biologicamente, è completamente altro da sé; il possesso di un altro essere umano, attraverso una primitiva dimensione schiavistica di ciò che sarebbe diventato il matrimonio a fondamento della famiglia patriarcale.

La genesi di tutto questo è da riscontrarsi nell’abitudine delle prime tribù guerriere di rapire le donne appartenenti alle comunità tribali aggredite, costringendole poi a fare da mogli e/o a lavorare per i loro padroni/mariti. La donna diveniva così una proprietà, simbolo della forza e del prestigio sociale – nonché della forza economica – di chi l’aveva presa con coercizione.

A questo modello Veblen oppone quello della società matrilineare, in cui la donna era corresponsabile dei destini familiari e liberamente “sposata”. Tale paradigma, ben più antico di quello patriarcale, andò estinguendosi (ma mai totalmente), in un mondo che diveniva sempre più bellicoso e predatorio. Insomma, le tribù e la famiglia si dovettero adattare al contesto e la soluzione del matrimonio-proprietà fu evoluzionisticamente/storicamente la scelta più adatta.

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Una fotografia di Thorstein Veblen

Ma questo meccanismo porta con sé anche il seme della sua distruzione. Con la rivoluzione industriale e l’aumento del benessere e della libertà umana, dell’istruzione, si è verificato un cambio sostanziale delle condizioni di vita dell’essere umano. Il binomio matrimonio-proprietà ha lasciato il posto al binomio produzione-proprietà, condannando la vecchia famiglia patriarcale a sparire, non lasciandogli nemmeno le basi psicologiche per una sua giustificazione.
(E non mi mancherà).

Detto ciò, questo scritto pubblicato da Castelvecchi è ricco di spunti ed, ma certo incontra anche tutti i limiti di quella che, in fin dei conti, è una riflessione scritta su di un giornale: la brevità e il non poter scrivere approfonditamente. Credo anche che si riveli il grande (forse troppo fiducioso) ottimismo di Veblen. Se è vero che la società industriale ha dato alla donna la possibilità di emanciparsi (e do atto al signor Thorstein di aver capito a fine 1800 che la famiglia era, è e sarà un concetto in evoluzione), è anche vero che siamo ancora ben lungi dall’aver ottenuto reale parità di opportunità per i sessi.
Ad ogni modo, la chiarezza e un diverso approccio a uno dei fondamentali dell’economia (la proprietà) ci sono. Dedicargli un’oretta non può far male.

– Giuseppe Circiello –

La Rabbia e l’Orgoglio – Oriana Fallaci – Recensione

Risultati immagini per oriana fallaci la rabbia e l'orgoglioAvrei desiderato parlare con Oriana Fallaci di questo libro tanto controverso, La Rabbia e l’Orgoglio. E non solo, in realtà. Di tante cose mi sarebbe piaciuto discutere con lei, perché l’ho amata molto: fu una scrittrice eccezionale e una giornalista audace, dotata di grande capacità di pensiero.

Eppure – ahimè – anche con i propri “miti” non si può essere d’accordo su tutto. E in parte questo libro lo dimostra. “Qual è il punto, Oriana“, le avrei detto, “dove pensi che dovremmo arrivare nei nostri rapporti con l’Islam e ciò che è diverso da noi… al diniego totale e alla generalizzazione totale? Possiamo proteggere i nostri valori, negandoci di esercitarli noi stessi verso gli altri?

Queste le domande che le avrei voluto porre. Ed io stesso non conosco le risposte definitive. Ma la sola rabbia e il solo orgoglio non ci aiuteranno in questa congiuntura. Questo lo so. E penso che lo sapesse – lo avrebbe dovuto – anche Oriana Fallaci… almeno quella che scritto libri come Insciallah, Se il Sole Muore, Un Uomo e Niente e Così Sia.

Allora il punto vero qual è? Dire che l’Islam non ci piace? Potrei essere – in parte -d’accordo. Perché spesso in suo nome ho visto uomini e donne mettere in secondo piano la propria capacità di ragionare, umiliando la propria umanità – a volte anche andando a ledere gli altri… e perché Maometto, giudicato con parametri odierni, è un essere umano dalle molte criticità etiche. Ma sono anche consapevole che tale approccio alla fede non è totale tra i musulmani e che gli episodi di inciviltà che Oriana denuncia nel libro sono dovuti più all’ignoranza, e alla estrema povertà, che alla religione in sé. E soprattutto non deve sfuggire – poi – che il massimo profeta islamico non vive negli 2000 del nostro secolo, ma è figlio di un suo tempo preciso – di un difficile contesto.

Il fatto è – Oriana – che chi sa, o crede di sapere – ha una responsabilità: lottare non per allontanare chi non ci piace, bensì per fargli capire determinate cose che sono importanti. Certo, anche io credo che lo Stato debba essere presente e severo e vigile, con chiunque voglia infrangere la legge e la pacifica e rispettosa convivenza: ma senza distinzioni. Le regole valgono per italiani e immigrati.

Fatte queste debite considerazioni, va affrontato un dato reale. Religioni e migrazioni non si possono fermare. Non è stata, non è e non sarà una decisione presa da una classe politica di un qualunque paese a poter fermare i flussi migratori. Sono processi storici indipendenti dalla volontà politica. Forse sono equiparabili addirittura ai fenomeni naturali, come gli uragani, le eruzioni o gli tsunami. L’uomo non può nulla e il compito della politica non è impedire l’inevitabile, ma governarlo! Ed è questa capacità di governare e di istruire che forse si è persa; e i risultati – spesso – si vedono.

Allora cosa? La Rabbia, l’Orgoglio? Certo bisogna indignarsi contro tutto ciò che non rispetti la vita e la razionalità umana. E una rampogna va certo fatta a chi in Europa si autoaccusa solamente, dimenticando che, oltre ai danni fatti in giro per il mondo, abbiamo portato anche molte cose buone.
Ma la rabbia e l’orgoglio devono agire positivamente, intelligentemente e propositivamente. Per difendere i valori di cui ci vantiamo, non possiamo agire come se li negassimo.

Capisco che, per quanto riguarda i fondamentalisti, che come progetto politico hanno la “tua” eliminazione, non puoi discutere e allora io il tuo rigurgito di rabbia – Oriana – di donna emancipata, lo comprendo. Ma questo argomento doveva essere affrontato con più profondità e meno generalizzazioni.

Ad ogni modo, non boccio questa trattazione. In primo luogo perché apre un dibattito necessario a noi europei e, in secondo luogo, perché credo che, solo con una critica severa e salata, si può spingere qualcosa verso l’autoanalisi e il cambiamento. Dall’Illuminismo in poi (ma forse ancor prima, con la Riforma) il Cristianesimo – e la cultura che esprime e il suo clero – è stato ferocemente criticato e – per giunta – senza alcuna “sensibilità”… e sinceramente non abbiamo fatto altro che trarne del bene, per la nostra società, che si è sempre più aperta e laicizzata.
Anche l’Islam ha un grande bisogno di essere criticato. Perché, se non laicizzato/moderato, contrasta con alcuni diritti umani fondamentali – in quegli ambiti in cui si fonde con le tradizioni più retrograde. E’ un problema che il nucleo delle altre grandi religioni – oggi – non ha… e non è saggio chiudere gli occhi di fronte a questo.

Non dobbiamo nemmeno allarmarci, però. Perché la risposta, di fronte a siffatto  genere di pericoli, non può che essere una maggiore apertura della società e maggiore garanzie di libertà e diritti per tutti; ma con uno Stato presente, che vigili e assicuri la resistenza dei propri pilastri costituzionali… e si impegni a formare menti critiche (e non persone rabbiose e orgogliose).

– Giuseppe Circiello –

Il Vicario di Wakefield – Oliver Goldsmith – Recensione

Risultati immagini per il vicario di wakefieldHo voluto leggere Il Vicario di Wakefield, di Oliver Goldsmith, dopo che Goethe, ne I Dolori del giovane Werther, lo aveva citato.

Questo libro, scritto nella seconda metà del ‘700, fu uno dei più letti a cavallo tra il XVIII e XIX secolo ed in realtà sono numerosi i romanzi in cui viene citato.

E molti sono anche gli scrittori che da esso hanno tratto ispirazione. Un’intero filone di romanzi di formazione, come ad esempio Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, oppure Jane Eyre di Charlotte Brontë, vede ne Il Vicario di Wakefield il proprio antesignano, poiché molti suoi temi saranno ripresi dagli scrittori successivi.

Così, con molta curiosità mi sono approcciato a questo testo, ben sapendo che dal mondo che descrive mi separano circa tre secoli. Volevo capire il motivo del suo prestigio presso i suoi contemporanei. Ed in effetti non è difficile. Doveva essere abbastanza suggestivo, nel 1766, leggere una storia ricca di colpi di scena, buoni sentimenti e di fede nella Provvidenza, che al tempo stesso denunciava anche i soprusi dei signorotti locali. I semi dei grandi romanzi che riempiranno il 1800 ci sono tutti.

Ma Il Vicario di Wakefield è esso stesso un grande romanzo?
Per quegli anni sì. Con gli occhi di oggi, invece, no. E’ sicuramente facile da leggere e questo è già di per sé un grande pregio, però il troppo stroppia, dice il proverbio, e in fatto di colpi di scena e di incontri improbabili credo si sia superato il limite della verosimiglianza.

Di certo c’è solo che, nel 1700-1800, come si vede con questo libro e con quelli che lo seguiranno, “sposarsi” doveva essere davvero una grande preoccupazione.
La cosa bella è che questo genere insiste sul fatto che il matrimonio non è una questione di interesse, ma di amore. La cosa preferibile è cercare di stare bene e felici, sempre. Ma forse divago qui e quindi mi fermo.

Non lo ritengo un grande romanzo – io e Goethe – che tale lo riteneva – non riusciamo proprio ad andare d’accordo – ma se siete curiosi e potete dedicargli un pomeriggio – leggetelo. Male non fa.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Vicario di Wakefield – LEGGI

Cristoforo Colombo – Paolo Emilio Taviani – Recensione

Cristoforo ColomboAvendo letto da poco un libro sulla civiltà Maya, una delle più floride e sviluppate culture precolombiane, è nato in me il desiderio di conoscere qualcosa in più della scoperta dell’America e, in particolare, della figura di Cristoforo Colombo.

Così, possedendo una collana di biografie, tra le quali vi è anche quella del celebre scopritore del Nuovo Mondo, ne ho subito approfittato e mi sono lanciato, con fame rapace, sul gustoso tomo scritto da Paolo Emilio Taviani.

La lettura è stata delle più interessanti, grazie anche alla scrittura semplice e avvincente dell’autore.

Risulta davvero incredibile la figura del genovese Colombo e la storia della grande scoperta. E mi sono reso conto che, l’essere umano, facilmente tende a mitizzare uomini che hanno portato a termine grandi imprese, dimenticando però i loro lati negativi (ed azioni).

Personalmente, di Cristoforo Colombo, sapevo – come gran parte del “popolino”, credo – solo che da Genova si spostò in Portogallo prima, in Spagna poi, per tentare di convincere un sovrano del fatto che si potesse raggiungere l’oriente navigando verso occidente. E questo avveniva in un periodo di grandi scoperte marinare, mentre i portoghesi navigavano lungo le coste africane, per raggiungere l’oriente, attraverso la rotta est. superando l’Africa. Sapevo, inoltre, che Colombo riuscì effettivamente a convincere i reali di Spagna e a partire con tre caravelle, raggiungendo i Caraibi (nel 1492), che continuò a credere essere isole asiatiche.

Ecco… nulla di più sapevo e, sinceramente, nulla di più mi chiedevo. Ed è per questo che sono felice d’aver letto questo libro, perché, in realtà, c’era molto altro da sapere, sia sulla figura di questo abile marinaio genovese, sia sulla genesi del suo progetto e del conseguente viaggio. Non sapevo, ad esempio, che Colombo, prima di avventurarsi a ponente dell’Oceano Atlantico, molto in questo avesse viaggiato. Egli andò in Inghilterra e da lì in Islanda, cosa che non sospettavo minimamente. Ora, si sa, i vichinghi arrivarono in America ben prima del 1492, già intorno all’anno 1000. Per un po’ colonizzarono la Groenlandia e, da lì, giunsero pure alle coste del Canada (Terranova) e – probabilmente – persino nei territori dell’odierno Massachussets.

I vichinghi, ai quali varie culture europee molto devono, non avevano però gli strumenti per capire ciò che avevano di fronte… e ben presto abbandonarono quelle terre e quelle rotte, credendole solo altre isole. E’ da credere che a Colombo siano state raccontate queste cose, nel suo viaggio in Islanda… e queste si andarono ad aggiungere ad altri indizi che ebbe visitando Azzorre, Canarie e navigando la rotta africana fino in Guinea. Il suo sesto senso, il suo senso marittimo, come viene chiamato nel libro, gli fece unire tutti questi racconti all’analisi pratica, da marinaio, dei venti atlantici e la sua idea della rotondità della Terra e della possibilità di raggiungere l’Oriente, superando l’Atlantico, si rafforzò sempre di più, fino a divenire reale.

Rotte Colombo
Le rotte seguite da Colombo durante i suoi quattro viaggi

Le rotte dei quattro viaggi che intraprese Cristoforo Colombo verso le Americhe

Nello storico viaggio intrapreso dopo molte vicissitudini (che dimostrarono la testardaggine la caparbietà del marinaio genovese), tutto andò bene – contrariamente a quanto si crede. Anche il primo incontro con i taino delle Bahamas fu improntato ad un pacifico e reciproco conoscersi.

E qui si fermano, a mio vedere i lati positivi del grande scopritore e della sua storia.

Divenne Ammiraglio e Viceré delle nuove terre… e in altri 3 viaggi nuove ne scoprì. Ma la sua sete dell’oro e la sua incapacità politica, nonché la certezza della superiorità della propria cultura, rispetto a quella indiana, ne rivelarono presto i peggiori difetti, così da rendere Colombo una figura storica quanto meno duplice. Paolo Emilio Taviani, il biografo, insiste più volte sul fatto che Cristoforo Colombo non fosse un santo, nonostante la sua importanza e grandezza storica. E aveva ragione.

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Rappresentazione artistica (di Gustav Adolf Closs) delle 3 caravelle, Nina, Pinta e Santa Maria

Nelle colonie da lui fondate gli indiani vennero ben presto abusati e schiavizzati – e lui stesso ne mandò un migliaio, tra uomini, donne e bambini, al mercato degli schiavi di Siviglia. Vi furono guerre e rivolte, sia tra indiani e spagnoli che tra spagnoli e spagnoli, che vennero soppresse nel sangue e nei modi più cruenti, per giunta. E sono cose che mi è dispiaciuto molto scoprire su questo personaggio… anche perché speravo che i nativi americani non avessero iniziato da subito a soffrire così tanto per mano nostra (non che i santi fossero loro eh… tutt’altro, tra di loro c’erano anche cannibali e cacicchi ostili). Ed insomma è un peccato che le cose siano andate così a causa dell’avidità e della superbia degli uomini.

Ad ogni modo, benché la scoperta delle nuove terre consentì a Colombo di vivere tra onori e in un certo agio, gli odi dovuti al suo governo e la ragion di stato (i reali di Spagna non potevano condividere le nuove terre con Colombo), ne causarono presto una rovinosa parabola discendente. Durante il suo quarto ed ultimo viaggio, stremato dalla gotta e dalle privazioni che per un anno dovette subire a causa di un naufragio sulle coste della Giamaica, le condizioni dello Scopritore genovese si aggravarono… e, tornato fortunosamente dapprima sull’isola di Hispaniola e poi in Spagna, morì.

La sua figura segnò l’inizio di una nuova epoca, della modernità, per noi europei, per gli africani, gli asiatici e gli americani. Tutti entrammo in un nuovo capitolo della storia umana. E purtroppo per alcuni questo segnò l’inizio di inenarrabili, ingiuste sofferenze.

Nel raccontare tutto questo – e molto altro – Paolo Emilio Taviani pur non riuscendo a nascondere l’ammirazione e la passione per Colombo, non manca di sottolinearne anche le caratteristiche meno lusinghiere… con molta onestà intellettuale. Riesce a rendere una biografia avvincente come un romanzo e, credo, non sia da tutti.

Un ottimo libro, che molto insegna su un personaggio e un periodo che hanno segnato lo sviluppo dell’umanità.

– Giuseppe Circiello –

Il Buon Soldato Sc’veik – Jaroslav Hašek – Recensione

Risultati immagini per il buon soldato sc'vèik feltrinelliIl buon soldato Sc’veik (Švejk nella grafia moderna), dello scrittore ceco Jaroslav Hašek, è il primo episodio di una serie incompiuta di romanzi, ambientata durante la prima guerra mondiale.

Pubblicato nel 1921, il libro si inserisce nel filone della letteratura antimilitarista e costituisce anche una dura critica all’ormai dissolto impero Austro-Ungarico, i cui funzionari e dirigenti sono ritenuti colpevoli di non aver capito in tempo la profonda frattura che c’era tra i popoli slavi, magiari e tedeschi e una corona che non rappresentava più nessuno.

Per imbastire questa dura satira contro il potere, Hašek ha bisogno di un personaggio del tutto peculiare, un idiota. Ed è così che il protagonista, Josef Sc’veik ci viene da subito presentato, poiché, come tradizione vuole, solo l’opera di un buffone può sottolineare il ridicolo dei potenti.

Jaroslav Hašek, autore de Il Buon soldato Sc’veik

Questo personaggio, divenuto ormai un termine di paragone in Repubblica Ceca, è pienamente consapevole della propria condizione. Egli subisce e accetta passivamente tutto quello che i funzionari militari decidono di fare di lui e, in aggiunta, ne condivide anche modi e ragioni. Ed è anche l’unico, tra i personaggi civili, ad essere fermamente di fede asburgica e a voler combattere per l’Impero.

Ed, insomma, Hašek da un lato rende palese che solo un idiota, all’epoca, poteva avere le medesime opinioni di Sc’veik e, dall’altro, attraverso la passività di questo personaggio sottolinea l’inanità di tutto l’apparato militare, burocratico e politico di uno stato che non accetta la propria fine.

Ora, parlando di idiozia letteraria, potrebbe venire in mente al lettore un’altra grande figura, che condivide la medesima caratteristica: il principe Myškin, protagonista de L’Idiota di Dostoevskij. Ecco, la bontà di quest’ultimo e la sua incapacità di calcoli e sotterfugi non devono essere ricercate in Josef Sv’eik.

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A sinistra, Josef Sc’veik nell’illustrazione di Josef Lada, sulla destra, invece, il tenente Lukasc’

L’attività “idiotica” della creazione di Hašek non tende al bene. Il protagonista di questo libro non potrebbe essere definito “buono” e nonostante il proprio agire gli si ritorca spesso contro, egli è anche un calcolatore quando si tratta di acquisire vantaggi economici o sessuali (per lui o per i suoi superiori). Ciò non significa che Sc’veik sia “cattivo: più che altro, potrebbe essere l’alfiere di una categoria di persone che di certo non si chiede – e non sa riconoscere – se ciò che fa sia bene o male.

Il libro si legge con legge con piacere ed è ricco di aneddoti e situazioni bizzarre, create ad arte per denunciare l’assurdità di un’ intero periodo storico. I capitoli sono intervallati dalle illustrazioni di Josef Lada, divenute così famose che, camminando qui e lì tra Repubblica Ceca e Slovacchia, potrete trovare diverse statue ad esse ispirate.

Statua di Sc’veik nel locale “Il Calice” di Praga

E’ un peccato che Hašek, morto prematuramente, non abbia potuto completare tutta la serie di avventure che aveva in mente. E’ riuscito a finire solo i primi 3 libri. Altri sono stati scritti dall’amico Karel Vanek… ma non penso sia la stessa cosa, quando qualcuno scrive al posto tuo di una tua idea.

Forse non è un libro emozionante o che fa “sganasciare” dalle risate, no. Ma è piacevole. Ed è, soprattutto, un libro intelligente. Sono contento di averlo letto e di avere avuto l’opportunità di conoscere uno dei personaggi più importanti della letteratura ceca.

– Giuseppe Circiello –

Alba – Selahattin Demirtaş – Recensione

Risultati immagini per alba selahattin demirtaşAlba, Seher in turco, è un libro recente. E’ stato scritto da Selahattin Demirtaş l’anno scorso ed ha avuto un grande riscontro, vendendo, in Turchia, oltre 300.000 copie.

Per molte ragioni questo è un libro importante e do atto a Feltrinelli di averlo tradotto e pubblicato, rendendo così più noto il suo autore anche in Italia.

I dodici racconti che compongono quest’opera sono stati scritti all’interno di un carcere di massima sicurezza. Ma Demirtaş non è un criminale, bensì è vittima della repressione avvenuta in Turchia all’indomani del tentato colpo di stato del 2016.

Avvocato e difensore dei diritti umani, il 44enne Selahattin Demirtaş è il leader dell’HDP, partito filo-curdo, di sinistra e progressista, difensore di tutte le minoranze (etniche, religiose, LGBT, e dei diritti delle donne).

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Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ i leader dell’HDP, ingiustamente detenuti dal regime turco

Figura carismatica, da molti considerato come l’Obama turco, è riuscito a portare per la prima volta un partito di questo tipo in parlamento, con una percentuale del 13%, che molto diede fastidio all’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il grande consenso che il giovane leader era riuscito in poco tempo a raccogliere attorno a sé, deve aver molto impensierito il governo di Ankara, che infatti non riuscì ad ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento nel 2015, e che all’orizzonte vide un vero e possibile pericolo per la propria incontrastata egemonia. E così, dopo che l’AKP, partito del presidente turco, cambiò appositamente la legge per togliere l’immunità ai parlamentari, molti deputati dell’HDP, tra cui lo stesso Demirtaş e la sua vice Figen Yüksekdağ, sono stati arrestati con l’accusa di essere legati al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, in guerra col governo turco, che lo considera una organizzazione terroristica.

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Il simbolo dell’HDP, Partito Democratico del Popolo, l’unico a difendere nettamente i diritti di ogni minoranza presente nel paese 

La colpa dell’autore di Alba è, per la paranoide magistratura turca e il governo, l’aver denunciato, nei suoi discorsi, la difficile condizione della minoranza curda e i soprusi dell’esercito nel sud est del paese. Queste verità – scomode – sono bastate a farlo ritenere un pericoloso criminale, e gli sono valsi ben 102 capi di imputazione e la richiesta di oltre 100 anni di prigione. Ma le accuse sono così campate in aria che, appunto, dopo 2 anni di prigione solo adesso il processo si è messo in moto…

E come risponde un uomo libero alla detenzione e alle accuse campate per aria?

Con l’arte. In carcere Selahattin Demirtaş dipinge e scrive e aspetta che gli sia data l’opportunità di difendersi.

Tornando al libro (perdonatemi per la digressione, ma era doverosa), le 12 brevi storie in esso contenute sono dedicate alle donne vittime di violenza. L’autore ha scelto la raccolta di racconti per cimentarsi con la letteratura, perché così poteva affrontare diversi temi: gli omicidi d’onore, che purtroppo ancora sono una realtà nelle aree rurali, la repressione politica, i migranti che muoiono in mare, la guerra di Siria e l’impatto che il capitalismo ha sulle vite delle persone e molto altro… Non mancano, inoltre, passaggi autobiografici.

Illustrazione Demirtas
Una delle illustrazioni all’interno del libro, a cura della sorella di Demirtaş, Bahar

Ogni episodio di questa raccolta, preceduto dalle illustrazioni di Bahar Demirtaş, sorella di Selahattin, è un quadretto delle speranze e degli affanni, delle ingiustizie, che ancora avvengono in quel (pur) bel paese che è la Turchia. E mi rende felice poter dire, sinceramente, che sono scritti bene, si leggono con piacere e sono permeati di momenti poetici, di delicatezza e di dure realtà, che donano, a quest’opera prima, un che di lirico. Mi auguro che, quando avrà più tempo, Demirtaş possa cimentarsi anche con la forma romanzo, perché dalle asperità è nato uno scrittore capace e sensibile.

Che possa essere libero! Che possa essere letto e la sua situazione conosciuta! Credo che l’arte e la letteratura trovino la propria forma più sincera e utile quando si fondono alla lotta per i diritti e la libertà.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Alba – LEGGI