Madame Bovary (non mi piace) – Gustave Flaubert – Recensione

Risultati immagini per madame bovaryRiconosco a Gustave Flaubert  – e al suo “Madame Bovary” – il merito d’aver affrontato, con disinvoltura e in un periodo in cui non era facile farlo, i temi dell’adulterio, della critica alla chiesa e della vanità della borghesia.

Ma, purtroppo (non me ne vogliano coloro che amano questo libro), ritengo che il romanzo sia scritto davvero male; almeno per quelli che sono i miei gusti. Troppe lungaggini e descrizioni, troppi ricami fini a se stessi.

Ci sono pagine belle, ma rare. Ciò che invece si trova in sovrabbondanza sono tanti personaggi, luoghi e avvenimenti superflui. Un esempio sono le tre pagine di descrizione riservate ad un paese da nulla come Yonville, o il procrastinarsi della morte di Emma. Tutto ciò appesantisce il romanzo che pure, idealmente, ha un suo perché!

La noia esistenziale di Emma, il suo non essere mai soddisfatta e l’incapacità autodistruttiva di accettare e/o trovare un proprio posto nel mondo sono tematiche quanto mai attuali. Ma Flaubert ha perso di vista che una lettura non deve essere solo audace e importante, ma anche – banalmente – piacevole da leggere.  Per me non è stato questo il caso… e ci ho messo giorni a finire quella che – tutto sommato – è una breve storia triste.

Se a questo si aggiunge che il carattere della protagonista è abbastanza chiaro fin da subito e che l’intreccio è avaro di colpi di scena, mi si capirà se dico che, per me, affrontarlo (non trovo termine che sia più adatto) è stato una pena. Ovviamente non sarò io a dirvi di evitare questo classico. Prima o poi, è chiaro, va comunque letto, perché ha una sua rilevanza letteraria. Ma non posso dire che mi sia piaciuto. Mentirei.

– Giuseppe Circiello –

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Alamut – Vladimir Bartol – Recensione

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Copertina di Alamut, romanzo di Vladimir Bartol

Il romanzo Alamut, di Vladimir Bartol, vide la luce nel 1938, un triste periodo storico per l’Italia. Si era, infatti, in pieno periodo fascista e a due anni dall’entrata in guerra del nostro paese. Quello stesso anno, inoltre, veniva pubblicato nel Giornale d’Italia “Il Manifesto della Razza“, documento che – precedendo le leggi razziali, sanciva definitivamente la posizione del fascismo in materia di razza.

Ecco, definire il contesto storico nel quale nacque il libro di cui parleremo è quanto mai importante, per capire l’opera, coraggiosa, dello scrittore e la poca – ingiusta – fortuna che ha riscosso in Italia. E questo perché Bartol era una voce critica e, da fine scrittore, nel suo romanzo parla dell’origine, dello sviluppo e del modus operandi delle organizzazioni fondamentaliste e terroristiche. Certo, Alamut è ambientato durante gli ultimi anni dell’Iran Selgiuchide e in un contesto islamico, ma l’espediente di utilizzare diversi contesti storici, per denunciare le minacce e le ingiustizie del presente, non è nuovo in letteratura. E un esempio celebre è I Promessi Sposi di Manzoni.

Lo scrittore, appartenente alla vessata minoranza slovena, che pure fu spesso attaccata dai nazionalisti fascisti, costruisce il suo romanzo attingendo alla storia della nota setta degli Assassini e della loro guida: Hasan Ibn Sabbah.

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Lo scrittore sloveno-triestino Vladimir Bartol (1903 – 1967)

Vladimir Bartol mostrava all’epoca ciò che oggi, grazie alla diffusione mediatica, è realtà quasi giornaliera: bastano pochi uomini fanatici – pronti a tutto – e ben addestrati, per causare disordine politico e terrore. Ma essi – spesso – costituiscono solo il braccio di un’organizzazione più subdola e vasta, che fa capo a un pugno di persone affamate di potere. Centrale, nel racconto, è l’ingannevole percorso formativo, che porta alla creazione della figura del fedayin, soldato scelto e radicalizzato al massimo, pronto a far qualunque cosa il capo supremo dell’organizzazione comandi.

Plagiati, convinti di andare in paradiso, di incontrare le Uri (vergini dagli occhi neri promesse ai martiri e ai beati), e di soggiacere lì a innumerabili piaceri e onori, questi uomini non esitano ad andare incontro alla morte, trasformandosi in temibili macchine omicide. Ed è interessantissimo vedere, pagina dopo pagina, il meccanismo e la struttura che rende possibile tutto questo.

Dopo aver letto Alamut, risulterà ancor più chiaro come, dietro ai “martiri” che ogni tanto vediamo immolarsi, disseminando di morti innocenti la nostra storia, si nasconda una mente fredda, omicida… e che forse nemmeno crede a ciò che insegna.
Insomma, bisogna cercare sempre il manipolatore, il burattinaio, e i suoi motivi, per combattere un fenomeno terroristico e/o di radicalizzazione politica. E questo valeva tanto negli anni a cavallo tra il 1000 e il 1100 d.C, quanto negli anni dell’autoritarismo fascista e dei totalitarismi nazista, sovietico e cinese.

Fortezza di Alamut, in una miniatura persiana

Alamut, che prende il nome dalla fortezza in cui la setta degli “Assassini” aveva la propria base, è un best-seller all’estero. Ma, purtroppo, non in Italia, che a Vladimir Bartol diede i natali. Dopo il 2001, in seguito all’attentato alle Torri Gemelle di New York, la fortuna di questo libro ebbe nuova vita. E finalmente, con molto ritardo, è stato riedito anche nel nostro paese, dall’editore Castelvecchi, a cui vanno tutti i doverosi ringraziamenti del caso. E’ un peccato che, tra i figli di Trieste, scrittori come Saba o Svevo abbiano goduto di ampio spazio, stima e notorietà e altri, come Bartol e Pahor, solo perché composero le loro opere in sloveno, una lingua minoritaria qui da noi, inizino ad essere riscoperti solo oggi. Ma il tempo è galantuomo e da qualche anno si iniziano a trovare le loro opere nelle librerie di tutta Italia.

Leggete questo libro! E’ scritto bene, è avvincente e vi istruirà – lui libro del passato – su uno dei fenomeni più attuali e terribili del nostro tempo!

– Giuseppe Circiello –

 

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood – Recensione

Risultati immagini per il racconto dell'ancellaIl racconto dell’ancella è un romanzo distopico, scritto da Margaret Atwood, celebre e apprezzata scrittrice canadese.

In un futuro non molto lontano (si tenga presente che il libro fu pubblicato nel 1985), le guerre tra le varie superpotenze hanno reso radioattiva buona parte del pianeta. L’umanità riesce a sopravvivere, mantenendo un buon livello tecnologico, del tutto simile al nostro, ma paga comunque dazio. Molte persone diventano sterili e ogni stato deve mettere in campo strategie per affrontare il problema della scarsa natalità.

Negli Stati Uniti la situazione peggiora drasticamente e il regime democratico viene soppiantato da una dittatura totalitaria e teocratica, portata avanti da una setta cristiana non meglio definita. La Bibbia diventa legge dello Stato – chi non ne rispetta la parola (secondo l’interpretazione che ne dà il regime), viene schiavizzato, oppure “giustiziato” senza pietà. Oppositori politici, scienziati, minoranze religiose, professori, omosessuali e donne sono le categorie più oppresse, perseguitate e destinate ad essere annientate (nel fisico o nello spirito).

Ed è in questo contesto che, prendendo ad esempio il racconto biblico delle schiave dei patriarchi, il giovane stato di Galaad creerà la figura dell’ancella: donna fertile, destinata – sotto ovvia costrizione – a perpetuare il seme dei Comandanti della rivoluzione e delle alte sfere dello stato totalitario.

La protagonista, dunque, privata del proprio lavoro, delle proprietà, del suo matrimonio (dichiarato invalido, poiché contratto con un uomo divorziato), di sua figlia, del suo stesso nome e della libertà diviene non più un essere umano – agli occhi del regime – ma solo un mezzo, un’occasione riproduttiva per la famiglia di turno, libera di stuprarla in nome di Dio e della natalità. Questo è il terribile destino riservato a Difred (dal nome del Comandante a cui appartiene) e a migliaia di donne americane/galaadiane, rapite e torturate in massa, per fornire schiere di monache da riproduzione ad un élite di folli misogini fondamentalisti.

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Margaret Atwood, scrittrice canadese, autrice de Il Racconto dell’Ancella

E meglio – certo – non va alle altre donne, egualmente tenute a subire privazioni impensabili, lavori forzati e ad essere cittadine di serie B, vittime – e a volte complici – di un’ortodossia che nasconde solo sete di potere tra Eros e Thanatos, per dirla alla Freud.

Ecco, tutto questo mondo creato dalla Atwood si inserisce in un filone di romanzi distopici (1984, Noi, La Svastica sul Sole, Il Mondo Nuovo etc…) che hanno attinto all’esperienza dei regimi nazista e sovietico. E – come in quei romanzi – anche qui vengono denunciate e sottolineate tutte le debolezze, le ipocrisie e le tensioni che permeano siffatte società che, difatti, nascono solo per autodistruggersi.

Il punto è che una qualunque ideologia, che voglia contenere, imbrigliare o forzare nella sua spiegazione della realtà l’essere umano, o i suoi sentimenti, i suoi diritti, fallirà sempre. Perché l’umano non è contenibile e non è un robot. Ed egli tende naturalmente verso l’amore, il bello e la libertà tanto quanto possa tendere verso i suoi opposti. Non è da sottovalutare che, in Galaad, i Comandanti d’alto rango possiedano, grazie al mercato nero, libri e riviste proibite dalla legge, o che mantengano un bordello e vadano a prostitute, contravvenendo alle norme da loro stessi poste in essere. Se una buona parte degli aguzzini non si attiene pedissequamente alle regole del mondo da loro stessi creato, allora lo stato totalitario non può sopravvivere. Ed infatti non manca nel romanzo, così come nella storia umana, un movimento di lotta clandestina.

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Una protesta in Argentina a favore dell’aborto. Le manifestanti sono vestite come le ancelle del racconto della Atwood

L’autrice non ci rivela il destino finale della protagonista; rimane aperto. Ma ci informa del fatto che, dopo circa un secolo, lo stato di Galaad è uscito dalla sua dimensione teocratica e totalitaria. E non poteva essere diversamente. Questo viene detto nell’ultimo capitolo, che ha un respiro più (pseudo-)storico.

Nel mostrarci il mondo di quei tempi, la Atwood non risparmia una stoccata a una delle teocrazie più opprimenti del nostro tempo. Viene, infatti, citato l’Iran, nazione in cui le donne, dopo la rivoluzione islamica, hanno visto drasticamente ridursi la propria libertà, sperimentando qualcosa di simile a quanto accaduto con l’avvento di Galaad. Da un lato, credo, l’autrice abbia voluto dare speranza a chi oggi si trova in condizioni di privazione di diritti umani, raccontando loro che bisogna resistere e che nulla è per sempre. Dall’altro lato, invece, tutto Il racconto dell’ancella è un monito. Non bisogna mai dare per scontate le conquiste di diritti e la libertà ottenuta, perché vi sono sempre spinte reazionarie ed eversive, che ora per un’ideologia, ora per una visione fondamentalista della religione (qualunque religione), vogliono portare indietro l’umanità, per averla in proprio potere.

Dal 1985 Margaret Atwood ci grida che Galaad è un pericolo reale ed attuale e può sempre accadere, se non siamo saldi nella difesa dei diritti umani e ci lasciamo suggestionare dall’arruffapopoli o dal santone di turno. Ricordiamoci La Fattoria degli Animali di Orwell: nonostante tutto ciò che ti viene promesso, maiali che diranno di essere più uguali degli altri ci saranno sempre! E allora solo una forte democrazia pluralista, può mantenere in equilibrio tutte le tendenze e le idee della società e operare in modo tale da garantire che nessuno attenti alla libertà, alla vita e alla felicità del prossimo. Certo il meccanismo democratico non funziona sempre in modo perfetto… ma può migliorare. Ed anche così com’è rimane il modello migliore per garantire tutti.

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Il logo della Serie TV ispirata al film della Atwood

Dicono sia importante leggere questo libro oggi, nell’era di Trump e delle destre estreme, che stanno salendo al potere. Può essere vero, ma non può essere così facile… Mi spiego: leggere, informarsi, dubitare e combattere contro le ingiustizie è importante sempre! Non bisogna aspettare che nasca un Trump. Come in medicina, prevenire è meglio che curare. Un essere umano ha sempre il dovere di analizzare e vivere seriamente, poiché ha ricevuto il dono dell’intelletto… E non lo si può mettere in un ripostiglio, lasciando che siano gli altri a guidarci.

Credo sia evidente, arrivati a questo punto, che il romanzo di Margaret Atwood offra molti spunti di discussione e riflessione.

Oltre a quello già affrontato del totalitarismo, un altro tema è il rapporto tra le donne e la religione e quello tra religione e sessualità. E va affrontato con molta franchezza. Le società antiche, finché piccole e in lotta per la sopravvivenza, hanno infuso anche nei propri culti la necessità di perpetuarsi, ad ogni costo. Io non mi scandalizzo se nella Bibbia o nel Corano, ad esempio, le regole relative alle donne e al sesso sono restrittive, giacché sulla riproduzione si basava tutta la possibilità d’esistenza di una nuova setta. Mi scandalizzo, però, quando oggi si tenta di imporre quelle medesime idee ad una società completamente diversa, sia per composizione, sia per livello di consapevolezza scientifica e morale. Scritture che rispecchiano le necessità di un piccolo gruppo di “beduini” in fuga non possono andar bene per l’uomo che va sulla Luna e oltre.

L’unica cosa su cui tutte le religioni ed anche le filosofie ed anche gli scettici e gli atei concordano è che Dio – se esiste – è vita e amore; perché l’uomo brama vita e amore! E l’amore è incondizionato. E a questo comun denominatore dell’umanità io mi atterrei.

Non si può proteggere la vita attraverso gli stupri, le torture e le umiliazioni. Se ci si presentasse la stessa condizione di infertilità descritta nel libro, personalmente ritengo che l’umanità dovrebbe estinguersi, se per perpetuarsi dovesse perdere – appunto – la sua umanità; quella caratteristica essenziale che ci rende diversi dalle bestie feroci e ci eleva. Non è detto che si debba durare per sempre e a ogni costo… e di sicuro non al costo di fare del male agli altri!

Tutto questo, filosoficamente, è Il Racconto dell’Ancella. La sua realizzazione non è perfetta, ci sono alcuni difetti come una trama non molto ricca, rispetto al numero di pagine, alcune cose purtroppo solo accennate e altre che sembrano fuori posto (come il fatto che alle turiste donne che vanno a Galaad sia permesso indossare l’abbigliamento che vogliono e sia concessa totale libertà… cosa un po’ strana in un regime così ortodosso, assassino e appena nato).

Tuttavia l’esperienza di lettura è stata soddisfacente e foriera di elucubrazioni. A quanto so c’è una serie TV ispirata a questo libro e credo che sarà interessante recuperarla e vederla.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Racconto dell’Ancella – 1 – LEGGI

Noi – Evgenij Zamjatin – Recensione

Risultati immagini per noi zamjatin mondadoriIl romanzo distopico Noi, di Evgenij Zamjatin, è un’opera dal peso rilevante, per motivi storici e filosofici. Ha ispirato un intero filone della letteratura e della cinematografia contemporanea, basata sulla resistenza e sulla lotta a civiltà e regimi oppressivi, ispirati da un tipo di idea, piuttosto che da un’altra.

Zamjatin fu un ingegnere russo, anzi sovietico, che scrisse il proprio libro tra il 1919 e il 1921, quindi in pieno periodo rivoluzionario e di guerra civile. E il coraggio di aver affrontato il tema del rapporto tra felicità e libertà e il tema del dissenso, proprio mentre andava a consolidarsi un regime totalitario, gli va senz’altro riconosciuto. In patria, però, ne pagò il fio. Non riuscì mai a pubblicarlo, finché fu vivo (infatti espatriò). Solamente nel 1988, ovvero tre anni prima della caduta dell’Unione Sovietica, Noi arrivò nelle librerie russe, insieme ad un altro importante titolo, 1984 di Orwell, che proprio da Zamjatin traeva ispirazione.

Il libro ci racconta di uno stato totalitario, temporalmente da noi molto distante, chiamato Stato Unico. L’idea secondo la quale ogni cittadino di questo stato viene cresciuto è basata sul predominio della razionalità. Una razionalità declinata nel modo più scientifico, asettico e matematico possibile. Ogni ora del giorno e ogni comportamento sono stabiliti per legge: dal numero di volte in cui un boccone può essere masticato, ai luoghi e ai modi in cui svolgere ogni tipo di lavoro e attività ricreativa. Vi è solo un’ora al giorno di libertà, utilizzata, spesso, per scopi sessuali. Ma anche le sfere della sessualità e della maternità risentono dell’invasione statale. Infatti, nello Stato Unico, nessuno appartiene a se stesso, esiste solo un noi, che rigetta qualunque individualità. E quindi ogni cittadino può richiedere ad un altro di avere un rapporto, previa prenotazione. Negarsi è un crimine. Così come crimine è rimanere incinte, se il proprio corpo non rispetta i precisi canoni eugenetici, normati dai medici dello stato.

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Lo scrittore russo Evgenij Zamjatin

Tutto questo, in un mondo completamente trasparente. Ogni edificio è di vetro. Tutto deve essere visibile a tutti. E tutti sono sottoposti a perenne controllo e censura. Ogni dissenso, ogni IO in questo asfissiante NOI, equivale ad una condanna a morte.

E già da qui è chiaro quello che Zamjatin vuole dirci: ogni idea, portata all’estremo, produce pericolose assurdità. Non è importante stabilire quale sia l’ideologia alla base di un siffatto sistema illiberale, perché tutte, nel momento in cui vogliono divenire assolute, sopprimendo gli elementi di diversità, si tramutano in un unico terribile tipo ideale. Comunismo, capitalismo, fondamentalismo religioso, oppure scientifico, divengono la medesima cosa, se perdono di vista quella dimensione di libertà, che deve essere garantita a ogni singolo essere umano.

Un sistema perfetto e che non ammette modifiche è un sistema entropico e morto, ci dice l’autore. Ma anche la negazione dell’entropia, l’energia, vista come massima forma della libertà naturale non assicura la felicità e la sicurezza. Ed ecco che il grido che l’acuto Zamjatin lanciava nei primi anni dell’affermarsi del comunismo sovietico – e prima dell’incubo totalitario della Germania hitleriana – è un grido ammonitore che dice: “In medio stat virtus”. Ogni sistema, ogni sintesi politica, deve trovare un equilibrio giusto tra entropia ed energia, tenendosi lontano da questi due estremi fatali.

Tra questi pensieri e in questo contesto si dipana la storia dell’alfanumero D-503, il protagonista. Questo è un ingegnere, incaricato di costruire l’Integrale, un astronave di cui lo Stato Unico ha ordinato la costruzione al fine di trasportare la Rivoluzione anche su altri pianeti.

Il libro è scritto come un diario, in cui D-503 racconta i fatti e le vicende di cui ogni giorno è testimone e in cui descrive il proprio mondo, per far sì che altre civiltà vengano incanalate nella via dello Stato Unico. Ma a poco a poco, da convinto sostenitore dello status quo, egli arriverà ad avere dubbi e ad aiutare una donna, I-330, che risveglia in lui l’anima e l’amore. Esiste infatti una resistenza, i MEFI (dal Mefistofele del Faust di Goethe), che è riuscita ad organizzarsi, per combattere per la libertà, attirando tra le proprie fila migliaia di persone.

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Copertina dell’edizione inglese di Noi, We

Riusciranno i ribelli a portare a termine una nuova rivoluzione? La risposta sta al lettore, poiché il finale è aperto. Ma pare chiaro, da quanto afferma Zamjatin, che lo Stato Unico non può durare per sempre. Perché gli uomini non sono macchine e nascerà sempre qualcuno in grado di sovvertire un equilibrio. Come diceva Hannah Arendt ne Le Origini del Totalitarismo, ogni nascita è un atto rivoluzionario. Perché chi nasce ancora non fa parte e non ha imparato a esser parte del sistema. La natura rimane più forte di noi, proprio perché, che glielo si riconosca o meno, ha le sue leggi che comprendono anche noi. E allora, se lo Stato Unico di Zamjatin pensa di salvarsi con un’operazione che toglie la fantasia agli esseri umani, sarà proprio questo il suicidio di questo stato. La scienza è anche fantasia. Se essa stessa rinuncia al suo genio, allora chi ha fantasia, come i ribelli, ha un’arma in più – la più letale – da usare contro chi non ne ha.

Gran bel libro, per le tematiche affrontate e per il periodo storico in cui l’autore lo ha – profeticamente – scritto. Anche suggestivo nelle sue descrizioni, a volte. L’unico difetto è lo stile. Capitoli brevi e troppe frasi spezzate e lasciate a metà nei dialoghi, non lo hanno reso sempre “simpaticissimo”. Ma – ad ogni modo – è e rimane una lettura assolutamente interessante e da fare.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Noi – LEGGI

Demian – Herman Hesse – Recensione

Immagine correlataUna piccola premessa: di solito questo genere di libri non mi piace. Fatico ad apprezzare coloro che scrivono romanzi e novelle con lo scopo di insegnare la vita, il mondo, la spiritualità e altre di queste belle cose. Proprio non fanno per me!

E’ pur vero, però, che un gran numero di questo tipo di romanzi, tra cui anche Siddharta dello stesso Hesse, li ho letti quando ero molto più giovane e meno propenso ad ascoltare e/o leggere le parole di un “guru”.

E questo era quello che mi aspettavo da Demian. Devo ammettere, invece, che mi ha sorpreso. Mi è piaciuto molto (e mi chiedo se la mia attuale età non abbia avuto un ruolo in questo). Devo quasi dire grazie ad Hesse, per aver, se non eliminato, quanto meno attenuato un mio pregiudizio su questo genere.

Ad ogni modo, in questo periodo storico leggere un libro come Demian fa bene. Perché ci ricorda quanto sia fondamentale la libertà: di scoprire se stessi e di accettarne le responsabilità che ne derivano. Crescere e abbracciare il proprio destino è fondamentale. Spesso è una sfida dolorosa e tutt’altro che facile. Ma è un percorso che accomuna noi tutti. E questo è forse l’unico punto in cui la mia opinione diverge rispetto a quella di Hesse. Io credo che “Caino” lo siamo tutti (ma cosa significa quest’ultima frase non lo chiarisco, sperando di invogliarvi a leggere il libro).

– Giuseppe Circiello –

Quarta Dimensione – Ghiannis Ritsos – Recensione

Tempo fa, mi imbattei in alcune poesie di Ghiannis Ritsos (vedi ad es. 1 e 2), un poeta greco contemporaneo. Erano poesie d’amore, che immediatamente – e profondamente – mi colpirono. Così, mi ripromisi di cercare pubblicazioni più esaustive di questo autore, azzardo, poco noto in Italia. Qualcosa ho trovato, grazie a Crocetti Editore, che si occupa di  tradurre e diffondere poesia, con un occhio di riguardo per la letteratura greca temporalmente a noi più vicina.

Pertanto, poco tempo fa, ho potuto comprare, con curiosità e soddisfazione, una delle opere più importanti di Ritsos, Quarta Dimensione, una raccolta di 17 monologhi poetici, del tutto peculiari.

Risultati immagini per quarta dimensione ghiannis ritsosSubito mi è parso di tenere qualcosa di prezioso tra le mani e non mi sono ingannato. Attraverso le varie rivisitazioni del mito, ho viaggiato nell’animo di personaggi come Agamennone, Elena, Oreste, Fedra e altri, ritrovando in loro i timori, le paure e i lutti universali, che legano assieme tutte le creature umane. Sono versi tragici, come i personaggi del teatro e del mito greco da cui traggono ispirazione; e sono pregni della stanchezza e dell’ineluttabile malinconia del vivere e del morire, così come della avviluppante prigionia dell’eterno ripetersi del tempo.

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Busto raffigurante Ghiannis Ritsos

Forse non c’è essere umano che di fronte all’immenso non si sia sentito così piccolo, così schiacciato dagli eventi, almeno una volta nell’arco di una vita. E questo stato d’animo, a volte disposizione di spirito, viene descritta perfettamente dalla penna di Ghiannis Ritsos, assumendo tutta la bellezza della Grecia mediterranea, in un crepuscolo infuocato.

La Quarta Dimensione è quella del tempo. Un tempo che ci blocca nell’attimo, tra il passato e il futuro. Un’attimo mitico, che fissa in un eterno presente i tipi ideali, rappresentati dalle tematiche che ogni personaggio dell’epica e del teatro greco incarna. E così le pene e le situazioni descritte divengono universali e può ben capitare che, nel racconto che ci offre l’autore, situazioni classiche e moderne si incontrino e si mischino, poiché i suoi personaggi hanno ragion d’essere sia nella Grecia antica, sia in un ovunque indeterminato del mondo contemporaneo.

In questa dimensione il poeta ci porta attraverso introduzioni, che descrivono il contesto in cui i monologhi hanno luogo e, ovviamente, attraverso le parole stesse usate dal personaggio di turno, per descrivere il suo malessere, il suo scoramento e la sua storia. Questa – poi – rievoca spesso situazioni che ha vissuto lo stesso Ritsos, il quale ebbe una vita tutt’altro che facile, tra lutti familiari in età infantile e prigionia, durante gli anni dei regimi autoritari. Le dittature, infatti, lo presero di mira a causa della sue idee e della sua vicinanza al partito comunista (la sua poesia fu anche uno strumento di lotta politica).

Ampiamente utilizzata è la figura retorica della similitudine, che spesso introduce paragoni arditi e surreali, che titillano l’immaginazione del lettore, mettendolo di fronte a quadri dipinti con le parole.

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La casa di Ghiannis Ritsos a Monemvasià, in Laconia, Grecia

Sì, c’è la bellezza di un tramonto fiammante – con toni di viola – tra le pagine di Quarta Dimensione. Ma non bisogna credere che sia un’opera che inviti a rassegnarsi al dominio di un’invincibile tristezza esistenziale. Tutt’altro. E’ lo stesso Ritsos, nel suo ultimo monologo, Quando Arriva Lo Straniero, ad indicare la via per uscire dalla dispotica prigionia dell’attimo fatale (che vuole descriverci e delimitarci in eterno). Bisogna avere uno sguardo più ampio, andare oltre noi stessi. E la poesia può aiutare in questa catarsi. Essa ha la forza per celebrare la bellezza del creato nel quale siamo immersi e del quale siamo parte; essa può superare la morte e rinvigorire la memoria; può svelare la dignità del lavoro e ricordarci che nasciamo sempre e costantemente, sia in noi stessi, che nei figli e nei figli dei figli. La poesia – quindi – come farmaco per la nostra anima.

L’opera di Ghiannis Ritsos non è certamente la più facile delle letture, è complessa e alta. Ma sicuramente tutti, prima o poi, dovrebbero leggerla e attingere alla linfa poetica di quest’uomo.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Quarta Dimensione – 1 – LEGGI

Citazione da Quarta Dimensione – 2 – LEGGI

Citazione da Quarta Dimensione – 3 – LEGGI

 

 

 

Martin Lutero – Friedrich W. Kantzenbach – Recensione

Risultati immagini per martin lutero kantzenbachEcco, forse questa sarà la mia recensione più breve (ma mai dire mai)!

Questo libro di F.W. Kantzenbach, biografia del celebre Martin Lutero, artefice della Riforma protestante, è tra le cose meno utili che abbia mai letto. E’ parte di una raccolta di interessanti biografie e romanzi storici, che Famiglia Cristiana pubblicò all’inizio degli anni duemila. Ma tra queste è la pubblicazione meno riuscita.

L’autore ha scritto pagine di poca utilità sia per gli accademici che per i profani, i quali – a scuola – avranno ricevuto la stessa quantità di informazioni qui contenute.

Leggendo di Lutero, già su Wikipedia, credo, si verrà a conoscenza di maggiori fatti e atti che riguardano questa straordinaria figura, vissuta a cavallo tra XV e XVI secolo.

E questo è tutto ciò che si può dire su questo libro.

– Giuseppe Circiello –