Il Ventre di Napoli – Giuliana D’Ambrosio – Recensione

Risultati immagini per il ventre di napoli giuliana d'ambrosioParlare di questo libro, credo, mi inimicherà quelle orde di filo-borbonici, di indipendentisti e meridionalisti, che hanno sempre visto nell’unità d’Italia la fine del glorioso Regno delle Due Sicilie.

Eppure – sì – qualcosa – pur amara – la devo dire. E questo libro va letto! Perché tratta di una realtà storica, che è meglio non dimenticare. E questa verità è la seguente: le paturnie della popolazione napoletana e duo-siciliana non sono dovute (solo) all’unificazione nazionale e alla creazione dello Stato Italiano.

Spesso sento narrare i nostalgici di come, prima dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie  fosse ricco, prospero e all’avanguardia, sia nelle arti, che nella scienza, una realtà in grado di segnare parecchi primati e di eccellere nelle più disparate discipline. Come negarlo? E’ vero e non potrei esserne più consapevole, dato che la parte monografica del mio esame di Storia Moderna verteva proprio su questo.  Ma chi ama Napoli e la vuole difendere, reclamandone un’identità che va oltre quella italiana, allora deve dire le cose completamente e accettare anche tutti i lati negativi della storia della città (e del Regno). Perché le rose hanno le spine e Napoli, bellissimo fiore, ha tantissime spine!

Molti dei mali che ancora oggi affliggono la città si svilupparono e/o continuarono a prosperare sotto il regno borbonico – il quale, di fronte all’accumularsi di criticità varie, si dimostrò cieco, lassista e non in grado di risolvere, con interventi strutturali, i mali della città e dei napoletani. Perché ciò che manca sempre, quando si elogia la mia cara città, è un riferimento alla qualità della vita della gente comune e dei ceti meno elevati? Qualcuno dovrebbe proprio farsi questa domanda e darsi una risposta. Io – per quanto mi riguarda – vi dirò che la qualità della vita dei meno abbienti era pessima.

I re borbonici – pur avendo idee illuminate – non hanno migliorato la vita degli strati popolari e tutta l’arte e tutta la scienza che hanno portato è stata – a mio avviso – un’operazione auto-celebrativa (oggi divenuta – tuttavia – utile grazie al turismo).

Penso, sinceramente, che il livello di civiltà e capacità di una classe dirigente si veda dall’impegno che questa mette nell’aiutare i più bisognosi, in modo tale da sollevarli dal loro disagio. Quindi non elemosine, ma politiche mirate e profonde. E queste sono mancate.

In tal senso, il quadro che dipinge la D’Ambrosio è impietoso. Per secoli, e – sottolineo  – ben prima dell’unità italiana, i regnanti hanno lasciato crescere e prosperare il popolo nell’ignoranza, nell’estrema miseria e nella sporcizia. Nei fondachi e nei vicoli di Napoli, la popolazione ha – sarò scurrile – vissuto nella merda, bevuto acqua di pozzo contaminata dai liquami delle latrine adiacenti, camminato e dormito tra i liquami, spesso scaricati anche per strada, respirato esalazioni mefitiche; i cittadini, in stradine strette, buie e poco areate sono stati a contatto con le sostanze inquinanti e tossiche delle fabbriche, hanno vissuto ammassati in case troppo piccole e spesso privi di adeguata nutrizione e persino di posti letto. Molti dormivano anche per strada, sotto le panchine, coperti come meglio potevano.

E’ questa situazione, che si è creata durante i secoli, aggravandosi nel 1800, che ha portato, durante le epidemie di colera di fine ‘800 inizio ‘900, alla morte di decine di migliaia di persone. Da napoletano che ama la sua città, io non posso chiudere gli occhi. Né mi sembra giusto incolpare l’Italia di questo. Perché ci vogliono secoli per costruire le polveriere. E perché poi è un dato di fatto che il Risanamento, per quanto non riuscito completamente – e in alcune zone non riuscito per nulla – sia stato portato avanti dallo Stato Italiano e non da quello Duosiciliano.

L’Italia, che è nata da una guerra di espansione del Piemonte, ha sicuramente tolto molto al Meridione – non lo nego affatto, così come non nego che le politiche per il Mezzogiorno d’Italia siano state e sono tutt’ora inefficaci. Ma non ci sto a dare la colpa del ritardo del Sud esclusivamente ai Savoia prima e alla Repubblica poi. L’Italia non ha solo tolto, ha anche cercato di dare… e la responsabilità di tanti ritardi economici, infrastrutturali e culturali è da ascrivere anche a tutto ciò che è venuto prima del 1861; senza dimenticare i tanti politici meridionali corrotti e/o inadeguati, che non hanno saputo far valere gli interessi del loro territorio.

Questo libro – il cui titolo omaggia la più celebre opera di Matilde Serao – forse non piacerà a filo-borbonici e indipendentisti. Ma a me è piaciuto molto, perché ci ricorda che spesso la colpa non è degli altri in modo esclusivo. Ma è anche nostra. Bisogna evitare le convenienti omissioni ed essere sinceri. Ben venga – quindi – questo viaggio nel ventre di Napoli. I dati, i fatti e le date parlano. Ascoltiamoli.

– Giuseppe Circiello –

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Tutti i Racconti – Anton P. Čechov – Recensione

Risultati immagini per cechov tutti i racconti il fiammifero svedese burQuesta raccolta di racconti di Anton P. Čechov (intitolata Il Fiammifero Svedese) mi fu regalata un Natale di non ricordo più quanti anni fa. Mi ha atteso per anni e anni, poiché – ammetto – non vado matto per questo genere di pubblicazioni; adoro romanzi, saggi e poesie principalmente. Anche i racconti, in realtà, solo che il problema delle raccolte è che, leggendo tante storie brevi una dopo l’altra, si tende a non prestare la dovuta attenzione a tutte le novelle, e ad avere tante vicissitudini e personaggi in testa. Per cui, per gustarle davvero, o si leggono tutte insieme, lentamente, oppure a puntate, in settimane, mesi, anni. E non c’è nulla di male – solo che non è il tipo di lettura che gradisco di più.

Ad ogni modo, il suo tempo è arrivato, infine: l’ho letta, piano, gustandomela, e l’ho gradita.

Che Čechov fosse un grande scrittore, d’altra parte, lo avevo già potuto appurare, quando lessi Il Giardino dei Ciliegi. Mi rimanevano da notare le differenze o le similitudini tra il suo modo di comporre per il teatro e il suo modo di comporre per la prosa.

Quello che posso dire è che lo stile rimane molto asciutto. Soprattutto per quanto riguarda le descrizioni, l’influenza del teatro si fa sentire sensibilmente: con poche parole vengono descritti ambienti e caratterizzate persone – il che rende evidente la maestria sia descrittiva che narrativa dell’autore.

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Anton P. Čechov (1860 – 1904)

Le vicende narrate, ironiche e satiriche, sono un ottimo ed impietoso sguardo rivolto ai difetti, alle inanità e alle ipocrisie sia umane che della Russia zarista.

Forse l’unica cosa che non mi ha propriamente esaltato di questa raccolta – premesso che come in ogni libro di questo genere ci sono racconti più riusciti e altri meno – è il fatto che le molte storie narrate sono un po’ tutte uguali nel modo di svolgersi: spesso c’è un protagonista che si lamenta di qualcosa, il quale – per quanto faccia o dica – dovrà affrontare un epilogo non propriamente felice.

Ecco, mi sarei aspettato un po’ più di varietà da questo punto di vista, ma comunque non ritengo ciò molto grave. Il libro è piacevole e alcuni racconti sono molto carini. Non rimpiango di averlo letto e sono contento di aver conosciuto un po’ meglio Čechov.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Il Fiammifero Svedese / Tutti I Racconti – 1 – LEGGI

Creature Luminose – Martin Suter – Recensione

Creature Luminose, dello scrittore svizzero Martin Suter, è un romanzo che affronta il tema dell’ingegneria genetica. Mi è bastato vedere un piccolo elefante rosa in copertina e leggere la trama del libro, per esserne incuriosito e così, essendo disperatamente in cerca di qualcosa di interessante da leggere, l’ho comprato.

Purtroppo, però, non si è rivelata una scelta particolarmente felice, poiché, sebbene basato su un’idea suggestiva, Creature Luminose risulta semplicistico, se non banale. La trama, infatti, è degna di un “fatterello“, la caratterizzazione dei personaggi rasenta il minimo sindacale (personaggi statici e piatti), i dialoghi risultano essere poco più che vestigiali e la divisione in capitoli brevissimi, più che aiutare, danneggia la lettura, in questo caso (poiché ritengo che se si fosse impegnato e avesse scritto capitoli più lunghi, forse avrebbe approfondito meglio tutti gli aspetti deludenti da me elencati). Tra l’altro, sono più di 300 pagine in cui succede ben poco. Tutto troppo diluito, anche se è chiaro che Martin Suter abbia tentato di costruire una narrazione dinamica (non riuscendoci).

Un vero peccato, perché questo romanzo poteva essere molto di più. Quello dell’ingegneria genetica è un tema delicato, che in futuro sarà molto rilevante e, credo, meritasse più impegno. Ritengo inoltre una scelta discutibile l’aver cambiato il titolo dalla versione svizzera alla versione italiana. In tedesco Suter ha intitolato il libro Elefant. E sarebbe stato giusto così, anche nella nostra lingua, dato che il protagonista è un mini elefante rosa fluorescente e – in generale – i pachidermi hanno un ruolo centrale. L’averlo chiamato Creature Luminose, invece, fa credere che il focus dell’opera sia molto più ampio… e non lo è. Certo, si parla di altri esperimenti genetici e di glowing animals, animali che brillano al buio, ma solo come contesto, sfondo, in cui inserire l’elefantino Sabu-Barisha.

Questo libro mi ha lasciato ben poco. Però, va detto, adesso conosco cose sulle imeni delle elefantesse che non potreste immaginarvi!

– Giuseppe Circiello –

Tempo di Uccidere – Ennio Flaiano – Recensione

Risultati immagini per tempo di uccidere ennio flaianoPubblicato nel 1947, Tempo di Uccidere fu il solo ed unico romanzo che Ennio Flaiano abbia mai scritto. Una fatica letteraria importante e chi gli valse anche la prima edizione del Premio Strega: il premio letterario italiano più prestigioso.

E’ la storia di un tenente dell’esercito italiano, che viene chiamato a servire in Abissinia/Etiopia al tempo del nostro “colonialismo straccione (come erano soliti chiamare – all’estero – quello italiano). Qui, per vari motivi che non svelerò, questo giovane uomo commetterà un omicidio e per tutta la durata del libro tenterà di tenerlo nascosto e di sfuggire alle conseguenze di quest’atto. Come finirà? Non si può rivelare senza rovinare il piacere della lettura!

Si può però parlare di cosa insegna il libro al lettore da un punto di vista morale. Ecco, personalmente ho apprezzato come Flaiano mostri la creatura umana in tutta la sua piccolezza, quando viene posta di fronte a se stessa dal corso impetuoso degli eventi. Possiamo davvero crogiolarci nelle nostre riflessioni e paure, ritenendole immense, ritenendole il centro dell’universo, e scoprire, dopo inenarrabili patemi d’animo, che non avevamo capito niente, che avevamo sbagliato tutto. Con questo romanzo l’autore ci ricorda che a volte non rimane che mettersi in discussione profondamente, soprattutto quando ogni nostro limite si è palesato. Solo arrendendoci a questo meccanismo della vita potremo poi cercare di migliorarci.

Con Tempo di Uccidere Flaiano ci dice di tenere ben presente che la paura, la superficialità e l’egoismo distorcono la nostra percezione del reale e rischiano di portarci all’autodistruzione, intesa sia individualmente – a livello del singolo – che universalmente – a livello di umanità.

Fortunatamente, per regalarci anche un po’ di speranza, lo scrittore non dimentica di inserire anche figure che mostrino come i piccoli, deboli, i vinti, gli umili possano essere immensi e ben diversi e – spesso – ben più coraggiosi di chi, con le armi, tenta di imporre se stesso.

– Giuseppe Circiello –

E’ Femmena o è Nicola?! – Carlo Guarino – Recensione

E' Femmena o è NicolaE’ femmena o è Nicola?!, di Carlo Guarino (o Guarini), è una commedia napoletana, ambientata a Castellammare di Stabia.

L’autore, noto commediografo del diciannovesimo secolo, si inserisce qui nel filone della commedia degli errori e – dunque – il lettore-spettatore viene intrattenuto da una serie di equivoci, che si creano tra i personaggi, e che andranno via via a metterli sempre più in difficoltà, fino al momento della felice soluzione finale.

Il clima ironico è indubbiamente favorito dall’utilizzo della lingua napoletana che – nel secolo in cui scrive Guarino – era sicuramente usata dai parlanti con una maggiore varietà di termini, che la distinguevano dall’italiano (che pure è presente nel testo ed è parlato da chi ha una maggiore estrazione sociale e culturale). La teatralità insita nel napoletano e nelle sue intonazioni solari, sempre ricche di pathos, rende la lettura un vero piacere e davvero ci si può figurare la vicenda come svoltasi, se non davanti ai nostri occhi, di sicuro davanti alle nostre orecchie.

La vicenda dell’amore tra Don Federico ed Adelaide, la Baronessa di Acquachiara, e tra Pulcinella e Giulietta, si concluderà bene, per non privare il pubblico del lieto fine e del clima positivo che permea tutta l’opera. Queste cose vanno così e – credo – valgano molto. Far sorridere è molto più difficile che far piangere, si dice… e ad ogni modo, il pubblico a cui è rivolta la commedia merita sicuramente la sua piccola evasione dai problemi della vita quotidiana.

Eppure, benché il fine ultimo dell’autore sia quello di divertire il pubblico, non ho potuto non notare la difesa che fa Pulcinella dell’abbraccio che “Nicola” gli rivolge, prima che,  più avanti nel dipanarsi della trama, scoprisse la sua vera identità (si, “è femmena“). La celebre maschera napoletana, infatti, pronuncia la seguente frase: “Oh! E che fa? Nuie simm’uommene e uommene; nun nge sta sta nient’ ‘e male. Ecco, anche se  Guarino ha inserito questa scena solo per creare una situazione comica, non credo assolutamente che noi oggi possiamo interpretarla altrettanto leggermente. Atti e parole rivelano il pensiero di non solo di un personaggio, ma di una società. E un lettore attento troverà nella frase di Pulcinella il grande spirito di tolleranza e accoglienza della mia città (dove peraltro il “femminiello” del folklore è una figura positiva). Pulcinella è l’anima di Napoli, la sua voce più popolare ed ecco… mi ha fatto davvero piacere la sua reazione e mi inorgoglisce.  E se penso a come oggi alcune fasce della nostra popolazione si stiano allontanando dalla nostra tradizionale apertura di pensiero (di origine – almeno – greca). Ma vabbé, questo è un altro discorso…

Finita la lettura, il mio unico rammarico è solamente che “E’ femmena o è Nicola?!” sia solo il primo libro in napoletano che leggo. Così come sono egualmente rammaricato di non aver saputo, fino a pochi giorni fa, chi fosse Carlo Guarino. Pago qui un mio gusto principalmente esterofilo. Ho letto molto anche di autori italiani, ma ho comunque sempre preferito leggere ciò che avevano da dire gli scrittori più lontani dalla mia realtà. Ma rimedierò. Ultimamente amo molto questa lingua e ne apprezzo musicalità e “umore”. E da figlio di Napoli è forse giunto il momento di approfondirne un po’ la produzione letteraria.

Spero che le commedie di Carlo Guarino siano edite o di nuovo edite (io ho comprato E’ femmena o è Nicola?! su una delle storiche bancarelle di libri usati tra Port’Alba e Piazza Dante, Napoli) e – soprattutto – messe in scena.

– Giuseppe Circiello –

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Galileo – James Reston – Recensione

Galileo - James RestonTra le cose più belle lette recentemente, c’è sicuramente questa biografia di Galileo, scritta da James Reston. E devo ammettere che rimpiango d’averla letta solo in questi giorni, avendola avuta a disposizione tra i miei libri per anni. Non credevo potesse rivelarsi così avvincente, ma sono contento di essermi sbagliato. D’altra parte, se ci avessi riflettuto un po’ su, mi sarei reso conto che la vita dell’uomo che ha inventato la scienza moderna,  fornendo anche all’umanità le prove che confutavano la teoria geocentrica, non poteva che essere appassionante.

Il resoconto della vita di Galileo Galilei è stato scritto in modo ottimo da James Reston. E’ forse la migliore biografia che ho letto finora, insieme a quella di Cristoforo Colombo. L’autore sa davvero come si redige un libro di questo tipo. Il testo non inizia immediatamente con la nascita del celebre scienziato toscano, ma ci parla prima un po’ del contesto in cui sarebbe nato, del padre musicista e della madre esigente (in termini pecuniari), della corte del granducato toscano e dello Zeitgeist, direbbe qualcuno, ovvero dello spirito del tempo. E’ stata una scelta che mi è piaciuta, anche perché Reston ha saputo misurarla.

Dopodiché il libro ci parla di Galileo, dei suoi primi anni di vita e dei suoi primi studi, presso l’abbazia di Vallombrosa, che lo vide vestire anche abiti da novizio (fortunatamente il padre lo salvò dall’ordinazione all’ultimo momento), degli studi universitari a Pisa, dove si distinse sia per genio che per arroganza, delle lezioni private, date per aiutare se stesso e la famiglia, dei successivi tentativi di insegnare all’università, finché non ottenne la prestigiosa cattedra di Padova, in cui fu professore di matematica.

E benché anche a Pisa avesse insegnato e anche iniziato a distinguersi come inventore, fu proprio la Serenissima Repubblica di Venezia, che gli diede la possibilità di far fiorire il suo genio al massimo. Qui, Galileo insegnava a giovani provenienti da tutta Europa e, nel frattempo, portava avanti studi ed esperimenti su una molteplicità di discipline scientifiche, spesso sperando di poter guadagnare qualcosa, grazie alla propria genialità (la sua famiglia, infatti aveva sempre bisogno di denaro e anche Galileo, da questo punto di vista pareva insaziabile). Mentre si metteva in contatto coi principi italiani, per aiutarli a risolvere problematiche relative all’ingegneria bellica, Galileo oltre ai suoi esperimenti, non trascurò certo di addentrarsi nella vita mondana-culturale. In questi anni conobbe Paolo Sarpi, Giovanni Francesco Sagredo e molti altri nobili e clericali veneziani e non, coi quali amava intrattenersi e discorrere sia di argomenti scientifico-letterari, che di cose ben più leggere. E fu tra l’altro in questo periodo della sua vita che conobbe la madre dei suoi figli (che non sposò).

Satelliti medicei
I satelliti medicei, scoperti da Galileo: Io, Europa, Ganimede e Callisto

La più grande svolta della sua vita avvenne quando inventò il telescopio. Invenzione che non solo poté vendere a nobili di Italia ed Europa, ma che gli permise – una volta perfezionata – di osservare il cielo con una potenza mai immaginata prima dagli esseri umani. A quel punto molte convinzioni dell’epoca franarono e Galileo, che già da tempo era convinto dell’esattezza della teoria eliocentrica copernicana e che intratteneva una corrispondenza con Keplero, iniziò – coi propri lavori – a portare le prove tangibili che avrebbero rivoluzionato il mondo, sconvolgendo la visione celeste propugnata dalla Chiesa, da Aristotele e da Tolomeo. E qui commise anche l’errore più grande della sua vita: abbandonò la Repubblica di Venezia, dove il giogo papale era lieve, per tornare in Toscana, al servizio del granduca mediceo. Ma il papato aveva una forte influenza sul granducato e questo sarebbe stato fatale all’anziano Galileo.

Infatti, benché Galileo fosse un cattolico credente e rispettasse enormemente l’autorità ecclesiastica, cercando e ottenendo l’imprimatur (il permesso di stampare i propri libri) dell’Inquisizione, egli finì con l’essere perseguito e perseguitato dei suoi nemici, che lo accusavano di propagandare teorie eretiche.

Qui, va detto, che si deve aprire una parentesi sulla chiesa romana. E’ incredibile come anche davanti all’evidenza dei propri occhi, cardinali, papi e clericali abbiano preferito inventare le tesi più assurde, pur di continuare a interpretare letteralmente la Bibbia. Io credo che, davanti all’evidenza dei fatti, la cosa più intelligente e sana da fare sia accettare di trovare nuove interpretazioni, che possano accordarsi con la realtà. E se non lo si è fatto, non è giustificale né la chiesa, né l’essere umano del tempo. Un po’ perché la chiesa continua anche oggi a seguire tradizioni (discriminanti a volte) basate su convinzioni obsolete (e di certo non sull’ “ama il tuo prossimo come te stesso“), quando le basterebbe solo fare i conti coi fatti e aggiornarsi (certo con Galileo ci hanno messo 300 anni a riconoscere di aver sbagliato). E un po’ perché se capire certe cose fu possibile a Galileo, Copernico, Keplero, Giordano Bruno e sì, anche a numerosi esponenti del clero dell’epoca, allora non si capisce perché dovremmo giustificare – storicamente – il fondamentalismo della curia romana del 1600. Bruciare scienziati e i loro libri, dissidenti ed eretici… ve lo immaginate Gesù con la fiaccola in mano?

Macchie Solari
Galileo scopri e studiò anche le macchie solari

Ma torniamo a Galileo… I suoi libri, come il Saggiatore e il Dialogo sopra i Due Massimi Sistemi del Mondo, gli procurarono sia la conferma della fama internazionale, che ormai aveva acquisito, sia un vespaio di acerrimi nemici – in pratica gesuiti e domenicani – che vedevano nelle tesi dello scienziato un pericolo per l’autorità della Chiesa Cattolica e delle Sacre Scritture. Va detto che Galileo non aveva un carattere semplice e questo si riversava nella sua scrittura, che tendeva a dileggiare coloro i quali egli ritenesse ignoranti. Forse con un profilo più basso non sarebbe stato denunciato e poi processato e umiliato.

Non condanno Galileo per avere abiurato. E’ riuscito comunque – da uomo intelligente qual era – ad esportare in segreto il suo Dialogo all’estero, facendolo tradurre in latino, per una maggiore diffusione tra gli studiosi. E anche negli ultimi anni di prigionia, prima a Siena, poi ad Arcetri, non ha comunque mai smesso di studiare e scrivere.

Galileo Galilei non è stato un santo, né un martire della scienza. Ma ad essa ha comunque dato molto e per essa ha comunque molto sofferto (non è che solo morendo si è vittime di profonde ingiustizie). E della sua vita, sia privata che pubblica, e della nascita e dello sviluppo della scienza e della lotta tra scienza e fede cieca, James Reston ci ha restituito un quadro bellissimo. E’ una lettura che consiglio assolutamente!

– Giuseppe Circiello –

Il Disperso di Marburg – Nuto Revelli – Recensione

Il disperso di marburg - nuto revelliToccante testimonianza in forma di diario, Il Disperso di Marburg, di Nuto Revelli, racconta il tentativo (riuscito) di scoprire l’identità di un soldato tedesco a cavallo, dato per disperso nelle campagne di Cuneo, nel Giugno 1944.

La curiosità dello scrittore venne destata dai racconti degli abitanti del luogo. La figura di Rudolf Knaut (il nome del “disperso di Marburg“) assumeva qualità insolite. Sembrava essere il prototipo del “buon tedesco“; distante dal terribile immaginario che tutt’oggi evocano parole come SS e Wehrmacht. Ed è per sapere la verità su quel soldato che, tra il 1986 e il 1993, lo scrittore e i suoi amici e collaboratori si dedicarono ad una intensa opera di ricerca, affidandosi a fonti orali (interviste) e fonti scritte (gli archivi di stato di Berlino e Friburgo).

E’ un diario pervaso di dolore. E speranza. La speranza di trovare anche dall’altro lato delle barricate umani simili a noi. Necessità che porterà Revelli a raccontare anche di se stesso, delle sue esperienze in Russia e come partigiano.

Questo libro è una testimonianza sincera e profonda… tra le più belle che abbia letto, poiché credo travalichi anche gli intenti stessi dell’autore. E convince, ancora una volta, dell’inutilità di un orrore che ha distrutto e sprecato innumerevoli vite umane.

E non mi spiegherò mai perché il rispetto della vita e del prossimo non riesca ad imporsi come un valore sacro… come un qualcosa di palese.

– Giuseppe Circiello –