Che fare? – Nikolaj Gavrilovič Černyševskij – Recensione

Černyševskij crede nella spiegazione materialistica della storia e della vita. Le sue idee sono quelle del socialismo utopico, della parità tra uomo e donna, della possibilità di emanciparsi – sia come singolo che come popolo – attraverso l’istruzione e la lotta a convenzioni sociali arcaiche.

Sono idee in cui l’autore crede fermamente, con buona fede. Trasuda, dalle pagine di questo romanzo, la genuina convinzione che un mondo migliore sia possibile. E’ bello il sentimento di fiducia che permea quest’opera di Černyševskij, soprattutto se si pensa che il romanzo Che Fare? fu scritto in prigione e diffuso clandestinamente.

Per l’epoca, parliamo di metà 1800, quando da poco la servitù della gleba fu abolita in Russia, il personaggio dell’imprenditrice socialista Vera Pavlovna, la protagonista, dovette essere, in ogni senso, rivoluzionario; e non è un caso che l’autore venne lodato da generazioni di giovani russi e che il suo libro fu annoverato da Lenin tra i suoi preferiti.

Magari il socialismo si fosse realizzato come nella piccola fabbrica di Vera! Ma purtroppo ogni “-ismo”, benché si basi su idee – se vogliamo – nobili (quasi ogni -ismo, eh!), conosce poi le mille storture che i tanti caratteri ed interpretazioni degli uomini gli impongono.

Ritratto di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, come dipinto da Jurij M. Kazmičev

Molti considerano Che Fare?, di Černyševskij, un romanzo ormai superato. Però ritengo che, alla luce della odierna crisi economica e di valori, possa essere un ottimo spunto di riflessione. Qui la libertà e l’emancipazione della donna non corrisponderebbero mai al vendersi come salami nelle pubblicità… E, per quanto riguarda i sistemi economici, quest’opera ci rende ancor più evidente che la “mano invisibile” dei sistemi liberisti e neoliberisti non esiste, se il profitto è disgiunto dalla volontà di condivisione, dalla volontà di creare un bene comune, dalla volontà di guardare il prossimo negli occhi, riconoscerlo come nostro simile, sentire empatia e riconoscergli il sacrosanto diritto a stare bene e a prosperare.

Questo doveva essere il socialismo! Ma purtroppo l’uomo non è stato in grado di applicarlo a causa della sua imperfezione. Eppure questo non si significa che le sue idee più nobili non debbano essere una luce, un faro, da seguire in ogni tempo e in ogni società, poiché occuparsi del prossimo non può essere ritenuta una moda (ideologica) passeggera. E’ parte integrante della nostra umanità! Non siamo, infatti, mero raziocinio ed utilitarismo. Siamo di più: in noi vi è anche empatia, solidarietà, amore.

Il romanzo ha un ottimo ritmo, fa pensare ed è gradevole. Bello che sia giunto fino a noi.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Che Fare? – LEGGI

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Poesie – Emily Dickinson – Recensione

Risultati immagini per emily dickinson poesie mondadoriCosa dire di questa donna del New England, solitaria e riflessiva? Nella cittadina di Amherst viveva una delle più grandi voci della letteratura e, probabilmente, in pochi se ne resero conto, mentre era ancora in vita. Mi sembra quasi riduttivo chiamare i suoi versi “poesia“. Non esiste qualcosa di più? Poesia ed aforisma. A volte filosofia. In essi è contenuta la profondità dell’animo umano e la semplicità dell’universo… si, proprio così, perché per citarla: La mente – è più grande del cielo – perché – se li metti fianco a fianco – l’una contiene l’altro facilmente – e te – anche.

La voce universale della Dickinson ha una grande potenza, sensibilità e sagacia. Era una donna intelligente. Come scrive Natalia Ginzburg nella postfazione, probabilmente ebbe la vita simile a quella di molte “zitelle” che vivevano nella periferia americana. Eppure, lei era diversa. Emily Dickinson era un genio. Si, io sono d’accordo.

Semplicemente non ci si aspetta di leggere certi versi da una persona cresciuta quasi nell’isolamento e tra gente e in un luogo dalla mentalità religiosa e non apertissima. Ed invece la personalità della Dickinson brilla come le stelle più luminose. Lei è un Dante, uno Shakespeare, un Milton. E’, senza paragoni, “Dickinson“.

– Giuseppe Circiello –

Una mia selezione di poesie della Dickinson, da questa raccolta (e non).

Poesia – 1 – LEGGI
Poesia – 2 – LEGGI
Poesia – 3 – LEGGI
Poesia – 4 – LEGGI
Poesia – 5 – LEGGI

De Rerum Natura – Tito Lucrezio Caro – Recensione

De rerum natura - la natura delle cose - lucrezio - mondadoriQuello che colpisce dei tanti trattati sulla natura, che gli antichi filosofi hanno redatto, è quanto essi, col solo uso della ragione, siano riusciti ad avvicinarsi alle reali spiegazioni di alcuni fenomeni. Chi più, chi meno, chi prendendo qualche cantonata, chi, invece, avendo davvero capito un fenomeno e le sue cause. E questo, secondo me, in un periodo in cui il metodo scientifico non esisteva ancora, dimostra che la mente umana ha potenzialità enormi (quando ci si degna di usarla).

Il De Rerum Natura (in italiano La Natura delle Cose), di Tito Lucrezio Caro, non fa eccezione. Esso si inserisce all’interno del filone dei trattati sulla natura, cercando di arricchire filosofia e fisica con lo strumento della poesia. Un libro non facile (e pensare che avevo avuto la folle idea di leggerlo direttamente in Latino… cosa che forse proverò in vecchiaia), ma ampiamente soddisfacente.

Lucrezio ci racconta la visione epicurea del mondo fisico e metafisico. E molte cose il greco Epicuro le aveva ben chiare e capite, altre, invece, no (ma ammetto – ad esempio –  che l’ipotesi per cui i primi uomini siano nati dalla terra è affascinante… e forse evoluzionisticamente non fuori da ogni ragione).

Scrivere una tale opera, ad ogni modo, non era facile nel I secolo a.C. Molti termini dotti della lingua greca non avevano ancora un proprio corrispondente nella lingua latina, così Lucrezio, per esprimere certe idee, dovette adattare alcune parole, utilizzandole con altro significato, o crearne di nuove.

L’unico errore di questo grande poeta/filosofo latino è stato, secondo me, quello di aver divinizzato un po’ troppo Epicuro. E’ buona norma mettere in conto che anche il nostro maestro non può aver sempre ragione e che vale la pena – per principio – di metterlo sul nostro stesso piano umano e fallibile.

Il De Rerum Natura è una gran bella testimonianza di pensanti cervelli antichi. Una delle più belle cose che abbia mai letto.

– Giuseppe Circiello –

Canne al Vento – Grazia Deledda – Recensione

Risultati immagini per canne al vento edizioni scuolaDurante la lettura di Canne al Vento, il romanzo più noto di Grazia Deledda, mi si chiariva sempre di più la necessità di far conoscere questa donna e il suo lavoro. Sono, perciò, particolarmente contento di poter scrivere questa recensione, dando visibilità ad una delle migliori autrici della letteratura italiana, spesso ingiustamente dimenticata. Eppure, stiamo parlando di una vincitrice di premio Nobel (nel 1927)! Cosa si deve fare di più per essere considerati, in questo paese? Mah!

Il romanzo della Deledda è ambientato a Galte, in una Sardegna rurale che, ad inizio secolo, si affaccia al mondo ancora impreparata alla modernità. E’ un contesto in cui ancora sopravvivono superstizioni, onori e seduzioni fantastiche e antiche. Queste esaltano il contrasto tra il disfacimento di tutto ciò che diviene inevitabilmente obsoleto e tutto ciò che – nuovo – ci invade e porta nuova vita.

L’esperta scrittrice nuorese (vale qui la pena ricordare che Canne al Vento non fu il primo romanzo e che Deledda era già autrice di opere notevoli come Elias Portolu), in poco meno di duecento pagine, affronta innumerevoli temi, che difficilmente si potrebbero sviluppare – qui – esaustivamente, senza rischiare di far perdere di vista l’unica vera e forte realtà, che riguarda questo libro: la sua bellezza! Ed è questo che mi preme sottolineare prima e più di tutto!

Dopodiché, il romanzo racconta la storia delle sorelle Pintor, ultime eredi di una nobile casata in rovina, del loro fedele servo, Efix, e del nipote di queste dame, Giacinto, un uomo giovane e ricco solo dei propri difetti, che rischieranno di impoverire ancora di più le sue zie. Ecco, in questo contesto, storie d’amore, di peccato, tragedia ed espiazione, di malinconico disfacimento e rassegnazione all’avanzare della modernità si mescolano, per formare un unicum che ha tutti i bei colori della Sardegna; colori vecchi e nuovi, aggregati magari in uno dei suoi tramonti infuocati e ventosi, pieni di fascino. Tutto questo, Grazia Deledda ce lo fa vedere e ce lo racconta con una prosa che definirei pittorica, poiché questo libro colpisce profondamente l’immaginario del lettore e le sue parole diventano figure, che presentano ai nostri occhi l’evocativa realtà di un mondo arcaico.

Un romanzo suggestivo e importante  da leggere e diffondere assolutamente, perché ciò che vi si trova non riguarda soltanto l’antica realtà isolana, ma riguarda sentimenti e meccaniche universali, comuni a tutti gli esseri umani.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Canne al Vento – LEGGI 

Madame Bovary (non mi piace) – Gustave Flaubert – Recensione

Risultati immagini per madame bovaryRiconosco a Gustave Flaubert  – e al suo “Madame Bovary” – il merito d’aver affrontato, con disinvoltura e in un periodo in cui non era facile farlo, i temi dell’adulterio, della critica alla chiesa e della vanità della borghesia.

Ma, purtroppo (non me ne vogliano coloro che amano questo libro), ritengo che il romanzo sia scritto davvero male; almeno per quelli che sono i miei gusti. Troppe lungaggini e descrizioni, troppi ricami fini a se stessi.

Ci sono pagine belle, ma rare. Ciò che invece si trova in sovrabbondanza sono tanti personaggi, luoghi e avvenimenti superflui. Un esempio sono le tre pagine di descrizione riservate ad un paese da nulla come Yonville, o il procrastinarsi della morte di Emma. Tutto ciò appesantisce il romanzo che pure, idealmente, ha un suo perché!

La noia esistenziale di Emma, il suo non essere mai soddisfatta e l’incapacità autodistruttiva di accettare e/o trovare un proprio posto nel mondo sono tematiche quanto mai attuali. Ma Flaubert ha perso di vista che una lettura non deve essere solo audace e importante, ma anche – banalmente – piacevole da leggere.  Per me non è stato questo il caso… e ci ho messo giorni a finire quella che – tutto sommato – è una breve storia triste.

Se a questo si aggiunge che il carattere della protagonista è abbastanza chiaro fin da subito e che l’intreccio è avaro di colpi di scena, mi si capirà se dico che, per me, affrontarlo (non trovo termine che sia più adatto) è stato una pena. Ovviamente non sarò io a dirvi di evitare questo classico. Prima o poi, è chiaro, va comunque letto, perché ha una sua rilevanza letteraria. Ma non posso dire che mi sia piaciuto. Mentirei.

– Giuseppe Circiello –

Alamut – Vladimir Bartol – Recensione

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Copertina di Alamut, romanzo di Vladimir Bartol

Il romanzo Alamut, di Vladimir Bartol, vide la luce nel 1938, un triste periodo storico per l’Italia. Si era, infatti, in pieno periodo fascista e a due anni dall’entrata in guerra del nostro paese. Quello stesso anno, inoltre, veniva pubblicato nel Giornale d’Italia “Il Manifesto della Razza“, documento che – precedendo le leggi razziali, sanciva definitivamente la posizione del fascismo in materia di razza.

Ecco, definire il contesto storico nel quale nacque il libro di cui parleremo è quanto mai importante, per capire l’opera, coraggiosa, dello scrittore e la poca – ingiusta – fortuna che ha riscosso in Italia. E questo perché Bartol era una voce critica e, da fine scrittore, nel suo romanzo parla dell’origine, dello sviluppo e del modus operandi delle organizzazioni fondamentaliste e terroristiche. Certo, Alamut è ambientato durante gli ultimi anni dell’Iran Selgiuchide e in un contesto islamico, ma l’espediente di utilizzare diversi contesti storici, per denunciare le minacce e le ingiustizie del presente, non è nuovo in letteratura. E un esempio celebre è I Promessi Sposi di Manzoni.

Lo scrittore, appartenente alla vessata minoranza slovena, che pure fu spesso attaccata dai nazionalisti fascisti, costruisce il suo romanzo attingendo alla storia della nota setta degli Assassini e della loro guida: Hasan Ibn Sabbah.

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Lo scrittore sloveno-triestino Vladimir Bartol (1903 – 1967)

Vladimir Bartol mostrava all’epoca ciò che oggi, grazie alla diffusione mediatica, è realtà quasi giornaliera: bastano pochi uomini fanatici – pronti a tutto – e ben addestrati, per causare disordine politico e terrore. Ma essi – spesso – costituiscono solo il braccio di un’organizzazione più subdola e vasta, che fa capo a un pugno di persone affamate di potere. Centrale, nel racconto, è l’ingannevole percorso formativo, che porta alla creazione della figura del fedayin, soldato scelto e radicalizzato al massimo, pronto a far qualunque cosa il capo supremo dell’organizzazione comandi.

Plagiati, convinti di andare in paradiso, di incontrare le Uri (vergini dagli occhi neri promesse ai martiri e ai beati), e di soggiacere lì a innumerabili piaceri e onori, questi uomini non esitano ad andare incontro alla morte, trasformandosi in temibili macchine omicide. Ed è interessantissimo vedere, pagina dopo pagina, il meccanismo e la struttura che rende possibile tutto questo.

Dopo aver letto Alamut, risulterà ancor più chiaro come, dietro ai “martiri” che ogni tanto vediamo immolarsi, disseminando di morti innocenti la nostra storia, si nasconda una mente fredda, omicida… e che forse nemmeno crede a ciò che insegna.
Insomma, bisogna cercare sempre il manipolatore, il burattinaio, e i suoi motivi, per combattere un fenomeno terroristico e/o di radicalizzazione politica. E questo valeva tanto negli anni a cavallo tra il 1000 e il 1100 d.C, quanto negli anni dell’autoritarismo fascista e dei totalitarismi nazista, sovietico e cinese.

Fortezza di Alamut, in una miniatura persiana

Alamut, che prende il nome dalla fortezza in cui la setta degli “Assassini” aveva la propria base, è un best-seller all’estero. Ma, purtroppo, non in Italia, che a Vladimir Bartol diede i natali. Dopo il 2001, in seguito all’attentato alle Torri Gemelle di New York, la fortuna di questo libro ebbe nuova vita. E finalmente, con molto ritardo, è stato riedito anche nel nostro paese, dall’editore Castelvecchi, a cui vanno tutti i doverosi ringraziamenti del caso. E’ un peccato che, tra i figli di Trieste, scrittori come Saba o Svevo abbiano goduto di ampio spazio, stima e notorietà e altri, come Bartol e Pahor, solo perché composero le loro opere in sloveno, una lingua minoritaria qui da noi, inizino ad essere riscoperti solo oggi. Ma il tempo è galantuomo e da qualche anno si iniziano a trovare le loro opere nelle librerie di tutta Italia.

Leggete questo libro! E’ scritto bene, è avvincente e vi istruirà – lui libro del passato – su uno dei fenomeni più attuali e terribili del nostro tempo!

– Giuseppe Circiello –

 

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood – Recensione

Risultati immagini per il racconto dell'ancellaIl racconto dell’ancella è un romanzo distopico, scritto da Margaret Atwood, celebre e apprezzata scrittrice canadese.

In un futuro non molto lontano (si tenga presente che il libro fu pubblicato nel 1985), le guerre tra le varie superpotenze hanno reso radioattiva buona parte del pianeta. L’umanità riesce a sopravvivere, mantenendo un buon livello tecnologico, del tutto simile al nostro, ma paga comunque dazio. Molte persone diventano sterili e ogni stato deve mettere in campo strategie per affrontare il problema della scarsa natalità.

Negli Stati Uniti la situazione peggiora drasticamente e il regime democratico viene soppiantato da una dittatura totalitaria e teocratica, portata avanti da una setta cristiana non meglio definita. La Bibbia diventa legge dello Stato – chi non ne rispetta la parola (secondo l’interpretazione che ne dà il regime), viene schiavizzato, oppure “giustiziato” senza pietà. Oppositori politici, scienziati, minoranze religiose, professori, omosessuali e donne sono le categorie più oppresse, perseguitate e destinate ad essere annientate (nel fisico o nello spirito).

Ed è in questo contesto che, prendendo ad esempio il racconto biblico delle schiave dei patriarchi, il giovane stato di Galaad creerà la figura dell’ancella: donna fertile, destinata – sotto ovvia costrizione – a perpetuare il seme dei Comandanti della rivoluzione e delle alte sfere dello stato totalitario.

La protagonista, dunque, privata del proprio lavoro, delle proprietà, del suo matrimonio (dichiarato invalido, poiché contratto con un uomo divorziato), di sua figlia, del suo stesso nome e della libertà diviene non più un essere umano – agli occhi del regime – ma solo un mezzo, un’occasione riproduttiva per la famiglia di turno, libera di stuprarla in nome di Dio e della natalità. Questo è il terribile destino riservato a Difred (dal nome del Comandante a cui appartiene) e a migliaia di donne americane/galaadiane, rapite e torturate in massa, per fornire schiere di monache da riproduzione ad un élite di folli misogini fondamentalisti.

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Margaret Atwood, scrittrice canadese, autrice de Il Racconto dell’Ancella

E meglio – certo – non va alle altre donne, egualmente tenute a subire privazioni impensabili, lavori forzati e ad essere cittadine di serie B, vittime – e a volte complici – di un’ortodossia che nasconde solo sete di potere tra Eros e Thanatos, per dirla alla Freud.

Ecco, tutto questo mondo creato dalla Atwood si inserisce in un filone di romanzi distopici (1984, Noi, La Svastica sul Sole, Il Mondo Nuovo etc…) che hanno attinto all’esperienza dei regimi nazista e sovietico. E – come in quei romanzi – anche qui vengono denunciate e sottolineate tutte le debolezze, le ipocrisie e le tensioni che permeano siffatte società che, difatti, nascono solo per autodistruggersi.

Il punto è che una qualunque ideologia, che voglia contenere, imbrigliare o forzare nella sua spiegazione della realtà l’essere umano, o i suoi sentimenti, i suoi diritti, fallirà sempre. Perché l’umano non è contenibile e non è un robot. Ed egli tende naturalmente verso l’amore, il bello e la libertà tanto quanto possa tendere verso i suoi opposti. Non è da sottovalutare che, in Galaad, i Comandanti d’alto rango possiedano, grazie al mercato nero, libri e riviste proibite dalla legge, o che mantengano un bordello e vadano a prostitute, contravvenendo alle norme da loro stessi poste in essere. Se una buona parte degli aguzzini non si attiene pedissequamente alle regole del mondo da loro stessi creato, allora lo stato totalitario non può sopravvivere. Ed infatti non manca nel romanzo, così come nella storia umana, un movimento di lotta clandestina.

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Una protesta in Argentina a favore dell’aborto. Le manifestanti sono vestite come le ancelle del racconto della Atwood

L’autrice non ci rivela il destino finale della protagonista; rimane aperto. Ma ci informa del fatto che, dopo circa un secolo, lo stato di Galaad è uscito dalla sua dimensione teocratica e totalitaria. E non poteva essere diversamente. Questo viene detto nell’ultimo capitolo, che ha un respiro più (pseudo-)storico.

Nel mostrarci il mondo di quei tempi, la Atwood non risparmia una stoccata a una delle teocrazie più opprimenti del nostro tempo. Viene, infatti, citato l’Iran, nazione in cui le donne, dopo la rivoluzione islamica, hanno visto drasticamente ridursi la propria libertà, sperimentando qualcosa di simile a quanto accaduto con l’avvento di Galaad. Da un lato, credo, l’autrice abbia voluto dare speranza a chi oggi si trova in condizioni di privazione di diritti umani, raccontando loro che bisogna resistere e che nulla è per sempre. Dall’altro lato, invece, tutto Il racconto dell’ancella è un monito. Non bisogna mai dare per scontate le conquiste di diritti e la libertà ottenuta, perché vi sono sempre spinte reazionarie ed eversive, che ora per un’ideologia, ora per una visione fondamentalista della religione (qualunque religione), vogliono portare indietro l’umanità, per averla in proprio potere.

Dal 1985 Margaret Atwood ci grida che Galaad è un pericolo reale ed attuale e può sempre accadere, se non siamo saldi nella difesa dei diritti umani e ci lasciamo suggestionare dall’arruffapopoli o dal santone di turno. Ricordiamoci La Fattoria degli Animali di Orwell: nonostante tutto ciò che ti viene promesso, maiali che diranno di essere più uguali degli altri ci saranno sempre! E allora solo una forte democrazia pluralista, può mantenere in equilibrio tutte le tendenze e le idee della società e operare in modo tale da garantire che nessuno attenti alla libertà, alla vita e alla felicità del prossimo. Certo il meccanismo democratico non funziona sempre in modo perfetto… ma può migliorare. Ed anche così com’è rimane il modello migliore per garantire tutti.

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Il logo della Serie TV ispirata al film della Atwood

Dicono sia importante leggere questo libro oggi, nell’era di Trump e delle destre estreme, che stanno salendo al potere. Può essere vero, ma non può essere così facile… Mi spiego: leggere, informarsi, dubitare e combattere contro le ingiustizie è importante sempre! Non bisogna aspettare che nasca un Trump. Come in medicina, prevenire è meglio che curare. Un essere umano ha sempre il dovere di analizzare e vivere seriamente, poiché ha ricevuto il dono dell’intelletto… E non lo si può mettere in un ripostiglio, lasciando che siano gli altri a guidarci.

Credo sia evidente, arrivati a questo punto, che il romanzo di Margaret Atwood offra molti spunti di discussione e riflessione.

Oltre a quello già affrontato del totalitarismo, un altro tema è il rapporto tra le donne e la religione e quello tra religione e sessualità. E va affrontato con molta franchezza. Le società antiche, finché piccole e in lotta per la sopravvivenza, hanno infuso anche nei propri culti la necessità di perpetuarsi, ad ogni costo. Io non mi scandalizzo se nella Bibbia o nel Corano, ad esempio, le regole relative alle donne e al sesso sono restrittive, giacché sulla riproduzione si basava tutta la possibilità d’esistenza di una nuova setta. Mi scandalizzo, però, quando oggi si tenta di imporre quelle medesime idee ad una società completamente diversa, sia per composizione, sia per livello di consapevolezza scientifica e morale. Scritture che rispecchiano le necessità di un piccolo gruppo di “beduini” in fuga non possono andar bene per l’uomo che va sulla Luna e oltre.

L’unica cosa su cui tutte le religioni ed anche le filosofie ed anche gli scettici e gli atei concordano è che Dio – se esiste – è vita e amore; perché l’uomo brama vita e amore! E l’amore è incondizionato. E a questo comun denominatore dell’umanità io mi atterrei.

Non si può proteggere la vita attraverso gli stupri, le torture e le umiliazioni. Se ci si presentasse la stessa condizione di infertilità descritta nel libro, personalmente ritengo che l’umanità dovrebbe estinguersi, se per perpetuarsi dovesse perdere – appunto – la sua umanità; quella caratteristica essenziale che ci rende diversi dalle bestie feroci e ci eleva. Non è detto che si debba durare per sempre e a ogni costo… e di sicuro non al costo di fare del male agli altri!

Tutto questo, filosoficamente, è Il Racconto dell’Ancella. La sua realizzazione non è perfetta, ci sono alcuni difetti come una trama non molto ricca, rispetto al numero di pagine, alcune cose purtroppo solo accennate e altre che sembrano fuori posto (come il fatto che alle turiste donne che vanno a Galaad sia permesso indossare l’abbigliamento che vogliono e sia concessa totale libertà… cosa un po’ strana in un regime così ortodosso, assassino e appena nato).

Tuttavia l’esperienza di lettura è stata soddisfacente e foriera di elucubrazioni. A quanto so c’è una serie TV ispirata a questo libro e credo che sarà interessante recuperarla e vederla.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Racconto dell’Ancella – 1 – LEGGI
Citazione da Il Racconto dell’Ancella – 2 – LEGGI
Citazione da Il Racconto dell’Ancella – 3 – LEGGI