Suvashun – Simin Daneshvar – Recensione

Risultati immagini per suvashunSuvashun di Simin Daneshvar è uno dei libri più venduti in Iran ed esportati nel mondo.

La storia narrata è quella di una famiglia e di una donna, Zari, che vive il difficile periodo della seconda guerra mondiale, nella città di Shiraz, in un Iran unitario solo sulla carta.

Durante questo tragico periodo storico, il paese era teatro di interminabili lotte e divisioni politiche, esasperate dall’occupazione russa (al nord) e britannica (al sud). Questo avvenne per evitare che l’importante paese si schierasse a favore della Germania nazista e che Hitler ne potesse utilizzare le ingenti risorse petrolifere (sfruttate invece dal Regno Unito, che aveva dunque un ulteriore interesse a proteggerle).

Ed è in questo scenario che si svolgono le vicende di questo romanzo. I protagonisti, proprietari terrieri, si dimostrano sensibili verso le privazioni cui è sottoposta la popolazione, affamata a causa degli eserciti occupanti. Una situazione pregna di tensione, foriera di lotte fratricide tra collaborazionisti e non, tra filo-sovietici e filo-britannici, o semplicemente tra iraniani e iraniani.

In questo pantano, Yusuf, il marito della protagonista, entrerà in contrasto coi britannici, non volendo vendere loro le derrate alimentari prodotte nelle sue terre.

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L’autrice iraniana Simin Daneshvar (1921 – 2012)

Di fronte ai rischi che questo comporta, Zari si sentirà impaurita e inadeguata, volendo e desiderando la pace e la tranquillità del proprio nucleo familiare più di ogni cosa. Da donna e da madre, consapevole della sacralità della creazione, Zari rifiuta la violenza, che con i suoi atti nega la creazione stessa.

Eppure, col dipanarsi della trama e l’ineluttabilità della tragedia, capirà – sulla propria pelle – che si inganna e il mondo è anche questo: violenza, ostilità e guerra esistono e ti colpiscono, che tu ne riconosca l’esistenza oppure no. Così, per amore non si può fare a meno di restituire qualche colpo, a volte, per difendere le persone cui si vuoi bene e le cose in cui si crede. E’ una dura lezione che la protagonista, un’anima davvero nobile, materna e premurosa, imparerà. Sarà il dolore e sarà l’amore a infondere questo coraggio al suo animo.

E questo spiega, forse, anche il titolo dell’opera, Suvashun: un modo dialettale, persiano, per dire “lamento/requiem per Siyavash”, un personaggio dell’epica persiana, che rappresenta l’innocenza, l’innocente ucciso ingiustamente. E molte cose innocenti vengono sacrificate dall’incedere crudele della Storia: l’Iran, molti degli Yusuf del mondo e l’innocenza di molte Zari.

La protagonista – dopo un percorso interiore che va dall’inizio alla fine del romanzo – deciderà di opporsi. Opporsi alle trame di ‘Ezzatoddouleh, la vicina megera, alle trame del cognato opportunista, interessato solo ad un seggio al parlamento, e al Governo, che voleva impedirle di sfilare in corteo per Shiraz, con la salma del marito assassinato, minacciando un bagno di sangue. Non sempre lei vincerà, ma attraverso il coraggio avrà la certezza di far rivivere il nobile spirito dell’uomo amato.

Un bel libro, che mette in luce come anche ideologicamente l’Iran sia sempre stato molto composito, nonostante la parvenza di monolite unitario. Simin Dashvar, la prima scrittrice donna di romanzi in lingua persiana contemporanea, sa mostrare le divisioni politiche, sociali e di mentalità; sa fotografare un paese che si chiede quale sia la via giusta da intraprendere per il proprio futuro; sa sottolineare con delicatezza, ma in modo efficace, le differenze profonde e prive di giustizia tra chi vive al centro e chi vive nelle aree rurali del paese, tra le possibilità di uomini e donne in un contesto islamico e tradizionale, tra chi non vede l’ora di farsi corrompere e chi persegue la via dell’onestà.

Ed è bello che una donna abbia avuto tanto successo, nonostante dal 1979, anno della rivoluzione islamica-khomeinista, abbia dovuto combattere contro la censura e contro le innumerevoli – ingiuste – difficoltà che il regime impose a tutti e alle donne in particolare.

Lei sarà sempre letta e apprezzata… i Khomeini, i Khamanei, gli Ahmadinejad e i Rouhani verranno superati e biasimati.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Suvashun – LEGGI

 

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Madre Teresa – Edward Le Joly – Recensione

Risultati immagini per madre teresa famiglia cristiana jolyBenché questo libro – che chiude una serie di biografie e romanzi storici, pubblicati anni fa da Famiglia Cristiana – si intitoli “Madre Teresa”, esso in realtà non è un resoconto totale della vita di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Questo testo rappresenta, più che altro, uno sguardo all’interno della nascita e dello sviluppo delle Missionarie della Carità (fino alla fine degli anni ’70).

Ora, senza nulla togliere a Madre Teresa e alle sue opere, senza nulla togliere alle missionarie, che agiscono in tutto il mondo con coraggio e perizia, impegno e amore per il prossimo, devo dire che Edward Le Joly non ha un bellissimo stile (per niente).

Questo libro riesce ad essere interessante solo durante le interviste fatte a chi ha conosciuto e lavorato con la Madre, e solo quando a parlare è la stessa Madre. In tutte le parti lasciate all’ingegno di Le Joly, invece, a regnare non è la grazia divina, ma la noia più terrestre. Ripetere all’infinito paragoni con San Paolo e altri apostoli, citando qui e lì versetti della Bibbia, come per aggiungere qualcosa in più alle opere di Madre Teresa, risulta – a mio avviso – sovrabbondante.
Che parlino le opere, punto! 

– Giuseppe Circiello –

 

Il Mondo di Sofia – Jostein Gaarder – Recensione

Il Mondo di Sofia, di Jostein Gaarder è un romanzo filosofico. E lo è un po’ in tutti i sensi che si possono attribuire alla parola Filosofia. Racchiude più di 2000 anni di storia del nostro pensiero, da Talete a Sartre, passando per tutti i più grandi pensatori che hanno plasmato il nostro mondo. E’ un grande atto d’amore per il sapere. Gaarder, inebriato dalle elucubrazioni dei nostri antenati e contemporanei, cerca qui di semplificarle e donarle ad un pubblico novizio o giovane, nel tentativo di fare proselitismo per la giusta causa della conoscenza. E chi può obiettare qualcosa, dato un fine così elevato?

Unire il genere del romanzo al genere divulgativo, in questo caso, ha pagato? Si, almeno per me (in rete ho trovato anche opinioni avverse). Personalmente, l’ho trovato un esperimento letterario interessante e avvincente. Ed è anche un modo leggero e gradevole di ripetere i fondamentali di questa bella disciplina o di aprirsi ad essa e lasciarsi condurre nel mondo della riflessione.

Certo, è da dire, la parte, minimale, dedicata al “romanzo” è meramente vestigiale: è il lato  più debole di questo lavoro… ma, d’altronde , quale storia avrebbe potuto competere in interesse con Socrate, Platone, Aristotele… Kant etc etc? Anzi, mi pare ovvio che, dovendo essere protagonista la filosofia, la trama non poteva che venire a costituire un mero pretesto…

Jostein Gaarder

Le 2 protagoniste hanno 15 anni. E penso che, intorno a quell’età, regalerò il libro alle mie nipotine. Sarà un bel modo per far fiorire la loro mente e renderle più grandi e consapevoli.

Credo sia nostro dovere di esseri umani porci domande, essere un po’ filosofici: il pensiero e la riflessione ci distinguono da piante e animali… E noi dobbiamo coltivare questo grande dono che, a quanto sappiamo, è rarissimo, se non unico, nell’universo.

– Giuseppe Circiello –

Il Dottor Živago – Borìs Pasternàk – Recensione

Risultati immagini per il dottor zivago libroDirò subito che Il Dottor Živago, di Borìs Pasternàk, è un libro che mi è piaciuto solo a metà.

E’ sicuramente una importante testimonianza e un’opera coraggiosa, che mostra come anche una Rivoluzione nata con le migliori intenzioni, spesso, si tramuti in un sistema oppressivo identico, se non peggiore, a quello che si proponeva di abbattere. Ma i meriti del libro mi sembrano finire qui.

Quando Pasternàk scrisse questo romanzo, che gli valse il Nobel per la letteratura, nell’occidente non ci si rendeva ancora ben conto della realtà della rivoluzione russa e della miseria, della repressione e della privazione di libertà che essa aveva comportato. E da questo punto di vista non si può che riconoscere i meriti dell’autore.

Ma quando ci si approccia ad un grande romanzo russo, dopo aver letto Dostoevskij e Tolstoj (per parlar solo dei più grandi), ci si aspetta di più. Pur non mancando riflessioni importanti sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla società russa, il romanzo non è riuscito a “prendermi completamente”. Ci sono numerose situazioni e caratterizzazioni, che sarebbe stato importante approfondire e tanti passaggi dove il caso – sia in bene che in male – favorisce improbabili incontri tra persone. La Russia è grande 19 milioni di km2 e i personaggi, sperduti tra la Siberia e le grandi città, si incontrano per caso mentre vagano per la tajgà etc etc?

Non so… carino, ma a volte prolisso – mi ha ricordato Flaubert e la sua Madame Bovary, nel suo soffermarsi – a volte – su vicende di nessun interesse, lasciando in sospeso altre più succose. Tra l’altro, ho avuto l’impressione che fosse scritto con un’ispirazione di “testa” più che di “cuore”; il che non è certo un “reato letterario”, ma lascia nell’opera qualche pennellata di “artificiosità”.

Carine le poesie nel finale. Ecco il problema è che da un russo. che affronta simili temi, non mi aspetto qualcosa di “carino”… ma di più.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Dottor Živago – 1 – LEGGI
Citazione da Il Dottor Živago – 2 – LEGGI
Citazione da Il Dottor Živago – 3 – LEGGI

Come il vento tra i mandorli – Michelle Cohen Corasanti – Recensione

Risultati immagini per come il vento tra i mandorliCome il vento tra i mandorli, di Michelle Cohen Corasanti, narra la storia di un ragazzino palestinese e della sua famiglia, dai primi anni della creazione dello stato di Israele, fino a – quasi – i giorni nostri (l’ultima parte del libro è ambientata nel 2009).

Il protagonista, Ichmad, grazie allo studio riesce ad emanciparsi e a superare una condizione di povertà disperata, arrivando persino a vincere il premio Nobel per la Fisica.

E’ evidente che la Corasanti, con questo romanzo, vuole indicare una via a tutti coloro che sono costretti a vivere nello scenario della infinita guerra israelo-palestinese. Bisogna spezzare il ciclo dell’odio. E per farlo è necessario concentrarsi sulla realizzazione di opere positive e non distruttive, perché non si può vivere di solo odio, vendetta e rancore. Il primo passo è dunque la crescita personale, perseguita attraverso lo studio e lasciando da parte i lati più negativi della politica, quelli che abbrutiscono l’essere umano e fomentano i sentimenti più deleteri. E’ sicuramente vero… ma è anche molto difficile nella realtà e credo sia sotto gli occhi tutti.

Quello dell’autrice è un sogno, un augurio… però poi c’è il contesto in cui ognuno vive e quello conta. Soprattutto perché non tutti sono dei piccoli Einstein come il protagonista.

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Michelle Cohen Corasanti, avvocato per i diritti civili e autrice di Come il vento tra i mandorli

Ad ogni modo, il libro è ben scritto ed inevitabilmente presenta anche scene molto forti (e direi che è inevitabile, dato lo scenario), descritte in maniera eccellente. Ha qualche “difetto”, comunque. A tratti è un po’ lineare e didascalico. Mentre non so se l’idealismo che lo permea – con grande evidenza – sia una caratteristica che mi piace, oppure no, perché a volte mi sembra estremamente ingenuo e/o ottimista; cosa, questa, che credo stridere troppo rispetto a tutta la realtà di violenza e miseria di quelle zone. Bisogna volere sempre il massimo dall’Uomo, sì, ma forse a volte questo desiderio lo si dovrebbe presentare con pudore. Non so, ci penserò.

Lo farei leggere – però – ai giovani palestinesi (e non solo)… per far loro prendere in considerazione che si può scegliere di non odiare… anche quando va tutto male… bisogna dare una possibilità alla propria vita, perché ha un valore tutto suo, che va al di là di ciò che ci insegnano o di ciò che ci fanno subire gli altri. Non nasciamo israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, cristiani: lo diventiamo. Tutto diventiamo. L’unica cosa che ci accomuna tutti è la vita e solo ad essa dobbiamo rendere conto. Nessuno stato reale o non reale, nessuna religione, nessuna idea vale la nostra vita, se noi non lo vogliamo. Prendiamoci cura della vita in quanto esseri umani e sviluppiamo il nostro potenziale… il resto viene dopo e non deve essere in contrasto con l’unica cosa che ci accomuna tutti: (di nuovo) la vita. Su questo sono d’accordo con la Corasanti.

– Giuseppe Circiello –

L’Amante di Lady Chatterley – David Hebert Lawrence – Recensione

Risultati immagini per l'amante di lady chatterley copertinaE’ uno strano libro, questo di David Herbert Lawrence. E dico che è strano perché, L’Amante di Lady Chatterley, se lo si legge attentamente spiazza. Si notano diversi difetti e limiti, ma al tempo stesso si capisce tutta l’esplosività e l’importanza di un testo simile, pubblicato nel contesto culturale di fine anni ’20 del 20esimo secolo. E quindi arrivati alla fine non si sa bene cosa pensarne.

Vediamo un po’! Di questo libro mi è piaciuto, prima di tutto, il fatto che quello del sesso non sia l’unico argomento affrontato. Lawrence si dimostra molto critico non solo nei confronti del tabù della sessualità femminile, ma spende le proprie energie di scrittore per schierarsi apertamente contro l’industrializzazione e il potere del denaro, colpevoli di disumanizzare gli esseri umani e di deturpare la natura. E non gli si può dare tutti i torti, perché il capitalismo, effettivamente, dagli anni venti in poi ne ha prodotte di situazioni aberranti.

Dopodiché il fulcro dell’opera è sicuramente, se non la scoperta, l’esibizione della sessualità femminile.

Constance Reid, Lady Chatterley, è forse il primo personaggio della letteratura a voler apertamente godere e senza sensi di colpa. E’ una donna libera, ma non libertina… che conosce il valore dell’amore, ma anche l’importanza della propria fisicità… attiva finalmente… e non più come mero e passivo strumento del piacere maschile. Posso solo immaginare lo scandalo in un’Inghilterra uscita da soli due decenni dall’oppressione della morale vittoriana… quando persino le gambe dei tavolini dovevano essere coperte, perché ritenute oscene. Lawrence a questo tipo di morale risponde con l’esibizione dell’amplesso, del fallo, dell’orgasmo e della voglia femminile. E forse il bisogno di creare questo dibattito e questa consapevolezza sociale era importante, all’epoca, e su questo cosa dirgli se non chapeau?

All’inizio, nei primi capitoli, però, questo libro non lo avevo capito… mi sembrava più “gratuito” che “libero”… e alcuni personaggi parlavano di sesso senza minimamente prestare attenzione ai sentimenti… il che mi sembrava tutto un poco freddo e – sinceramente – noioso. Mi ha fatto piacere, invece, che Lady Chatterley e Mellors si siano amati e che la storia non si sia risolta in una questione di corna al “povero” marito paralitico. Il libro si è dimostrato più profondo.

Mi è anche piaciuto che la relazione tra il guardiacaccia e Connie sia servita a mettere in luce l’ipocrisia alto-borghese e nobiliare della sinistra “chic”, che prima parla dei diritti dei lavoratori e poi storce il naso quando ci si deve davvero “unire” alle persone che si dice di voler aiutare. Non mi sorprende che il romanzo sia stato censurato all’epoca… linguaggio a volte volgare, sesso, attacchi a vari strati della società. Si è fatto odiare e ha fatto bene… perché forse ha indicato una strada meno stretta per il libero pensiero artistico.

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Nell’immagine, lo scrittore, David Hebert Lawrence

D’altra parte, però… questi sono forse anche i limiti del libro. Lawrence non ha saputo sempre misurare la sua idea. A volte il linguaggio scurrile non mi è parso necessario, a volte mi è parso che criticasse decisamente troppe persone e troppe situazioni, mettendo su un piedistallo – morale ed erotico – questi novelli “Adamo” ed “Eva”. Questo col risultato di renderli troppo “perfettini” e non sempre simpatici e, da un lato, troppo professori e, dall’altro, troppo vittime.  Infine, altro limite di questo libro, pur piacevole da leggere, riguarda – in parte – lo stile… ogni luogo, situazione o persona è descritta con così tanti ossimori, che non si può far a meno di trovare questo schema descrittivo un po’ ripetitivo.

Ad ogni modo, non è forse il libro migliore che abbia mai letto, ma valeva sicuramente la pena di leggerlo… per la sua valenza storica e culturale e per il suo messaggio erotico-liberatorio.

– Giuseppe Circiello –

Il Diavolo al Pontelungo – Riccardo Bacchelli – Recensione

Il romanzo storico di Bacchelli, Il Diavolo al Pontelungo, tratta degli ultimi anni di attività rivoluzionaria di Michele Bakunin; in Svizzera e poi in Italia (a Bologna).

Prima di parlare dei contenuti, va detto che il grande merito dell’autore è il saper scrivere divinamente. Leggere le pagine di questo romanzo è facile e piacevole. Ovviamente, l’italiano utilizzato è quello di inizio secolo (il libro fu pubblicato nel 1927), ma questo, lungi dal risultare pesante, si è rivelato forse il maggior pregio del libro, perché rende tutto meno omologato e più stimolante, forse persino “nuovo”.

Detto questo, passiamo ai contenuti e al valore dell’opera. E qui devo ammettere che, durante la lettura, il mio giudizio è spesso mutato e sono stato a lungo indeciso riguardo all’effettivo valore del libro.

Bacchelli è palesemente schierato contro le persone e le idee di cui racconta. Bakunin e gli anarchici vengono presentati come una marmaglia di sognatori goffi, disorganizzati, illusi e pazzi… e forse anche incoerenti. Ora, io non sono anarchico, però mi sono chiesto se fosse “morale“, per uno scrittore di romanzi storici, costruire il proprio libro introducendo il lettore a personaggi ed idee che non si ha intenzione di rispettare, giacché tutto e tutti – a mio avviso – vengono presentati come elementi di una commedia e/o resi macchiette.

Poi, però, ho dovuto ammettere, come lettore, che le mie aspettative dovevo lasciarle da parte e che non posso certo suggerire io a uno scrittore come trattare un argomento o di cosa scrivere! Intendo dire che esisteranno sicuramente altri romanzi e libri su Bakunin, che tratteranno i medesimi argomenti diversamente e in modo più politically correct.

Fatto questo passo indietro, mettendomi nei panni di Bacchelli e cercando di capire il

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Riccardo Bacchelli (1891 – 1986)

suo punto di vista, ho iniziato a rivalutare ampiamente il libro. E mi sono reso conto che ci sono cose importanti su cui Bacchelli ha ragione. Il fervore rivoluzionario, la cieca fedeltà all’idea e anche l’idea in sé, in questo caso, sono da temere o da prendere poco seriamenteLaddove i valori della vita e della libertà vengono messi in secondo piano, perché con la Rivoluzione (e dunque con la violenza e la morte) si vuole imporre uno stato d’anarchia, che a conti fatti viene negato nel momento stesso in cui viene imposto, si cade vittima di una enorme contraddizione. E allora il tono canzonatorio che permea questo romanzo non è per nulla fuori luogo. E questi signori, i personaggi, benché abbiano rischiato la vita per il loro ideale –  perdendola in alcuni casi – sono pericolosi, in quanto slegati dalla realtà. Non si rendono conto che le loro azioni negano il loro pensiero. E così, essere slegato dalla realtà, ti rende anche materiale (tragicamente) buffo per il facile sarcasmo di uno scrittore.

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Michail Bakunin, anarchico, filosofo e rivoluzionario russo (1814 – 1876)

Per cui direi che sì, il romanzo di Bacchelli è un’interessante riflessione. E non tanto (o non solo) da un punto di vista storico, ma da un punto di vista morale. Importante anche rispetto al sorgere dei nuovi estremismi che, ciechi come quelli di ieri ed impermeabili alla ragione e alla compassione, tentano di farsi strada nella società odierna.

 

– Giuseppe Circiello –

Ps: Ringrazio il prof. Vittoria, che lo consigliò a noi studenti, durante una lezione di Scienza Politica, al secondo anno di università. W i professori che consigliano libri! ^_^