La Civiltà dell’Antica Roma – Pierre Grimal – Recensione

Risultati immagini per la civiltà dell'antica roma pierre grimalIn questo libro Pierre Grimal racconta la civiltà romana da vari punti di vista. E credo che sia una buona idea per quello che è – a mio avviso – un libro divulgativo. Lo studio di Roma, dal regno alla repubblica, fino all’impero e alla sua caduta, non può risultare esauriente se ci si limita alla sola storia politica e di conquista. E purtroppo questo è ciò che avviene più spesso nelle scuole – almeno per chi non ha avuto la fortuna di studiare latino (le versioni aiutano molto ad approfondire questa civiltà). Roma fu molto di più: concretezza e diritto, religione e razionalità, città e campagna, vita militare e piaceri.

Sè già la civiltà romana aveva in sè caratteristiche peculiari, che influenzarono i popoli da essa vinti, è anche vero che fu curiosa e si fece “contaminare” dalle civiltà con le quali ebbe a che fare, rielaborando in chiave romana tanta sapienza, a cui fu data nuova linfa e nuovi scopi.

Ecco, questo libro aiuta ad avere chiare queste cose. Si divide in vari capitoli che trattano vari aspetti della vita di Roma: la storia, lo sviluppo della città, i piaceri, la religione etc etc…
Certo è vero che così facendo non si può andare a fondo di ogni argomento (ed in effetti, soprattutto storicamente, non lo fa), però è anche vero che Grimal riesce ad affrontare tutti gli aspetti salienti e a mostrarci, con una scrittura tutt’altro che pesante, i vari aspetti di un popolo che ha lasciato una traccia indelebile nella storia dell’umanità.

– Giuseppe Circiello –

Ps: un unico appunto… una cosa che mi ha fatto letteralmente snervare! XD Tu traduttore del libro, tu editore, Newtonw & Compton… hai mai sentito parlare della “D” eufonica? E’ quella che si aggiunge ad a, e ed o (come ho appena fatto)… ebbene, dà MOLTO fastidio, durante la lettura, la loro TOTALE assenza.

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Modernità e Olocausto – Zygmunt Bauman – Recensione

Risultati immagini per modernità e olocausto baumanIn questo lavoro, diventato un classico della sociologia, Bauman affronta – come da titolo – il legame tra modernità e Olocausto.

Secondo l’eminente studioso polacco, gli orrori perpetrati ai danni della popolazione ebraica non furono dovuti ad un generale imbarbarimento della società o a una sua regressione pre-morale, bensì all’abile manipolazione delle coscienze e alle possibilità offerte dalla modernità stessa, con la sua divisione del lavoro, burocratizzazione e inaudite possibilità tecniche. Lo sterminio di massa, infatti, è stato ben diverso dalle esplosioni di odio razzista che, nell’arco della storia umana, hanno colpito un gruppo piuttosto che un altro. Simili meccanismi non avrebbero mai potuto mettere seriamente in pericolo la vita di milioni di persone. Solo una programmazione curata e razionale, unita alle possibilità organizzative di un apparato statale moderno, ha potuto dar luogo e nutrire un crimine mai  visto fino ad allora.

E’ la razionalità la risorsa scioccante dell’Olocausto. Razionalità dei persecutori e razionalità delle vittime. In un’epoca in cui la superstizione, la religione e la tradizione erano percepite come superate e nel vuoto valoriale si guardava alla luce della scienza, un’idea politica malsana ha potuto sfruttarne l’efficienza. Questo poteva accadere solo in un contesto in cui la prolificazione degli uffici e dei compiti rendeva molto più semplice creare una responsabilità fluida, che come la biglia di un flipper balzava da persona a persona, andando anche a minare la più istintiva solidarietà umana. Interessanti, da questo punto di vista, il capitolo sugli esperimenti di Milgram, che Bauman riporta per farci rendere conto di come, purtroppo, l’essere umano più irreprensibile è in grado – spesso ma non sempre – di fare del male, quando il caso o la macchinazione mettono insieme i giusti elementi.

Ma non solo a Milgram si rifà Bauman per sviluppare le proprie interessanti tesi. Anche gli studi storici e teologici di altri autori (come Rubenstein) sono menzionati in Modernità e Olocausto. Tra tutti, spicca Hannah Arendt. In effetti, credo che sia impossibile esimersi dal confrontarsi con la Arendt, quando si cercano di analizzare le cause della tragedia che colpì gli ebrei europei. Già credevo che leggere Le Origini del Totalitarismo e il resoconto del processo Eichmann bastasse per farsi una vera idea del quadro storico, politico e sociale, dell’Europa dei totalitarismi e dello sterminio… e Bauman, sostanzialmente, me lo ha confermato. In molte cose mi sembra sulla stessa linea della Arendt.

I due non concordano – principalmente – sul ruolo degli Judenräte (i Consigli Ebraici), la cui cooperazione con le SS è considerata da Bauman in modo più comprensivo, perché poi, effettivamente, anche se avessero opposto resistenza, sarebbero comunque stati spazzati via. Ma anche questo non basta, perché poi ogni essere umano porta con sé anche una responsabilità morale e, in una situazione assurda, dove si può scegliere solo tra il peggio ed il molto peggio, essa comunque sussiste.

Bauman però non si mostra ingenuo. Sa che, probabilmente, anche lui sarebbe stato pavido e che di fronte alla possibilità di salvare se stesso e la sua famiglia o salvare delle vittime dai propri persecutori, avrebbe salvato se stesso. E’ – di nuovo – “razionale”. Ciò che non lo è, ciò che non può andare bene è il non provare vergogna per questo, come dice giustamente lo stesso autore. Perché il concetto di “responsabilità” per l’altro è insito nell’essere umano… nel momento in cui un uomo viene in contatto con un suo simile è responsabile della sua incolumità, proprio perché l’uomo non può essere tale, da solo – ed ha dunque bisogno degli altri uomini. Quello che nemmeno Bauman può condonare, dunque, è il dopo. Il non prendersi la responsabilità delle proprie azioni e il non sentire e/o ammettere la vergogna, che si deve avere di fronte a una catastrofe come l’Olocausto. Atteggiamento diffuso durante tutta la guerra, nei territori controllati dai tedeschi e, soprattutto dopo, quando gli sconfitti, sotto processo non si rendevano nemmeno conto del male fatto (per finta o per davvero? io non lo capirò mai se era per davvero, nonostante tutte le ricerche che ho letto, leggo e leggerò).

Ritorno col pensiero ad Eichmann e a ciò che giustamente sosteneva la Arendt: rinunciando alla propria responsabilità, considerandosi solo un ingranaggio, che obbediva agli ordini, Adolf Eichmann (e tutti i coinvolti nell’Olocausto), sospendendo il proprio giudizio morale, rinunciò ad essere una persona… Una cosa davvero facile, banale, ma letale, se in cima alla piramide del potere, nel tuo stato c’è un Adolf Hitler.

Speranza c’é? Forse sì. Come fa notare in chiusura Bauman, ci sono state persone che non sono state naziste, che non sono state indifferenti e che hanno opposto resistenza, preferendo mettere in gioco la propria vita e aiutare gli ebrei (e/o operare contro il nazismo) perché era giusto farlo. Questo dà speranza. L’umanità non è mai completamente perduta.

Bellissimo, interessantissimo, libro questo di Zygmunt Bauman. Consiglio di leggere sia lui che  Hannah Arendt, per conoscere e capire quel tragico periodo, che ha molto da insegnare sulla natura dell’essere umano. Vedendo tornare di moda le destre estreme e il razzismo, non posso far altro che sperare che gli insegnanti e i lettori di tutto il mondo diffondano questa storia e questi studi. E’ importante far capire ai giovani quanto male irreparabile possono fare i totalitarismi, gli autoritarismi e i razzismi.

– Giuseppe Circiello –

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Avestā – Zarathustra – Mazdeismo – Recensione

Risultati immagini per Avesta utetIl libro sacro della religione mazdea (quella di Zarathustra, per intenderci) ha il sapore di circa 3000 anni di storia. E’ una raccolta di inni, di rituali e preghiere, di leggi che sono fondamentali al buon credente, per essere puro e ottenere il paradiso e per allontanare da sè i daeva, che corrompono con la morte e la menzogna il mondo fisico e spirituale.

Benché le singole frasi che compongono il libro siano di lettura facile (e laddove il testo è corrotto e poco chiaro vengono in aiuto le note), in realtà, l’Avestā non è di comoda lettura. Può essere arduo, poiché essendo composto in massima parte da inni, preghiere e formule propiziatorie, esso risulta estremamente ripetitivo. Ma questo era anche un po’ lo stile che andava di moda 3000 anni fa. Ed inoltre è una caratteristica più che comprensibile per quello che, in principio, era tramandato solo oralmente.

Come ogni religione, il Mazdeismo ha i suoi pregi e i suoi limiti. Vi sono intuizioni sul mondo, sull’individuo e il suo libero arbitrio e la capacità di ragionare, intuizioni sull’amorevolezza e la tolleranza, sul buon pensiero e le buone azioni che stupiscono per quanto sembrano all’avanguardia e contemporanee. E vi sono, d’altra parte, superstizioni e credenze dettate dal contesto e dai limiti conoscitivi di quel tempo. Come in ogni religione, dunque, luci e ombre si mescolano…

E’ una lettura interessante e rivelatoria. Si scoprono tante cose anche del modo di vivere delle antiche società iraniche e persiane. Zarathustra Spitama è stato il primo grande profeta del Monoteismo e la sua religione, prima del cristianesimo, arrivò ad essere la più diffusa, nella nostra parte del mondo (con qualche cambiamento, rispetto al mazdeismo originario).

Persino la Bibbia, che è venuta dopo, sembra avere influenze avestiche, che per quanto ne sappiamo attualmente, insieme agli indiani Veda, è il primo testo sacro dell’umanità.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Avestā – 1 – LEGGI
Citazione da Avest
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Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters – Recensione

Risultati immagini per antologia di spoon riverAttraverso la forma dell’epigramma, forma poetica a carattere funerario, Edgar Lee Masters fa sì che gli abitanti di Spoon River raccontino la loro vita, fatta di drammi e gioie.

A volte le poesie, le voci dei personaggi, sono collegate le une alle altre, poiché sono le vite stesse degli abitanti di Spoon River ad essere collegate. Così si ha un doppio quadro, quello della cittadina della periferia americana e quello singolo, individuale, relativo all’interiorità ed esperienza di vita ogni abitante della cittadina.

Masters utilizza una lingua bellissima (lette in inglese suonano splendidamente) e sentimenti delicati, per tracciare con potenza le linee universali che collegano i suoi personaggi ad ogni essere umano.

– Giuseppe Circiello –

Poesia da Antologia di Spoon River – MABEL OSBORNE
Poesia da Antologia di Spoon River – MRS. GEORGE REECE

Il fucile da caccia – Inoue Yasushi – Recensione

Risultati immagini per il fucile da caccia inoue yasushiForse solo un giapponese poteva, con tanta delicata bellezza, sbatterci in faccia l’imperscrutabilità dell’animo umano. Perché il Giappone conosce queste dicotomie, essendo la terra delle passeggiate sotto piogge di petali di ciliegio e dei samurai e del seppuku.


Il fucile da caccia, esordio di Inoue Yasushi come scrittore di prosa, è un breve romanzo in forma semi-epistolare. E’ un testo che parla di amore, di addii, di solitudine e – “dulcis” in fundo – di incomunicabilità. E’ un racconto profondo che mette in luce come l’altro, per quanto noi lo si possa conoscere, rimarrà sempre ignoto. Perché non ci mostriamo mai completamente per quelli che siamo. Un po’ perché ci sono maschere ineliminabili e un po’ perché, a volte, è l’essere umano a non conoscere a fondo se stesso.

L’unica cosa che accomuna tutti è la ricerca dell’amore. Qualcuno preferisce “essere amato“, qualche altro preferisce “amare“.
Personalmente, spero riuscirò ad avere entrambe le cose nella mia vita, perché una qualunque delle due, priva dell’altra, può far soffrire non poco.
Un libro che consiglio. Fa riflettere e, forse, insegna a non dare per scontati i sentimenti e gli intendimenti di chi abbiamo vicino.

– Giuseppe Circiello –

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Coricarsi e morire – Adalet Ağaoğlu – Recensione

Coricarsi e morire - Adalet AgaogluCoricarsi e morire, di Adalet Ağaoğlu, è stata una bella sorpresa. Non cercavo questo romanzo, nessuno me ne aveva parlato, nè ne sospettavo l’esistenza. Eppure, in Turchia è molto noto e la sua autrice, anche attivista per i diritti umani, è una rinomata personalità del mondo letterario.

Ambientato principalmente ad Ankara, in un periodo di tempo che va dai primi anni di governo di Mustafa Kemal Atatürk agli anni 60, il romanzo racconta i diversi percorsi di vita di un gruppo di uomini e donne, seguendoli dalle scuole elementari fino alla realizzazione lavorativa.

Ciò che salta fin da subito all’occhio – idea perno di questo scritto – è la difficoltà di imporre un cambio di mentalità ad un’intera nazione. Passare dall’Impero Ottomano alla moderna e laica Repubblica Turca è un avvenimento destinato a creare traumi e incoerenze, soprattutto se ci si confronta con chi proviene da ambienti rurali e di fede musulmana.

Da questo punto di vista, il colpo di genio di questo romanzo è soprattutto il non averlo ambientato ad Istanbul, bensì ad Ankara, centro nel quale i protagonisti, provenienti da paesini sperduti, abitati da poveri, persone prive di istruzione e dai lavori umili, si sono recati. E’ interessante constatare l’impatto che le riforme hanno avuto sul paese, sulla Turchia profonda, che – a parer mio – non è certo quella di Istanbul (città più abituata ad aver a che fare con i modelli di vita occidentali).

Cresciuti con l’idea di dover contribuire al luminoso destino della repubblica, come uomini e donne di mentalità aperta, occidentale, i protagonisti si ritroveranno, in realtà, a dover combattere contro una società che è cambiata solo nella forma ma non nella sostanza. Se da un lato la generazione dei genitori si mostrerà chiusa e ostile al cambiamento, dall’altro stupisce che gli stessi insegnanti, le stesse autorità, nonostante il perseguimento degli ideali atatürkiani, siano le prime ad essere oppressive, censorie e chiuse… creando così una generazione disincantata, disillusa e disorientata, che ambisce alla libertà, senza mai trovarla completamente.

Questo è ancor più evidente nella condizione delle donne. La protagonista, Aysel, per proseguire il suo percorso di studi fino all’università e diventare professoressa, dovrà lottare arduamente contro tutti, poiché non basta che venga “Atatürk” a dire “modernizzatevi”. E’ certo un sogno in cui una bambina può credere e al quale può votarsi, ma la Turchia profonda, quella delle famiglie rurali e legate più alla religione che alla politica, non può accettarlo con facilità. E’ una situazione che può essere pesante per uomini e donne intelligenti e sensibili, che vogliono solo fare qualcosa di buono per se stessi e per il proprio paese. Ed è questo, forse, il motivo principale per cui Aysel, una volta divenuta donna e realizzatasi, non riuscirà tuttavia mai ad essere completamente felice, in un mondo che, vada come vada, vorrà sempre dirle cosa fare e cosa volere. La realtà è che la vera emancipazione è molto difficile da raggiungere – e non è un percorso facile.

Nel raccontarci storie così, questo libro dà una visione d’insieme dello stato turco e della sua storia, dei suoi cambiamenti, dei suoi traguardi, ma anche delle lotte che lo sconvolgono e delle sue divisioni. Non solo è un libro da leggere, perché scritto bene e bello, ma è da leggere anche se si vuole conoscere la storia della Turchia e comprenderne meglio pregi, difetti e contraddizioni.

Dipingendo per noi questo quadro storico, la Ağaoğlu non dimentica il contesto storico esterno al suo paese. E così, leggendo il romanzo, si può vedere con occhi turchi la seconda guerra mondiale e il dopoguerra diviso tra la conveniente amicizia con gli americani e l’astio per l’Unione Sovietica,

Un gran bel libro, insomma, che consiglio e che metto tra i libri più belli, che negli ultimi anni ho avuto il piacere di leggere. Ringrazio la casa editrice L’Asino D’oro, per aver portato in Italia un romanzo così prezioso.

– Giuseppe Circiello –

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Serenità – Ahmet Hamdi Tanpınar – Recensione

Immagine correlataLa serenità, ciò a cui ogni umano anela. E’ uno stato difficile da raggiungere perché, come fa saggiamente notare Ahmet Hamdi Tanpınar, l’uomo è in realtà il suo più grande nemico. Ed è vero sia in amore che in politica – nella vita – a volte abbiamo le soluzioni più facili a portata di mano e, invece, preferiamo le vie più tortuose.
L’uomo ha anche una carica masochistica in sé. Le avversità hanno il loro fascino e la stasi e la troppa sicurezza, d’altro canto, non soddisfano a lungo l’essere umano, che spesso si fa male da solo.

Questo è il concetto intorno al quale ruota il bel romanzo del turco Tanpınar: non solo una storia d’amore, con finale tragico, ma anche uno spaccato bellissimo della Turchia nel periodo che va dalle guerre greco-turche allo scoppiare della seconda guerra mondiale. Il primo perido di Atatürk, dunque, quando il paese erede della cultura e della potenza ottomana ha dovuto trovare un equilibrio tra le tradizioni e le ricchezze del glorioso passato e l’urgenza di modernità (di stampo occidentale).

Con maestria, Tanpınar mostra tutto il travaglio, necessario ed inevitabile, che tale condizione comporta. E lo fa su due piani.  Il primo, come accennato è la osteggiata storia d’amore tra una madre divorziata, Nuran, e Mümtaz, un giovane uomo di poco più piccolo di lei, pieno di ideali e amori artistici e filosofici. Il secondo, invece, è quello della seconda guerra mondiale, della preoccupazione dei personaggi, che avvertono che un qualcosa di catastrofico sta per avvenire in Europa.
Questo tema è affrontato in modo più esplicito nel finale, ma in realtà aleggia sempre… e ciò che c’è di bello (una consolazione) è leggere come tutti i personaggi (di un romanzo pubblicato nel ’49) disprezzino le idee folli di Hitler.

Ad ogni modo, leggere Ahmet Hamdi Tanpınar è un po’ come leggere Dostoevskij o qualche altro grande autore russo. E’ quel tipo di romanzo: una storia d’amore, sicuramente centrale, che però è anche un grande pretesto per affrontare tematiche universali sull’uomo, sul suo posto nel mondo e per dipingere un contesto storico e geografico attraverso la prosa.

E il verbo “dipingere” non è qui usato a caso, poiché il teatro che ospita quest’opera è Istanbul e l’autore riesce davvero a disegnarla con le parole. Raramente (anzi, forse, mai) ho incontrato un autore capace di farti vedere ciò di cui parla. Nelle descrizioni, nelle metafore e nelle similitudini Tanpınar è immenso. Ogni sua frase è una poesia, un dipinto, una suggestiva fotografia.
Si legge “Serenità“, ma sfogliando le pagine si respira aria di Istanbul.

– Giuseppe Circiello –

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