Terrore Anale – Paul B. Preciado – Recensione

Nel 2021, anche Instagram può essere un mezzo per conoscere nuovi libri. Così è capitato per questo breve saggio dal titolo tanto peculiare, Terrore Anale, scritto da Paul B. Preciado. L’ho visto in una storia di un mio contatto e il titolo mi ha incuriosito… e quindi eccomi qui a parlarne.

Sostanzialmente, Preciado, facendo riferimento ai lavori di Guy Hocquenghem (e in particolare “Il desiderio omosessuale“), affronta principalmente due questioni che, partendo da una riflessione su una minoranza specifica, si rivelano – in realtà – universali.

Ci si focalizza, prima di tutto, sul tipo di rapporto che la società di matrice capitalista ha con il piacere. Questo, secondo l’autore, è stato demonizzato e ridotto nelle sue forme, perché distoglie l’essere umano dal lavoro e dal suo ruolo di produttore di mano d’opera e di acquirenti, creando così un sistema politico incentrato sul consumo e sulla morte. Se si riduce lo spazio dell’erotismo, si aumenta, nella vita sociale, lo spazio dedicato a Thanatos, la morte; e questo, per l’autore, è il motivo per cui la società in cui viviamo, fallocentrica, è violenta e conflittuale.

Ecco, se in parte sono d’accordo, devo anche dissentire laddove questa riflessione si pone come anticapitalista. Non credo sia vero che l’essere umano abbia castrato parti della propria sessualità solo a partire dalla rivoluzione industriale. Questo lo trovo limitante e politicamente di parte. Personalmente farei iniziare la persecuzione e discriminazione della libera sessualità due-tre millenni fa. Certo, in forma ridotta rispetto all’800-900, ma non si può dire fosse totalmente assente. Credo i motivi originari siano sempre legati alla ricchezza e al potere, ma a questo punto per capitalismo non intenderei più un particolare fenomeno iniziato circa due secoli fa, ma amplierei il concetto in modo più generale, per fargli abbracciare il fenomeno dell’ereditarietà della proprietà e del potere: l’idea matrimoniale-eterosessuale e di filiazione diretta per far passare questi due elementi è antica, non è un prodotto “fordista”. Ed è un’idea principalmente euro-asiatica (e la illustra bene Thorstein Veblen nelle sue riflessioni sul matrimonio, come forma di potere/proprietà).
Perché se è vero che le società classiche erano – in parte – tolleranti verso l’omosessualità, è anche vero che non erano previste forme di trasmissione di beni e potere, forme familiari, legate all’amore omo-erotico (a parte – forse – casi episodici?). Cosa non vera, ad esempio, per alcune società precolombiane, nelle quali matrimoni same-sex erano possibili.

Il secondo punto su cui Preciado disserta è, invece, la necessità, per le minoranze, di riflettere su stesse e creare un proprio sapere e un proprio linguaggio, per partecipare poi al dibattito politico generale, contribuendo al miglioramento della società. È essenziale non essere l’oggetto delle altrui disquisizioni, ma divenire il soggetto che parla di sè. Anche su questo punto sono d’accordo a metà. Il concetto lo abbraccio completamente, ma mi dissocio, quando Preciado sostiene che sia utile, a tale scopo, utilizzare anche le parole offensive (quelle che iniziano per f., per intenderci) in modo nuovo, per dare loro una diversa dignità e nuove connotazioni (se non addirittura denotazioni). Lo stesso Preciado le utilizza spesso nel suo saggio e – personalmente – non lo apprezzo. Certe parole hanno una storia di discriminazione, dolore e morte e dileggio, e non credo sia giusto tentare di cambiarle e cambiarne l’uso, per far mutare il modo in cui la società percepisce l’oggetto/persona a cui esse si riferiscono. Non credo che sia meno grave se un omosessuale si definisca – da solo – f*oc*o, oppure fin*cch** (per qualunque motivo lo faccia, anche “accademico” o “rivoluzionario”).
Dal mio punto di vista, o si creano nuovi termini (ma non amo le etichette, seppur – a volte, ammetto – sono necessarie), o si istruisce sul perché quelli vecchi vanno evitati… per me, tertium – davvero – non datur.

A parte questi due distinguo, relativi al capitalismo e alla terminologia da usare, trovo il libro di Preciado interessante e utile per riflettere su questioni che in questo periodo sono molto attuali.
Credo, inoltre, che se ne avrò la possibilità leggerò anche il libro di Hocquenghem a cui questo saggio si ispira.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Terrore Anale – LEGGI

Odissea – Nikos Kazantzakis – Recensione

L’Odissea è considerato l’acme della produzione letteraria di Nikos Kazantzakis. E anche l’autore, probabilmente, era della medesima idea, avendo dedicato alla composizione di questo poema ben 14 anni della propria vita e numerose ricerche, soprattutto in campo linguistico. Nel 1938, dopo sette stesure e innumerevoli tagli, al fine di creare un’opera con 33.333 versi, vide la luce il poema più grande mai scritto in Occidente, l’Odissea di Kazantzakis, appunto; l’ideale continuo del poema omerico.

Atteso con impazienza dai critici greci, all’epoca ricevette, però, diverse critiche. Oggi, tuttavia, è considerato un capolavoro; una delle opere più importanti non solo di Kazantzakis, ma anche della letteratura neo-greca in generale e del Novecento.

Ecco, al di là di prese di posizione facili, come la stroncatura o l’esaltata celebrazione, io credo che – in realtà – giudicare un’opera simile non sia affatto semplice. Questo è un poema smisurato sotto tanti punti di vista: smisurata bellezza, da un lato, ma anche smisurata stucchevolezza sotto altri aspetti (proprio perché a mancare è il senso della misura, perito sotto i colpi dell’ambiziosa penna dell’autore).

A livello formale e di costruzione del verso, a livello poetico e retorico, siamo effettivamente di fronte a un capolavoro. Anche in traduzione, la lingua utilizzata è meravigliosa. Ed è un peccato non conoscere il greco moderno e gli infiniti termini tratti dai dialetti insulari, che Kazantzakis ha utilizzato. Se in italiano leggere queste pagine è un incanto (e qui bisogna fare anche i complimenti a Nicola Crocetti), non oso immaginare in greco come debba suonare meravigliosamente la lettura!

Ma, purtroppo, la forma di un libro – per quanto notevole – non è sufficiente a creare un capolavoro; secondo me, nel computo totale dei pregi e difetti, vale la metà. Anche il contenuto va preso in considerazione. E la costruzione della trama e degli episodi narrativi non è all’altezza del lavoro fatto da Kazantzakis con gli aspetti formali del poema. Inoltre, il desiderio di raggiungere i 33.333 versi ha fatto sì che venissero ripetuti più e più volte schemi e parole che appesantiscono la lettura inutilmente.

Perché una cosa è fare come Hugo e descrivere (nei Miserabili) per filo e per segno i luoghi di Parigi e la loro storia, e poi ambientare capitoli in quei luoghi, dove i personaggi passeranno e vivranno. Altra cosa, come fa Kazantzakis, è ripetere incessantemente che il sole sorge, che i seni di Elena sono belli etc etc. Certo, ogni volta utilizza descrizioni meravigliose. Ma all’ennesimo sorgere del sole, all’ennesima danza rituale, all’ennesimo seno e accoppiamento, all’ennesima ripetizione si crea solo noiosa monotonia… e puoi usare le parole più belle, ma se è palese che non v’è funzionalità narrativa (che era invece un elemento fondamentale delle digressioni di Victor Hugo), ma solo accumulo di versi per il target numerico da raggiungere, allora non basta più la bellezza della lingua, ma inizi ad implorare che accada qualcosa di nuovo, anche perché la trama è lineare e sai che non vi saranno particolari colpi di scena.
Insomma, per quanto il libro sia bello, Kazantzakis indugia anche troppo nei suoi ricami ed affreschi, rendendolo – in alcuni punti – pesante come una cattedrale barocca.

Certo, mi si può dire che la ripetizione è un elemento fondamentale delle opere antiche, come i poemi omerici o i libri delle religioni rivelate (tipo la Bibbia) e che Kazantzakis, volendo scrivere un poema alla vecchia maniera, doveva, per forza di cose, essere anche ripetitivo.
Ma queste cose, proposte nel 1900, credo proprio che perdano di significato e di utilità. Sono zavorre anche abbastanza sterili. L’Odissea non è scritta e non è rivolta ad uomini e società di 2800 anni fa, ma all’uomo contemporaneo e Kazantzakis – secondo me – doveva trovare un compromesso migliore tra l’esigenza di simulare il passato, la fissazione per i 33.333 versi e la contemporaneità.

Ad ogni modo, armandosi di pazienza, l’opera risulta anche molto bella, potrei persino dire meravigliosa in molti suoi punti.

Ci sono passaggi profondi e ispirati – significativi. Dopotutto è un’opera che contrappone Ulisse alla Morte. Il suo ultimo viaggio, il viaggio definitivo dell’uomo, verso il suo inevitabile destino. Accettarlo sarà l’unica, sofferta, soluzione. Senza alcuna tristezza, però. Anzi, l’uomo deve vivere pienamente e al “cercar virtute e canoscenza” di Dante, Kazantzakis aggiunge anche la gioia e la forza, la completa realizzazione della persona umana, messa al centro dell’universo, come una divinità, il super-uomo di un nuovo umanesimo, il cui solo limite è la mortalità.
Da un certo punto di vista, abbastanza nietzschiano come concetto. L’Ulisse di Kazantzakis disprezza la debolezza e le virtù e i difetti che limitano l’umanità. Può risultare, nel suo viaggio di accettazione della morte ed esaltazione della vita, anche crudele. E non so questo quanto mi piaccia, sebbene – va detto – il suo percorso lo porterà a smussare questa caratteristica, e a fargli scoprire anche una certa pietà, per gli ultimi e gli umili.

Insomma, un gran bel libro, ma con qualche pesantezza di troppo. Se si ha pazienza lo si può godere. Se se ne ha poca potrebbe sembrare interminabile e lento.
Non lo ritengo allo stesso livello dei grandi capolavori della letteratura mondiale (e mi spiace, perché le mie aspettative erano queste), ma comunque è lì vicino.
Una cosa però, secondo me, è certa: tutti quelli che amano scrivere poesie dovrebbero leggerlo, perché è una miniera di idee, di termini, di metafore, similitudini e altre figure retoriche… un vero e proprio manuale di forbita poesia, che fa bene leggere.

Questo è il secondo libro che leggo di un poeta greco contemporaneo. Prima di Kazantzakis, ho letto Quarta Dimensione di Ghiannis Ritsos. Devo dire che la letteratura contemporanea non sfigura nel confronto con quella classica… Sia Ritsos che Kazantzakis sono grandi scrittori. Noto, comunque, che entrambi, nelle loro opere più importanti, scelgono di focalizzarsi sulla rielaborazione del mito. Chissà, dev’esserci qualcosa di viscerale che unisce noi contemporanei al passato e al mito.
Com’è vero che delle radici non ce ne si libera mai… E forse è impossibile. Ad ogni modo, dare nuova linfa, vita, rielaborare, riflettere, su ciò che è stato ed è stato tramandato lo trovo – da sempre – uno dei più interessanti e fertili modi di fare letteratura e di proiettarsi verso il futuro… l’uomo cambia, ma è anche sempre rimasto uguale a se stesso, diviso tra passioni, paure, odio, amore, virtù, vizi… Questo tipo di lavori ci aiuta a non dimenticare il cuore della nostra umanità e forse è anche per questo che i classici andrebbero riscoperti e diffusi molto di più, in qualunque modo possibile.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Odissea – 1 – LEGGI
Citazione da Odissea – 2 – LEGGI
Citazione da Odissea – 3 – LEGGI
Citazione da Odissea – 4 – LEGGI
Citazione da Odissea – 5 – LEGGI
Citazione da Odissea – 6 – LEGGI

Lettera al Padre – Franz Kafka – Recensione

Nelle pagine che compongono Lettera al Padre, attraverso i pensieri di Franz Kafka, molte persone potranno ritrovare pensieri e sentimenti – presenti o passati – relativi alla propria vita di figlio/a. È una realtà più che nota, il fatto che il rapporto genitori-figli non sia sempre idilliaco. E benché sia spesso presente anche affetto, a volte i soggetti in questione sono drammaticamente incapaci di trasmetterlo.

E devo dire che, prima di parlare dell’esperienza di Kafka, me lo sono chiesto: “esistono situazioni completamente amene in cui i figli non hanno alcun tipo di recriminazioni verso i genitori?” Non posso escluderle, perché, come si dice, tutto è possibile e non bisogna essere eccessivamente negativi. Tuttavia, personalmente, non ne conosco.

Comprendo, tuttavia, che il ruolo di genitore è arduo. Ogni parola o azione può segnare profondamente la sensibilità di un figlio e condizionarne lo sviluppo. È un potere enorme, che forse ogni adulto, in qualche modo deve considerare e temere. Nella mia breve esperienza di tirocinio alle elementari e nella mia esperienza di zio, mi sono reso conto di quanta responsabilità si abbia addosso, quando si devono educare dei bambini… Ecco, credo che tale responsabilità, se si è genitori venga moltiplicata per mille. Purtroppo, però, molti nemmeno si pongono questo problema.

Non mi pare se lo sia posto il padre di Kafka, che pur se non sottopose Franz a particolari torture, risultò, per lo scrittore, un giudice anaffettivo e duro. Una figura sicuramente enorme, nel vissuto del figlio, che si sentiva attratto e schiacciato e respinto, incessantemente. Leggere che queste pagine sono state scritte tra le lacrime è toccante. Le incomprensioni reciproche, soprattutto tra persone che si vogliono bene, possono essere molto dolorose e lo sono ancora di più, quando è solo una parte a voler bene (ma noi non sapremo mai cosa pensava, invece, Hermann Kafka, il padre).

Il malessere dello scrittore praghese era profondo e credo venga sottolineato dal valzer di accuse e perdoni, danzato in monologo. Franz lancia i suoi j’accuse al padre e a se stesso e – poi – lancia ad entrambi i suoi ego te absolvo.

Il principale problema che funesta la kafkiana famiglia è, per lo scrittore, il non essere come suo padre vorrebbe: ovvero una fotocopia del genitore. Credo sia una cosa molto ingiusta per cui soffrire, perché ognuno nasce con una propria personalità, e – inoltre – ritengo che un genitore faccia davvero bene il suo lavoro solo quando riesce a formare figli che sono diversi da sé.

Avrei voluto dire a Kafka che il nostro dovere è migliorarci, sì, ma per noi stessi, principalmente. Mentre i genitori devono essere curiosi. Curiosi di conoscere i propri figli. Certo, devono dare loro le basi per muoversi e prosperare nella società/civiltà, ma – dopo ciò – il ruolo non può che essere quello di spettatore e aiutante, perché i figli non sono computer da programmare.

Per cui, se da una parte empatizzo, dall’altra mi sembra di aver letto il diario di un’ossessione, scandito dalle continue recriminazioni e autoaccuse e perdoni del tormentato Franz. Si lascia proprio andare ad uno sconforto esistenziale! E va bene lamentarsi. Ma bisogna donarsi anche un po’ di pace e fare pace coi propri demoni. Eppure, d’altra parte, è proprio per questo che i letterati scrivono, no? Mi auguro che dopo aver scritto, anche se per un momento, si sia sentito più sollevato.

È uno scritto che fa riflettere soprattutto sulla necessità di trovare ciò che in esso manca: un po’ di leggerezza, razionalità e serenità nei rapporti umani. Interessante, ma ho preferito – ad oggi – America, che d’altra parte, essendo un romanzo, per quanto mai terminato, appartiene ad una tipologia testuale decisamente differente. Leggerò comunque altro ancora di suo, perché non è mai banale e sa scrivere molto bene.

– Giuseppe Circiello –

Soffiano sui Nodi – Ece Temelkuran – Recensione

Ciò che si può affermare con sicurezza, riguardo a Soffiano sui Nodi, romanzo della giornalista e scrittrice smirniota Ece Temelkuran, è che siamo di fronte ad un’opera impegnata, composta con amore ed estro. L’autrice vuole raccontarci la condizione della donna nei paesi musulmani all’indomani delle primavere arabe e – al contempo – illustrare un percorso tutto femminile della storia, che va dall’affermarsi del matriarcato e delle prime figure divine al femminile, fino all’oppressione delle religioni abramitiche, fortemente maschiliste, e del conseguente patriarcato.

E queste tematiche vengono dalla Temelkuran legate alla storia di quattro donne che si incontrano e conoscono a Tunisi e che, per vari motivi, saranno spinte ad affrontare un’avventura, che le porterà dalla Tunisia al Libano, passando per tutti i paesi che li separano.

V’è, dunque, anche il tema del viaggio, inteso nella sua ambivalente natura di percorso reale compiuto dalle protagoniste e percorso interiore di conoscenza e guarigione.

Un romanzo che tocca numerosi temi, quindi. Lo si potrebbe definire anche ambizioso. Ed è giusto – di conseguenza – chiedersi come si fondono i vari piani narrativi e come risulta la lettura.

Beh, iniziamo col dire che sono pagine molto piacevoli da leggere e le diverse vicissitudini delle protagoniste intrattengono, divertono e commuovono, tenendo il lettore incollato alle pagine. Inoltre, viene ben mostrato come, nonostante le cosiddette “primavere arabe”, per la condizione femminile sia cambiato davvero troppo poco. E – purtroppo – anche in quei paesi, come la Tunisia, dove queste rivoluzioni sono riuscite ed hanno portato ad esiti democratici. Fare i conti con questo dispiace. Eppure è un bene. Perché ci ricorda che non bisogna ingenuamente credere che basti cambiare un governo, o un sistema politico, per cambiare profondamente la società. Non è mai il punto d’arrivo, semmai è il punto d’inizio e una rivoluzione riuscita è la fragile base di una nuova società, che va costruita col sudore giorno dopo giorno. Ecco, nonostante ciò, però, la Temelkuran appare fiduciosa, seppur consapevole che la strada per l’emancipazione e per sfuggire all’oppressione di tradizionalismi e fondamentalismi sia ancora piena di battaglie da combattere.

Questo intento, questo pensiero, è ben trasmesso e ben si lega anche alla vita delle protagoniste. Credo che sia l’aspetto più riuscito del libro.

Mi aspettavo, invece, qualcosa in più riguardo la parte dedicata alla storia della donna in generale e in particolare e a come questa si lega alla trama principale.

Ece Temelkuran trova, come appigli ed esempi per le donne moderne, che vivono in quell’area del mondo, dee o personaggi leggendari e storici, che hanno mostrato come anche le donne possano essere rispettate e avere un ruolo attivo nella società: Didone, Al-Kahina, Tanit
Sono riferimenti reali ed importanti, che invitano a trovare nel passato dei modelli di riferimento per il presente, che possano servire da slancio e base per un nuovo tipo di narrazione della donna a quelle latitudini.
E questa idea è davvero bella. Anche centrale nel romanzo. Eppure – per chi ama leggere – non viene poi detto molto. Varie cose le conoscevo già e – insomma – mi aspettavo un po’ più di approfondimento.

Questo un po’ mi è dispiaciuto, perché leggendo il libro si evince che l’autrice ne sarebbe stata capace. Ma, evidentemente, ha ritenuto di non incastrare troppo, nel finale, questi due piani, facendo retrocedere quello storico al ruolo di cornice, benché per gran parte presentato come egualmente preminente. Né v’è poi una vera funzionalità del piano storico nel dipanarsi della trama… le soluzioni finali, per ognuna delle quattro protagoniste sono abbastanza universali e – dal mio punto di vista – abbandonano un po’ la specificità del contesto scelto per il libro. Cosa che non ritengo particolarmente grave, ma devo dire che questa cucitura tra contesto storico-geografico e finale sarebbe stata la proverbiale ciliegina sulla torta.

Ad ogni modo, è un libro piacevole, e che aiuta a riflettere sul tema della condizione femminile in medio-oriente e nord-africa, ma ci vedo anche una opportunità mancata di creare un vero e proprio classico. Il che, a mio modo di vedere, è anche un complimento per l’autrice, le cui potenzialità sono evidenti. Così evidenti che, purtroppo, ha dovuto lasciare la Turchia a causa della vera e propria persecuzione del governo Erdogan ai danni di giornalisti e politici dissidenti. Dopo aver perso il lavoro nel suo giornale (la Temelkuran era una delle editorialiste più lette in Turchia), si è dovuta trasferire in Croazia, paese in cui esercita sia la professione di giornalista che di scrittrice. E per entrambe le auguro buona fortuna.

Per quanto mi riguarda, la ringrazio per il suo impegno e – se potrò – leggerò altre sue opere.

Concludo, dicendo che il titolo è ispirato ad un passo del Corano, contenuto in una sura apotropaica, la sura dell’Alba. Chi la recita invoca protezione… da chi vuole essere protetto? Dalle “soffianti sui nodi”… sostanzialmente le donne, le streghe, quindi, le sapienti. E questo mi fa pensare che il voler essere protetti da un qualcosa, riconosce a quel qualcosa – o a quel qualcuno – anche una certa potenza. E mi auguro proprio che su questa terra, tutti quelli che vengono ingiustamente additati come nemici, si rendano conto che sono perseguitati perché sono – in realtà – temuti. Rendersene conto – credo – sia molto importante.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Soffiano Sui Nodi – 1 – LEGGI
Citazione da Soffiano Sui Nodi – 2 – LEGGI

Citazione da Soffiano Sui Nodi – 3 – LEGGI


Savonarola – Ivan Cloulas – Recensione

In un panorama storiografico diviso tra estimatori del monaco ferrarese e detrattori, questa biografia di Savonarola, dello storico francese Ivan Cloulas mi sembra abbastanza equilibrata. Infatti, la sua figura e il suo operato nella Firenze medicea e post-medicea non sono qui né particolarmente elogiati, né biasimati.

L’autore, in verità, spesso lascia parlare direttamente il celebre priore del convento domenicano di San Marco. E ciò avviene attraverso le prediche e gli scritti che ci sono pervenuti e che Cloulas cita abbondantemente (soprattutto le prediche). Credo che sia una buona idea, per una biografia, perché così il lettore ha la possibilità di avere un contatto più diretto con la figura storica di cui si tratta. Questo in generale, poi va detto che il biografo forse esagera lievemente, perché – in un libro che prende in maggior considerazione gli ultimi dieci anni della predicazione di Girolamo Savonarola – forse qualche pagina e lungaggine poteva starci. Accadono cose importanti, nel decennio descritto, ma nemmeno così tante, da riempire quasi 400 pagine. E una volta che mi fai capire i pregi e i difetti di un personaggio e me ne fai conoscere il suo profilo psicologico, attraverso testimonianze dirette, forse – caro Ivan Cloulas – un po’ di sintesi la potevi concedere a te stesso e anche al lettore. Ma ad ogni modo non me ne lamento troppo. Questa è comunque un’opera interessante, perché la figura di cui si discute è tutt’altro che facilmente etichettabile o banale.

Probabilmente, se avessi vissuto nella Firenze di fine 1400, non avrei gradito quest’uomo, troppo fondamentalista per i miei gusti. Tuttavia, va anche detto che visse circa 500 anni fa e non mi stupisce più di tanto che un religioso potesse voler imporre la sua visione della fede a una città e a tutta la terra. Certe manie di grandezza non erano solo dei laici, si veda tutto ciò che è successo in America, dopo la scoperta di Colombo.

Per cui, benché io abbia molti appunti da fare alla sua idea di morale e alla sua non velata voglia di instaurare una sorta di totalitarismo religioso, devo – tuttavia – riconoscergli anche dei pregi. Ad esempio, non gli si può negare un plauso per aver indicato con chiarezza tutte le storture della Chiesa del tempo, e di essersi attivamente impegnato a cercare di migliorarla e di liberarla dalla sua corruzione (anche cercando di far tenere un Concilio, poi naufragato). In questo non si può non vedere un precursore di Lutero ed un uomo che era in grado di intercettare gli umori del suo tempo (certo forse io, lui e Lutero avremmo cambiato la Chiesa in tre modi diversi e difficilmente compatibili).

Lodevole anche l’idea che il governo debba appartenere al popolo e non ad un principe/tiranno – presa di posizione su cui si baseranno, cento anni dopo, anche le Vindiciae Contra Tyrannos. E non rimarrà solo un utopia, grazie al suo impegno, dopo la cacciata di Piero De’ Medici, si creerà una breve parentesi di governo popolare, purtroppo funestata dal fanatismo religioso, che si dimostrò più divisivo che unificante e che non risparmiò a Firenze povertà, guerra, peste e mestizia.

Tutte le azioni e prese di posizione (anche politiche, come l’alleanza con la Francia) di “fra’ Girolamo” erano sostenute – a quanto raccontava – da visioni che aveva lui e i suoi aiutanti più stretti. E questo gli fu particolarmente rimproverato, durante il suo processo, portandolo anche ad abiurare. Di certo, grazie al suo carisma e a ciò che raccontava, aveva nel palmo della sua mano molte persone in città, finché non cadde in disgrazia. Ma che fosse sincero o meno, forse la sua ambizione, presunzione, convinzione, intransigenza (?) lo portò a scontentare molti uomini religiosi e politici. In particolare, il Papa Borgia, Alessandro VI, che arrivò anche a scomunicarlo. Avere l’ardire di scontrarsi con una potenza politica e spirituale come quella papale è stato forse il suo errore più grande.

Va detto, che al di là del fatto che sia stato un impostore o un martire, il comportamento della Chiesa durante il processo, che lo torturò e lo condannò a morte (insieme anche alle autorità secolari di Firenze) è quanto di più orribile si possa mai immaginare di fare di in nome di una divinità. Pura follia. Dalla quale – però – nemmeno Savonarola era immune (per cui non è che mi faccia poi compassione) dato che non esitava a richiedere e incitare (e a sperare in) bagni di sangue per redimere la terra e per liberarsi di chi riteneva peccatori e “tiepidi” nella fede. Forse lui credeva che il suo operato fosse davvero ispirato e agiva a fin di bene, forse era solo un calcolatore arrivista e fanatico. Non lo sapremo mai con certezza, solo l’esperienza diretta ci potrebbe aiutare.

Rimane sicuramente una figura interessante, con un carisma tale da aver ammaliato per un decennio almeno una intera città, prelati e sovrani italiani e non.

Oggi le sue opere e la sua vita sono state – in parte – rivalutate, perché era anche un grande dotto. Tuttavia, lo studierei solo per interesse storico, poiché la sua visione della religione e del mondo farebbe bene a rimanere nel lontano passato.
Libro interessante e piacevole. Cloulas descrive bene questo personaggio e – giustamente – lascia al lettore il giudizio.

– Giuseppe Circiello –

Mio Tuo Suo Loro – Serena Marchi – Recensione/Riflessione

Premetto che, per parlare di questo argomento complesso, avrò bisogno di molte parole.

Mio Tuo Suo Loro, della giornalista e scrittrice Serena Marchi, è un saggio/reportage del 2016, che affronta il tema della gestazione per altri, conosciuta anche col termine “surrogacy.
In questo libro, l’autrice intervista le donne che offrono il proprio utero ad altre coppie, ed inoltre con l’aiuto di Elena Falletti, docente e studiosa di diritto comparato, ci illustra come questa pratica è normata – o proibita – nei vari paesi di cui qui ci si occupa (Italia, UK, Ucraina, Canada, Stati Uniti e, nelle note, Israele). Ma non solo. Il testo si conclude con un contributo dello psichiatra Ettore Straticò, che fa un resoconto degli studi fatti fino ad oggi riguardo allo sviluppo psico-fisico dei bambini nati attraverso questa procedura e/o che vivono in famiglie omogenitoriali.

Credo sia un lavoro molto utile, per falciare come grano maturo molti pregiudizi che colpiscono questa tematica.
Infatti, pur trattandosi di una pratica a cui ricorrono principalmente coppie eterosessuali, spesso lo stigma è dovuto al fatto che la gestazione per altri consente anche alle coppie omosessuali di avere dei figli.
Io non vedo nulla di male in questo, ma ad ogni modo far passare il messaggio che sia una pratica alla quale ricorrono facilmente tante coppie gay, come provano a fare la destra o alcuni cattolici, è fuorviante e falso
.
Sono in realtà molto poche le persone che possono permettersi questo percorso, soprattutto per motivi economici e logistici. Non tutte le coppie, etero o gay, possono sostenere i costi della gestazione e dei viaggi e – nell’ultimo mese di gravidanza – del trasferimento temporaneo in un altro paese.
Perciò le orde di conservatori di vario tipo, che si oppongono alla GPA, perché temono che con agio molti omosessuali possano figliare, sono irrazionali, fino a scadere nel ridicolo.

Dal punto di vista morale, poi, c’è da dire che nel mondo occidentale le donne che offrono il proprio utero sono tutt’altro che donne sfruttate o donne che si prostituiscono. Se si va a leggere le loro storie, si scoprirà infatti che il denaro non è il motivo principale per cui partoriscono per altri e che ci sono requisiti ben precisi da dover soddisfare, per essere scelti per fare qualcosa del genere.
Il motivo è spesso profondo ed empatico. Si tratta di donne che hanno avuto in famiglia, o tra gli amici, casi di altre coppie che non sono riuscite a procreare e che hanno assistito al dolore che questo provocava. Altre volte, sono state proprio loro a non riuscire ad avere figli e ad essersi ripromesse, dopo aver ottenuto il desiderato primo figlio, di aiutare almeno un’altra coppia ad avere un bambino.
Nella quasi totalità dei casi (aggiungo io il quasi, perché anche se nel libro non è riportato, credo ci sia sempre un’eccezione che conferma la regola), sono più che consapevoli che il bambino che hanno in grembo non è il loro. Tuttavia, questo non significa che se ne disinteressino. Tutt’altro. Infatti, scelgono per chi partorire (quindi possono rifiutare persone che non le convincono) e spesso stabiliscono legami duraturi con le famiglie che aiutano. In ognuno dei casi riportati nel libro, inoltre, le portatrici (così sono chiamate le donne che partoriscono per altri) e le famiglie vogliono che il bambino conosca la propria storia e come sono nati e da chi.
Tra l’altro, l’esperienza tra le coppie e la portatrice è spesso così forte che le persone coinvolte rimangono in contatto.
Né si deve credere che queste donne siano macchine riproduttive. La natura ha i suoi limiti e anche loro si devono limitare a un paio di parti per altri e a qualcuno per sé, se hanno famiglia. Ciò che è interessante, è che spesso partoriscono sempre e solo per la stessa famiglia che hanno scelto, nel caso questa famiglia volesse un altro figlio. Insomma, si instaura un legame forte.

Allora, ci sarebbe da chiedersi, perché il compenso in denaro?
Beh, in realtà, una cosa su cui spesso non ci si sofferma nel dibattito, in Italia, è che molte di queste donne, durante il periodo della gravidanza smettono di lavorare
(si perché molte hanno un proprio lavoro e di sicuro nessuna lo fa per fame).
Ora, che sia GPA commerciale oppure altruistica, la coppia che si rivolge alle portatrici paga, in realtà, solo le spese mediche, che in America sono abbastanza elevate. Il resto del compenso va a coprire il fatto che, per nove mesi, non percepiscono alcun reddito, perché non esiste – in America – una cosa come il congedo di maternità pagato.

Questo è il quadro, con qualche piccola differenza da paese a paese.

Ora, le mie impressioni. A me non sembra una compravendita di bambini. Sembra – più che altro – che una coppia con un grande desiderio di genitorialità – cosa del tutto naturale per ogni creatura vivente, a partire dalle amebe, passando per criceti, trichechi, fino ad arrivare a coppie etero o omosessuali – decida di volere un figlio e di volerlo così tanto, da farlo effettivamente nascere tra tante difficoltà sia logistico-economiche che socio-culturali-legali (una volta tornati in patria). Ci vuole una grande consapevolezza e decisione, per affrontare tutto questo e a me non può in alcun modo sembrare un capriccio o un egoismo. Se non sarà amata e curata una creatura per la quale si è affrontato tutto questo, chi, allora, sarà amato e curato?
Questi – a mio avviso – sono gesti d’amore per il nascituro, che vengono messi in atto ancor prima che nasca.
In tutto questo, poi, queste coppie, che siano etero o omosessuali, trovano l’empatia di chi liberamente e consapevolmente si offre di aiutarli – le portatrici, appunto.

Trovo davvero incomprensibili quelle persone che, in Italia, volevano proporre la criminalizzazione internazionale della GPA. Cosa avrebbe di criminosa un’azione che riguarda la libera scelta di donne riguardo al proprio corpo e che in pratica fa nascere un bambino che sarà amato da coloro che si prenderanno cura di lui? In che modo una nascita, voluta da un gruppo consensuale di persone, può essere reato?
Perché si possono donare i reni, gli occhi, il sangue o altre parti del corpo, ed una donna non potrebbe scegliere di donare il proprio utero, per nove mesi, a una coppia desiderosa di avere un proprio figlio?

Molti parlano del fatto che un figlio abbia bisogno di un padre e una madre.
Ma questo non toglie il fatto, che impedendo la GPA anche le coppie etero non potrebbero accedervi. Le donne etero, che si rivolgono a una madre surrogata, spesso sono costrette a causa di problemi di salute gravi, come il tumore. Eppure sono riuscite a salvare i propri ovuli. Se una donna che empatizza vuole prendersi cura di quegli ovuli e consentire che diventino bambini nel proprio utero e poi affidarli alla madre genetica, quale male c’è?

Né sarebbe giusto, d’altro canto, consentire la GPA alle coppie etero e non alle coppie gay. Mi sembrerebbe pura e semplice discriminazione omofobica, basata sul presupposto errato che nell’omosessualità ci sia qualcosa che non va, o di sbagliato, o peccaminoso (ma poi, secondo chi?).

In questo, aiutano gli studi che lo psichiatra Straticò illustra a fine libro.
E sono importanti. Perché Mio Tuo Suo Loro, come ho detto, nasce nel 2016, anno dell’approvazione, in Italia, della legge sulle unioni civili. Una legge monca, purtroppo.
Infatti, il primo testo prevedeva anche la step-child adoption, l’adozione del figlio del partner
. A causa della destra e dei parlamentari “più cattolici”, si è dovuto rinunciare ad avere una legge completa, che tutelasse anche il diritto ad avere una famiglia, sia da parte di persone omosessuali, sia da parte di bambini che – in realtà – esistono già e che non hanno alcun riconoscimento giuridico, riguardante la genitorialità dell’altro adulto con cui vivono e stabiliscono un legame.
E fu proprio a causa del terrore della surrogacy, che il nostro parlamento non si è dimostrato all’altezza (non ancora). La destra paventava che orde di omosessuali prendessero aerei o salpassero verso i paesi americani o del sud-est asiatico, per comprare bambini da donne disperate, equiparate a prostitute o schiave. E si paventava la distruzione della famiglia tradizionale.
Ma il libro mostra che così non è. E più che il libro stesso, lo mostra la realtà, con la quale – prima o poi – tutti devono fare i conti.

Gli studi di psicologia mostrano che i bambini di famiglie omogenitoriali crescono – in realtà – come tutti gli altri bambini. Avere due padri o due madri non è peggio di avere un genitore solo, o un padre e una madre. Perché, in verità, nessuno nasce in una condizione ideale, e inoltre a fare davvero la differenza è la specificità di ogni singolo individuo, non il suo orientamento sessuale. Non starò qui, quindi, ad osannare le famiglie omogenitoriali rispetto a quelle eterogenitoriali. In verità, sia da un lato che dall’altro, ci possono essere bravi genitori e cattivi genitori.

Per portare avanti la propria visione del mondo, quindi, consiglierei ai conservatori di non farsi scudo dei minorenni, inventandosi teorie che non hanno riscontro scientifico ed empirico.
Si prenda ad esempio Sanna Marin. La giovane primo ministro della Finlandia, cresciuta con 2 madri: è eterosessuale ed ha avuto una brillante carriera ed ha avuto – “naturalmente” (notare il virgolettato) un figlio con un uomo. Se non basta lei – prova vivente – ad abbattere i pregiudizi, cosa serve?
Ed aggiungo che – anche se fosse stata lesbica come la madre – una volta che la comunità scientifica ha dichiarato che l’orientamento sessuale – di qualunque tipo sia – non è una malattia ed è normale – quale sarebbe stato il problema?
Direi, “agli omofobi l’ardua risposta”.

Dunque, per quanto riguarda la GPA (e i vari argomenti ad essa collegati) invito a leggere questo libro, che farà riflettere su dati di fatto e non su pregiudizi e conoscenze parziali.
Infine, per quanto riguarda quella parte del femminismo che ritiene inammissibile questa pratica (cosa che – in tutto il dibattito ad essa relativo – mi dispiace di più), mi è rimasta impressa la frase di una portatrice, che trovo molto vera e centrata: “Se le femministe non vogliono che nessun uomo decida sui loro corpi, io pretendo che nessuna donna decida sul mio“. Riflettiamoci tutti. Esseri liberi, che liberamente decidono di fare ciò che vogliono, senza fare male a nessuno, dovrebbero poter fare ciò che desiderano. Anche se quello che desiderano non ci piace. Ecco, su questo sono forse gli altri ad avere qualcosa da insegnare alla vecchia Europa. Perché la libertà non sta nel prendere decisioni che piacciano agli altri, ma nel rispettare noi stessi e le nostre predisposizioni, senza andare a ledere la sfera di libertà degli altri. Solo questo. Mettiamolo in atto più spesso nella nostra legislazione.

Libro consigliatissimo. Scritto con cura e dedizione e volontà di spiegare bene un fenomeno. E ci riesce. Questi sono i libri utili a migliorare la qualità dell’opinione pubblica. Dovrebbe essere letto da tutti. O, comunque, chiunque si esprime su questo argomento dovrebbe conoscere molte delle cose qui contenute. Non è con leggerezza e superficialità che si affrontano certe tematiche.

Il mio plauso a Serena Marchi.

– Giuseppe Circiello –

Vindiciae contra Tyrannos – Stephen Junius Brutus – Recensione

Le Vindiciae contra Tyrannos, sono un pamphlet politico del secolo XVI, di attribuzione incerta. L’autore di questo trattato, Stefano Giunio Bruto, non esiste. Si tratta di uno pseudonimo, dietro al quale si pensa si celino due persone: il teologo e politico Philippe Duplessis-Mornay e il politico Hubert Languet, entrambi ugonotti.

L’argomento è la tirannia e il diritto naturale, di un popolo, di liberarsi dalla tirannide, anche con mezzi violenti, quando un re non persegue più il bene della collettività, ma solo il suo bene personale; cosa che spesso si traduce in scelte inique, che impoveriscono la popolazione o creano animosità, persecuzioni e guerra civile.

E’, questo, uno scritto molto importante, poiché anticamente si credeva che il re avesse potere decisionale assoluto e direttamente derivato da dio. Era, infatti, considerato quasi un sacrilegio ribellarsi ad un re (o comunque i monarchi avevano interesse a diffondere questa interpretazione).

Così, l’autore, o gli autori, di questo pamphlet, spinti dal contesto storico e sociale in cui vivevano (quello delle guerre religiose in Francia, tra cattolici e ugonotti), mettono mano alla Bibbia e ai vari episodi in essa raccontati (soprattutto relativamente all’istituzione della monarchia di Saul – e poi Davide – in Israele), per affermare che la sovranità di uno stato appartiene al popolo e che un re non solo a dio, ma anche al popolo deve rendere conto.

In più, è qui affermato che il popolo tutto ha, in realtà, più potere del solo re e che principi stranieri hanno il diritto, se non il dovere di intervenire, per fermare l’opera di un governo iniquo.

Affermazioni del genere, nel 1579, anno di pubblicazione delle Vindiciae contra Tyrannos, erano in parte inedite e in parte incendiarie. Sicuramente erano avveniristiche. E molto hanno influenzato i pensatori e i teorici dello stato e i filosofi politici successivi (da Locke ai padri costituenti americani).

Ovviamente, nascendo in ambito di guerre di religione (questo pamphlet segue il terribile massacro della notte di San Bartolomeo, dove vennero trucidati migliaia di ugonotti) una parte delle argomentazioni verte anche sul rispetto delle norme divine/bibliche e del patto tra il re e dio, e il popolo e dio. Ma non poteva che essere così, dato il tempo e il contesto in cui questo libro è stato scritto.

Trovo, tuttavia, universali le sue riflessioni sul secondo aspetto su cui si sofferma – e che forse oggi ci riguarda più da vicino – ovvero il rapporto tra “sudditi”/popolo e re/governo.

E devo, inoltre, riconoscere agli autori che, nonostante anch’essi siano probabilmente scampati alla strage di San Bartolomeo, o ad altre persecuzioni, il loro richiamo a deporre, con la forza, i tiranni è non privo di una certa moderazione. Infatti, cosa che non mi aspettavo, secondo gli autori un comune cittadino non avrebbe alcun potere di attentare alla vita o al regno del tiranno. Sono i magistrati e le figure politiche di rango via via inferiore ad avere l’autorità di chiamare alle armi i cittadini; o – al massimo – la liberazione può avvenire su iniziativa o aiuto di un principe straniero.

Com’è vero che grandi tragedie o ci peggiorano o ci migliorano! Considerando come la Francia (ma anche il resto d’Europa) sia stata colpita dalla piaga delle guerre di religione, trovo che questo pamphlet, all’epoca, fu una prima pietra verso la costruzione di un pensiero democratico e moderno e moderato. Uno sforzo necessario del pensiero umano, che ha poi portato alla creazione di altre opere fondamentali, che hanno modellato lo stato europeo/americano/occidentale.

E’ un peccato che l’abbia dovuto leggere in inglese ed in e-book. Non per la lingua, che fortunatamente conosco bene, ma perché sarebbe bello che tali opere, anche se superate, obsolete, di nicchia – chiamatele come volete – siano sempre reperibili. Dopotutto sono state un tassello nella storia del nostro modo di pensare e nell’evoluzione della nostra civiltà.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Vindiciae Contra Tyrannos – 1 – LEGGI
Citazione da Vindiciae Contra Tyrannos – 2 – LEGGI

Il Servo Jernej e il suo Diritto – Ivan Cankar – Recensione

Il servo Jernej e il suo diritto è un racconto dello scrittore e poeta sloveno Ivan Cankar. Quest’opera è considerata il suo capolavoro; ed effettivamente la prima cosa che devo dire a suo riguardo è che la scrittura di questo centinaio di pagine è magistrale.

E’ necessario uno scrittore di qualità per affrontare bene ed esaurientemente tanti temi in modo conciso. Attraverso la disavventura dell’anziano contadino Jernej, Cankar illustra, perfettamente, come sia lo stato che la chiesa del tempo non tutelassero minimamente i diritti delle classi più povere e in particolare dei lavoratori e contadini. Ed impossibile da trovare era un conforto che sapesse di giustizia.

La storia è semplice, ma ricca di spunti. In pratica, dopo aver fatto sorgere col proprio sudore una fattoria e coltivato i campi per tutta la vita, insieme al suo padrone, Jernej – alla morte di questo – verrà allontanato dall’erede, senza un reale motivo e senza alcuna pietà per la vecchiaia del servo.

Da qui parte la ricerca di giustizia da parte del religiosissimo Jernej. La cercherà nei tribunali, nelle chiese, tra la gente comune, interpellando passanti e bambini, chiunque. E nonostante la sua cieca fiducia nella legge civile, nelle leggi divine e nel cuore degli uomini, il povero contadino non troverà nessuno che lo prenda seriamente o si schieri dalla sua parte. Tutti ritengono che il padrone abbia un diritto assoluto di cacciare Jernej, benché tutto ciò che esista in quella tenuta sia opera del sudore e della fatica di anni di lavoro del protagonista.

Il finale è un climax, che si concluderà in modo tragico, con uno Jernej la cui fede nell’umanità e nel divino sarà completamente spezzata. Ci sarà soltanto la disfatta di Jernej, il tramonto di ogni speranza, la vendetta e la orribile e triste sua morte, senza giustizia alcuna.

Il tutto è scritto in modo semplice e diretto e tocca davvero molti temi: i diritti dei lavoratori, la fede, la solidarietà (e la sua assenza), il valore degli anziani e il rispetto loro dovuto, e la mancanza di giustizia nel mondo (parola che ritorna spesso nel testo, come se fosse l’acqua disperatamente ricercata da un assetato).

Io credo che Cankar voglia ammonirci e dirci che la giustizia non è scontata. Esiste solo se noi tutti ci impegniamo a far sì che esista. Richiede la nostra costante attenzione e azione ed empatia e apertura ad ascoltare e valutare differenti situazioni e motivazioni. Solo la nostra coscienza attiva la può portare all’interno di un sistema economico e sociale.

Un racconto cupo, ma che può insegnare davvero tanto a tutti noi, sia su come comportarsi col prossimo, sia sulla necessità di creare tutele per i più deboli.

Cankar scriveva all’inizio del 1900. Da allora molto è stato fatto. Ma direi che nel frattempo molto è stato anche disfatto. Oggi più che mai questo racconto è attuale e bello. Dovrebbe essere riscoperto e spero proprio non si perda nell’oblio della storia.

E dovremmo proprio cercare di prestare attenzione agli ultimi, proprio come Ivan Cankar ci chiede di fare. Si trova ancora in e-book e in qualche copia usata, edita decenni fa. Lo consiglio. E – personalmente – spero di leggere anche qualche altra cosa di questo autore.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Servo Jernej e il suo Diritto – 1 – LEGGI

Ragazzi di Vita – Pier Paolo Pasolini – Recensione

Con Ragazzi di Vita, pubblicato nel 1955, Pier Paolo Pasolini debutta come autore di romanzi. E lo fa con forza, scegliendo di parlare del degrado – economico e morale – in cui viveva la classe sottoproletaria nell’immediato dopoguerra.

Il romanzo è ambientato nelle borgate romane e il linguaggio scelto è proprio quello parlato lì (un misto – in verità – tra italiano e dialetto romano, dove quest’ultimo è utilizzato principalmente per i dialoghi dei personaggi).

Così, descrivendoci le giornate di espedienti, miseria, e crimini, di un gruppo di adolescenti lasciati a sé stessi, sia dalle famiglie disfunzionali, sia dallo stato, Pasolini lancia il suo j’accuse ad una società impegnata
più a ricostruirsi formalmente (e male), che sostanzialmente
. Poiché, mentre le borgate col passare del tempo cambiano aspetto, portando la modernità – con tutti i suoi pregi e anche gli inquinanti difetti – la ferita esistenziale di una generazione colpita dalla guerra e dalla successiva miseria è eterna… e non basta metterci sopra un poco di stucco.

Questo libro ha subito un processo per “oscenità”, perché mostrava la prostituzione maschile. Mi chiedo però cosa abbia mai fatto, per evitare questi fenomeni, la società che voleva processare Pasolini. Questi sono terribili corto-circuiti, che purtroppo si verificano anche oggi. La gente si indigna contro chi mostra i problemi, invece di indignarsi per i problemi.
Una società sana, che vuole davvero migliorare, dovrebbe evitare un tale modus operandi e ringraziare tutti i grilli parlanti di questo pianeta.

Il libro è piacevole (benché a volte Pasolini sia un po’ ripetitivo) e va letto: e racconta di fenomeni giovanili e sociali, che ritengo essere stati reali fino a un paio di decenni fa – e che in qualche periferia ancora si trovano, anche se in diverse forme. Ho conosciuto persone, quando ero alle medie, che si comportavano in modo molto simile a questi “ragazzi di vita”… con l’unica differenza, che durante le ore mattutine erano a scuola. Ecco, la scuola ha fatto miracoli per ridurre queste situazioni. E dovrebbe essere sempre fortificata, dandole più mezzi e importanza… chi riduce le risorse per la scuola, attenta alla salute di tutta la società.

Questo è stato il mio primo incontro con Pasolini… e credo che leggerò sicuramente altro.

– Giuseppe Circiello –

Il Manifesto del Partito Comunista – Karl Marx e Friedrich Engels – Recensione

Il Manifesto del Partito Comunista, di Marx ed Engels, mi ispira sentimenti contrastanti. Da un lato, provo grande ammirazione per la capacità analitica degli autori, ma dall’altro lato non posso che prendere le distanze dal loro tono e dalle conclusioni a cui giungono.

Distinguerei, infatti, l’analisi storico-economica, davvero lucida e scientifica, dalle proposte politiche.

La descrizione del mercato del lavoro affascina e sembra quasi di leggere un libro profetico, perché molte delle storture, che avvengono anche oggi all’interno del mondo del lavoro sono qui ben descritte. E questo è sicuramente un lascito prezioso per i posteri ed ha contribuito a creare una coscienza di classe, rendendo i proletari di tutto il mondo consapevoli della propria forza politica.

Ma quando si passa dal piano descrittivo a quello attivo, quando si deve decidere cosa farne della forza politica del proletariato, io non posso che prendere le distanze. Il tono e le parole del Manifesto del Partito Comunista non lasciano spazio a molti dubbi: per Marx ed Engels la rivoluzione comunista doveva essere imposta anche con la violenza e chi non era d’accordo col nuovo corso sarebbe stato considerato da loro come un ribelle (mentre i socialisti per loro erano stupidi e/o ingenui).

Non va. Perché questi sono i semi del totalitarismo. Il mondo che viene prospettato è un mondo che vuole imporre persino i propri valori, negando l’universalità – e la legittimità – di tutto ciò che ad esso non si confà.
E io non accetterò mai nessun sistema che vuole istituzionalizzare l’inimicizia verso la diversità di fini ed opinioni (quando fini e opinioni non vogliono ledere nessuno).

E benché io sia consapevole che certi toni e parole sono figli di un contesto ben preciso, ritengo, tuttavia, che sia utile criticare questo testo al di fuori della sua dimensione storica… proprio per evidenziare le sue storture ed elogiare, invece, ciò che può essere universalmente accettabile.

Tra l’altro, ciò che non mi è mai particolarmente piaciuto di riflessioni simili (e penso anche alla Repubblica di Platone, oppure all’Utopia di Tommaso Moro etc etc…) è che il filosofo di turno – benché pensare sia il suo mestiere – semplifica troppe cose. Ma la realtà è complessa e anche l’ideologia deve esserlo. Non si può pretendere di piegare la complessità della realtà ai limiti creativi dell’essere umano. Dev’essere il contrario. E’ il filosofo che deve espandere la propria semplice ideologia e renderla sempre più complessa.

Questo per dire che non mi si può parlare del proletariato, come se tutti i proletari volessero le medesime cose. E proprio per questo nessun sistema può essere imposto.

Opere simili possono dare delle buone idee, se chi le scrive ha l’umiltà di sperare che non siano mai messe in pratica al 100%.
Ogni ideologia applicata al 100% non è altro che schiavitù.
E non mi si può venire a dire che la schiavitù è la nuova libertà.
Questa è possibile solo in sistemi misti e pluralisti
.

Dette queste cose, spunti positivi – come scritto più su – ci sono e me li tengo cari.
Preferendo – personalmente – un socialismo democratico (aperto a buone idee liberiste).

– Giuseppe Circiello –