Queste Oscure Materie – Philip Pullman – Recensione

Risultati immagini per queste oscure materie libroPer giocare un po’ con le parole, si può dire che Queste Oscure Materie, di Philip Pullman, tratta – a tutti gli effetti – di materie che ci sono – in verità – oscure, come Dio e il libero arbitrio, i misteri della vita e gli scopi ultimi delle forme viventi.

Molte culture hanno imbrigliato i dubbi che attanagliano gli esseri senzienti in quel coacervo di intuizioni e credenze che chiamiamo religione. E la religione è poi divenuta Istituzione. Un qualcosa di poco duttile che mal si presta al confronto con la spontaneità e la complessità delle forme di vita dotate di ragione.

In realtà, spesso, nella storia dell’Uomo, la Chiesa ha tentato di castrare ogni comportamento e teoria ritenuta eretica. Essa si è sovente macchiata di sangue, per riportare all’ovile le pecorelle smarrite, ree di essere vittime, o portatrici, di “storture” nel “disegno divino“. Un disegno che poche persone hanno preteso di interpretare a beneficio o danno di intere moltitudini, arrivando a contraddire, a volte, i significati della parola scritta (in quante cose la vita della Chiesa non è degna dell’esempio evangelico?).

Ecco, credo che sia partendo da considerazioni simili che Philip Pullman ha costruito il suo Fantasy: una trilogia di più di mille pagine in cui i protagonisti si ritroveranno invischiati in una guerra tra 2 fazioni. Da un lato Dio e la Chiesa, che vogliono ridurre l’umanità a una schiera di mansueti automi al servizio dell’ Autorità del Regno dei Cieli; dall’altro, un esercito di intelletti liberi e coraggiosi che si battono per la costruzione della Repubblica dei Cieli, intesa come una costruzione consapevole ed unica del proprio sé, in armonia con la natura e con un principio creatore che va anche al di là di ciò che comunemente è chiamato Dio; poiché per Pullman anche Dio è compreso nella creazione.

E’ questo il contesto in cui sono immersi i protagonisti dei 3 libri. Lyra, Will e tutta una serie di altri personaggi molto diversi tra loro, provenienti da mondi paralleli, e che si troveranno ora ad aiutare, ora a contrastare, i 2 ragazzi.

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Philip Pullman

L’autore ha dato vita ad un immaginario in cui si muovono streghe, orsi, spiriti, morti, creature create di sana pianta, come i gallivespiani o i mulefa, persone normali, angeli etc etc… Ognuno di essi è portatore di un tema che consente all’autore di mettere in evidenza il contrasto tra libertà individuale e Chiesa, sempre pronta a vedere il demonio nella diversità.

Per Pullman la dimensione istituzionale ecclesiastica è quasi totalitaria, tendente a ridurre il tutto ad uno solo. Ma la realtà è complessa e ognuno ha il diritto-dovere di costruirsi la propria Repubblica dei Cieli interiore, acquisendo esperienza, conoscenza, consapevolezza. Ed ognuno ha un modo unico per farlo, attraverso esperienze anch’esse uniche.

Era da tempo che un libro non mi catturava così. Davvero piacevole! Una di quelle storie che tengono svegli per varie notti fino alle 3, per sapere un determinato capitolo, una determinata avventura, come si concluderà. Mi è piaciuto. E poi Pullman gioca spesso con il paradosso – cosa a  me graditissima – (e in questo caso anche inevitabile, dato l’argomento).

Lo si può leggere semplicemente, oppure approfondendo i vari piani di lettura. Di sicuro è una lettura profonda, ma accessibile a chiunque. Consigliato? No, consigliatissimo!

– Giuseppe Circiello –

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Un Cappello Pieno di Ciliege – Oriana Fallaci – Recensione

Risultati immagini per un cappello pieno di ciliegeRomanzo postumo di una delle voci più controverse del giornalismo e della letteratura italiana, Un Cappello Pieno di Cieliege è una saga familiare che racconta la storia degli antenati di Oriana Fallaci, intessendola abilmente con i grandi eventi storici degli anni e dei luoghi di cui narra.

Ambientata principalmente durante gli anni di Napoleone e poi del Risorgimento, quest’opera ultima non manca di tuffi nel passato più remoto o in quello che sarà il futuro vissuto dalla stessa scrittrice fiorentina.

L’Italia, la Spagna, l’Algeria, la Polonia, l’America…: insomma, non saranno pochi i teatri che visiteremo, leggendo questo libro,  e in cui il destino (o l’azione umana, per chi non è fatalista) ha condotto i Fallaci, i Launaro, i Ferrier, i Cantini etc…

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Oriana Fallaci (1929 – 2006)

In questo excursus storico e anagrafico, l’autrice sottolinea che, se anche uno solo dei tasselli del puzzle, o degli anelli della catena, non fosse andato al posto giusto, lei non sarebbe nata. Ed è – dunque – per chiedersi chi è e da dove proviene che, durante tutta la vita, attraverso le ricerche e la fantasia (che lei chiama memoria genetica… e un po’ mi piace credere all’esistenza di qualcosa di simile), Oriana ha ricostruito le numerose vite che ha vissuto attraverso i suoi nonni, bisnonni, trisnonni, arcavoli…

Un Cappello Pieno di Ciliege, scritto con una prosa invidiabilmente fluida, è una grande opera d’addio, che si legge con piacere. Qui è racchiuso un po’ tutto di questa grande (discussa) donna e della genesi della nostra Italia. Dispiace che, per scrivere La Rabbia e l’Orgoglio (più i suoi seguiti), non sia riuscita a concluderlo nel modo che aveva prestabilito (ovvero portando il racconto – storicamente – fino ai giorni nostri). Avrei preferito, personalmente, che si dedicasse a questo libro… ma lei, ad ogni modo, non ha mai fatto o detto nulla di ciò che ci si aspettava da lei. Prendiamola così, con i suoi difetti sì, ma anche con le sue enormi virtù.

– Giuseppe Circiello –

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas – Recensione

Risultati immagini per il conte di montecristoQuando una creatura viene ferita profondamente dai suoi simili, che le provocano sofferenze inaudite, per il solo scopo di soddisfare il proprio egoismo; quando la dignità e la speranza vengono calpestate e ci si sente preda della disperazione, soli al mondo, senza prospettive e senza più alcun affetto sulla terra; quando su un solo individuo si sommano tutte queste condizioni annichilenti e di sofferenza inaudita ed egli vorrebbe essere più morto che vivo; quando tutto ciò accade, bene, ci dice Dumas, tramite Il Conte di Montecristo: è ora di “attendere e sperare“. Perché, finché non si è morti, il futuro rimane ignoto e ciò che la vita fino a quel momento non ha potuto potrebbe forse arrivare, magari tramite la provvidenza.

Ma il dolore causato dagli uomini agli altri uomini può creare dei mostri, primo tra tutti quel fantasma fine a se stesso, che si chiama vendetta. Quando la provvidenza farà scappare Edmond dalle segrete del Castello d’If e lo renderà ricco, il futuro Conte dell’isola di Montecristo darà tutto se stesso per diventare una sorta di superuomo a cui “molte cose sono possibili“. Allenerà il corpo e la mente in tutte le arti, prenderà informazioni e pianificherà la sua irrinunciabile vendetta.

Edmond si crederà un eletto dal Signore, un suo prolungamento: la mano che perseguita e punisce i colpevoli, da un lato… ma che aiuta i cari e gli amici con prodigalità, dall’altro.

Nonostante questo, però, va detto che Edmond Dantés non perde mai la sua umanità. Anzi, i mali passati, se possibile, lo rendono più sensibile di quanto lui stesso creda: pronto a commuoversi davanti alla riconoscenza e all’affetto delle persone che ama, poiché così ferito dalla vita da non aspettarsi quasi più di essere oggetto dei più puri e spontanei moti dell’animo umano. Lo vedremo pronto a rinunciare persino alla propria vita e – soprattutto – alla propria vendetta, pur di non far soffrire coloro che ama. Perché Edmond conosce la sofferenza e cerca di non dispensarne più di quanta ne ritenga necessaria.

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Il Castello d’If, prigione in cui fu rinchiuso Edmond Dantés

Ma la vendetta, non è cosa che un uomo possa amministrare con facilità: può sfuggire di mano e si può scoprire che, ebbene si, anche l’individuo più potente e saggio non conosce tutte le conseguenze che determinate azioni porteranno. Persino il terribile Conte di Montecristo avrà dei dubbi sul proprio operato.

Leggendo, viene da chiedersi quando  – il caro Edmond Dantés – potrà ritenersi libero dal retaggio di quei 14 anni di ingiusta prigionia. Perseguire la vendetta non è un rinchiudersi in un circolo vizioso? Non è una sorta di prigionia psicologica? Da un certo punto di vista avere uno scopo – per quanto terribile – quando non si ha null’altro, può aiutare a sopravvivere. D’altra parte, anche se in un primo momento al suo cuore non sembrava possibile, questo fine ultimo sarebbe potuto essere l’amore. Uscito di prigione non avrebbe potuto godersi la libertà, la ricchezza e aprire gli occhi e il cuore a chi davvero lo amava? Beh, noi uomini spesso non siamo così! E benché abbia tante virtù, questo personaggio non è perfetto – ed è il fondamentale realismo con cui sapientemente Dumas ci inchioda alla lettura. E’ l’ingrediente che ci avvicina al protagonista e ai suoi tormenti, rendendoci partecipi ed ansiosi di conoscere il dipanarsi della sua vicenda.

Fatto sta, che Edmond, la creatura buona che è stata ingiustamente ferita e lacerata, è davvero libero solo quando capisce che c’è un futuro – separato dal passato – anche per lui. Io credo che torni davvero in libertà solo quando si rende conto che non è impossibile, per lui, riprovare quel sentimento di fiducia in un’altra persona e abbandonarsi ad esso, sperando in un avvenire sereno.

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Alexandre Dumas (1802 – 1870)

Tutto questo e anche di più è Il Conte di Montecristo. Un romanzo scritto in modo magistrale da Dumas. Avvincente, con caratterizzazioni ben fatte, pieno di colpi di scena e commovente. Una mole di pagine che si leggono con enorme piacere. Non so quanto io creda alla morale del romanzo, poiché per tanti che attendono e sperano, ottenendo qualcosa, tanti altri soccombono e basta. Però fa piacere credere che sia così un po’ per tutti. Un libro meraviglioso, un capolavoro della letteratura: consigliato!

– Giuseppe Circiello –

Amatka – Karin Tidbeck – Recensione

Amatka - Karin Tidbeck,Cristina Pascotto - ebookCon Amatka, la scrittrice svedese Karin Tidbeck ci conduce nei meandri di un’accattivante opera distopica, con qualche elemento fantascientifico e surreale.

Il regime che controlla la società di Amatka e delle altre colonie umane, site in una misteriosa dimensione, basa il proprio potere sul controllo del linguaggio, della parola e – per estensione – di tutto ciò che alle parole si lega, non ultima la libertà di espressione. Ciò accade poiché, nel mondo ideato dalla Tidbeck, la materia rischia costantemente il disfacimento: tutto può diventare informe poltiglia, se i nomi delle cose non vengono pronunciati diverse volte, durante il giorno. Situazione che ha giustificato l’instaurarsi di un governo forte, ma che non potrà giustificare per sempre i suoi abusi di potere e le ingiustizie.

E per quest’idea credo che all’autrice vadano fatti i complimenti, perché non esisteva modo più diretto e sagace per mostrare al lettore quanto il controllo della realtà e della sfera personale di un individuo, da parte di un regime oppressivo, parta proprio dal controllo dell’informazione e della comunicazione, della retorica con cui una società racconta se stessa e il mondo a cui appartiene.

Ma non è questa una peculiarità dei soli regimi autoritari o totalitari. Quello di cercare di appropriarsi esclusivamente della narrazione del reale è un comune difetto politico dei partiti, che troppo spesso tendono ad appiattire situazioni che, invece, meriterebbero di essere approfondite e riconosciute nella loro varietà.

Pretendere di rendere statico ciò che è mutabile non porta ad altro che alla distruzione di ciò che non è malleabile. E’ questa la legge dell’evoluzione e vale anche politicamente. Che sia la materia di Amatka e delle altre colonie, o che sia lo spirito umano, non si può imbrigliare ciò che è libero, senza doverne pagare, prima o poi, delle conseguenze. Arrivate al massimo della saturazione, le vittime infelici di leggi irrazionali si ribellano sempre.

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Karin Tidbeck, scrittrice svedese di Malmö

E qui – in questo romanzo – non si fa eccezione. La protagonista, Vanja Essre 2 di Brilars, giunta nella colonia che dà il nome al libro, in qualità di ricercatrice di mercato per un’azienda privata, si ritroverà ad essere la pedina più importante di una rivoluzione che cambierà per sempre il modo di vivere dell’umanità.

La Tidbeck ha una prosa semplice e gradevole, si legge con molto piacere e – soprattutto – è in grado di costruire una tensione e un pathos crescenti, fino al climax finale, durante il quale il contesto realistico, oppressivo e ansiolitico descritto lascia spazio ad un delirio di fantasia dalle proporzioni inattese.

Amatka è un’opera che si inserisce, senza sfigurare, nella tradizione iniziata da Noi di Evgenij Zamjatin e 1984 di George Orwell. Lo consiglio davvero, a chi ama e non ama il genere!

– Giuseppe Circiello –

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Faust – Johann Wolfgang Goethe – Recensione

Risultati immagini per faust goethe burFaust, lo scienziato che vende l’anima al diavolo per saziare la propria sete di conoscenza e potere, è il noto protagonista di un racconto popolare tedesco. Molti autori del passato hanno attinto a questo mito, scrivendo svariate opere. Le più importanti sono sicuramente quella di Marlowe e quella di Goethe. Quest’ultimo ha dedicato tutta la sua vita alla composizione di quest’opera poetica e teatrale.

Quello di Johann Wolgang Goethe è di sicuro un testo notevole, che mostra la perizia scrittoria e la vasta conoscenza dell’autore, relativamente a temi filosofici ed epici, classici e anglosassoni. Le chiavi di lettura di un’opera come questa sono molteplici e giustamente ci si sente anche un po’ piccoli di fronte a cotanta mole di riferimenti. Questo mi porta a chiedermi opere simili per chi siano scritte. Per il lettore? Non credo. Forse nessuna opera è scritta per i lettori. L’autore scrive sempre per se stesso… e poi dopo spera d’esser letto. Opere come questa lo rendono assolutamente palese.

Faust è difficile se lo si vuole apprezzare in toto. Piacevole se ci si accontenta di rimanere a livelli di lettura più superficiali. Come diceva una mia insegnante, la differenza tra le opere di un tempo e quelle di oggi era una differenza di “tempo”: due secoli fa sia il lettore che lo scrittore potevano dedicarsi ai piaceri della letteratura, approfondendo ogni cosa, poiché avevano sicuramente più tempo per il “leisure“.

Questa è un’opera imponente. E chi conosce il tedesco dovrebbe sicuramente leggerlo in lingua originale. Io ne mastico un po’ e per quanto ho – sporadicamente – letto del testo originale a fronte di questa edizione, devo dire che la lettura è risultata molto più godibile e ritmata.  Ma – detto ciò –  devo ammettere che con Goethe ho un problema. Questo è stato il suo secondo libro che ho letto (il primo fu Le Affinità Elettive). Ebbene, anche se credo che il caro Johann Wolfgang abbia idee grandiose, mi trovo sempre a pensare – durante la lettura dei suoi testi – che non ne sappia sviluppare a pieno le potenzialità.  Ne “Le Affinità Elettive” c’era troppo poco. Qui c’è troppo (ed anche il superfluo).

Certo, è piacevole da leggere e la sua grandezza si nota, per cui – se lo critico – lo faccio con molto rispetto. Ma, parlando di monumenti nazionali, tra Dante, Shakespeare e Goethe (Italia, UK, Germania) preferisco i primi 2. Per quanto riguarda i miei gusti e il mio sentire, c’è l’abisso.

(Nel frattempo, ho letto anche I Dolori del Giovane Werther... che mi hanno confermato la mia opinione su questo scrittore).

– Giuseppe Circiello –

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The Penelopiad – Margaret Atwood – Recensione

Risultati immagini per the penelopiad margaret atwood the canonsThe Penelopiad, di Margaret Atwood, mi ha dato la possibilità di soddisfare ben tre desideri, che avevo da un po’ di tempo: tornare a leggere qualcosa in inglese, leggere altro di questa brava scrittrice canadese e leggere un romanzo che fosse ispirato, interessante e non chilometrico. Ed ecco, il giorno in cui – nel reparto dei libri stranieri – mi sono imbattuto in questo romanzo è stato un giorno fortunato, poiché ho trovato tutto quello che cercavo.

Ma di cosa parla qui la Atwood? Ebbene, direi che la risposta a questa domanda è alquanto palese. Queste pagine sono dedicate a Penelope che, anzi, è proprio la voce narrante. La moglie di Odisseo, dopo la sua morte, dall’oltretomba, decide di prendere la parola e di raccontarci la sua vita ed anche alcuni fatti salienti dell’Odissea dal suo punto di vista. Ed ecco, io credo che qui l’autrice abbia rischiato davvero tanto, perché avvicinarsi a tali mostri sacri della letteratura antica non è cosa possibile a qualunque scrittore.

Ma Margaret Atwood – devo dire – ne ha le capacità ed ha le conoscenze per cimentarsi in una simile impresa. L’ho trovata anche molto rispettosa, nei confronti di Omero e della tradizione a cui tutto questo immaginario si riferisce. Intendo dire che – nel suo narrare – la Atwood non stravolge ciò che noi conosciamo delle vicende di Penelope; semmai alcune le interpreta diversamente, o si sofferma su elementi che di solito non vengono approfonditi (perché Odisseo ha ucciso le ancelle di Penelope?).

Queste pagine contenenti le verità raccontateci da Penelope sui suoi rapporti col padre, con la cugina Elena, con Odisseo, Telemaco etc etc risultano sempre molto plausibili e – comunque – mai pesanti.

Un romanzo deve intrattenere e far pensare; credo che The Penelopiad (nell’edizione italiana “Il Canto di Penelope“) lo faccia – in modo semplice e non pretenzioso. Mi è forse piaciuto anche più de Il Racconto dell’Ancella, che pure mi ha fatto conoscere ed apprezzare Margaret Atwood. La differenza tra i due libri è che – a mio parere – The Penelopiad è più completo e maturo, mentre il celebre Racconto dell’Ancella, pur bello e basato su un’idea formidabile, mette tanta carne sul fuoco, senza però usufruire di tutto, facendo rimanere qualche bistecca a carbonizzarsi. Ecco, questo qui non succede… e questa “misura”, per me è forse la ciliegina sulla torta che mancava alla Atwood.

Consiglio lei e anche questo romanzo e pure il Racconto dell’Ancella. Per quanto mi riguarda, credo che in futuro leggerò almeno un terzo libro di questa scrittrice, per avere un’idea ancora più chiara su di lei.

– Giuseppe Circiello –

Damasco – Suad Amiry – Recensione

Risultati immagini per damasco suad amiryIn realtà, non ho molto da dire su quest’opera della scrittrice palestinese Suad Amiry. Damasco è un libro da cui mi aspettavo molto di più. Se un romanzo viene arditamente intitolato prendendo in prestito il nome di una delle città più antiche del mondo, credo ci si possa aspettare di leggere un qualcosa che – trama a parte – approfondisca un po’ il contesto in cui i fatti narrati si svolgono. Invece, non è stato così. E in più le vicende semi-biografiche, che l’autrice racconta, non sono così interessanti da giustificare la pubblicazione di queste pagine.

Io credo che, a volte, possa capitare che le case editrici – dopo che un autore ha avuto successo con i suoi primi libri – siano pronte a pubblicare qualunque cosa – di tale scrittore – rinunciando ad avere un occhio più critico, pur di vendere (poiché ormai l’autore in questione ha un pubblico). Per carità, si può anche capire, perché i profitti servono… però rimangono, a noi lettori, cose di questo tipo, che risultano un po’ noiose.

Suad Amiry – qui – ci racconta la storia di alcune generazioni di donne di una famiglia siriana. E nel far questo ci mostra le criticità della condizione femminile, nel mondo arabo-musulmano tra il 1800 e il 1900. Si parla di matrimoni combinati, in cui la donna non ha voce in capitolo e di spose bambine. Ma si mostrano anche altre vicende femminili. Intendo dire che, a volte, può capitare di trovare donne forti e rispettate anche in un mondo organizzato in un modo così maschilista. Forse è importante che questo venga precisato dalla Amiry. Ma mi chiedo quanto valore possa avere ciò, laddove “l’importanza sociale e/o familiare” si trasforma in una concessione e non in un incontestabile, inalienabile, diritto.

Ad ogni modo, nonostante l’impegno dell’autrice… questo libro, come ho già detto, risulta un po’ noioso e pieno di vicende descritte a metà e che quindi coinvolgono solo l’autrice, che è l’unica che le conosce completamente.

E’ anche un romanzo sostanzialmente sprovvisto di una vera trama e quello che – poi – mostra di Damasco, da un lato mi pare troppo poco – se si pensa che la città dà il nome al libro – dall’altro lato, alcune cose narrate risultano stereotipate e potrebbero essere vere e descrivere tanti altri luoghi e tempi del medio-oriente. In più, la caratterizzazione dei personaggi è troppo semplice e le vicende familiari che vengono descritte sanno di già letto e riletto.

Non consiglio questo romanzo… ma comunque non mi negherò la possibilità di leggere qualcos’altro di questa scrittrice. Magari il suo fortunato romanzo d’esordio, Sharon e mia suocera, si potrebbe rivelare migliore.

– Giuseppe Circiello –