Madame Bovary (non mi piace) – Gustave Flaubert – Recensione

Risultati immagini per madame bovaryRiconosco a Gustave Flaubert  – e al suo “Madame Bovary” – il merito d’aver affrontato, con disinvoltura e in un periodo in cui non era facile farlo, i temi dell’adulterio, della critica alla chiesa e della vanità della borghesia.

Ma, purtroppo (non me ne vogliano coloro che amano questo libro), ritengo che il romanzo sia scritto davvero male; almeno per quelli che sono i miei gusti. Troppe lungaggini e descrizioni, troppi ricami fini a se stessi.

Ci sono pagine belle, ma rare. Ciò che invece si trova in sovrabbondanza sono tanti personaggi, luoghi e avvenimenti superflui. Un esempio sono le tre pagine di descrizione riservate ad un paese da nulla come Yonville, o il procrastinarsi della morte di Emma. Tutto ciò appesantisce il romanzo che pure, idealmente, ha un suo perché!

La noia esistenziale di Emma, il suo non essere mai soddisfatta e l’incapacità autodistruttiva di accettare e/o trovare un proprio posto nel mondo sono tematiche quanto mai attuali. Ma Flaubert ha perso di vista che una lettura non deve essere solo audace e importante, ma anche – banalmente – piacevole da leggere.  Per me non è stato questo il caso… e ci ho messo giorni a finire quella che – tutto sommato – è una breve storia triste.

Se a questo si aggiunge che il carattere della protagonista è abbastanza chiaro fin da subito e che l’intreccio è avaro di colpi di scena, mi si capirà se dico che, per me, affrontarlo (non trovo termine che sia più adatto) è stato una pena. Ovviamente non sarò io a dirvi di evitare questo classico. Prima o poi, è chiaro, va comunque letto, perché ha una sua rilevanza letteraria. Ma non posso dire che mi sia piaciuto. Mentirei.

– Giuseppe Circiello –

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Il mio nome è rosso – Orhan Pamuk – Citazione

Secondo Seküre che, nell’oscurità della casa dell’ebreo impiccato, mi gridava infuriata aggrottando le belle sopracciglia, io avrei potuto tranquillamente mettere la meraviglia che tenevo in mano nella bocca delle ragazze circasse incontrate a Tiblisi, delle meretrici kipciache, delle povere spose vendute nei caravanserragli, delle vedove turkmene e persiane, di una qualunque delle puttane di Istanbul, che sono sempre più numerose, di quelle poco di buono delle donne di Mingerya, delle civette abkhaze e armene, delle megere ebree, delle streghe genovesi e siriache, degli attori bisessuali e dei ragazzini insaziabili, ma non nella sua.

– Il Mio Nome è Rosso, Orhan Pamuk 

Max Havelaar – Multatuli – Eduard Douwes Dekker – Citazione – 2

Nel mondo materiale poche sono le circostanze da cui l’uomo pensante non possa trarre lo spunto per considerazioni filosofiche; e così io spesso mi sono chiesto se certi errori che tra noi hanno forza di legge, molte “storture” che noi consideriamo “diritte”, non scaturiscano per caso dal fatto che troppo a lungo siamo rimasti seduti, in compagnia della stessa gente, nella medesima carrozza. La gamba che hai dovuto tenere immobile a sinistra tra la cappelliera e il canestrino di ciliegie, il ginocchio che è rimasto premuto per tanto tempo contro lo sportello perché la dama di fronte non pensasse che tu intendessi attentare alla sua crinolina o alla sua virtù, il piede coi calli che aveva tanta paura dei tacchi del commesso viaggiatore seduto accanto, il collo che hai dovuto continuamente piegare a sinistra perché dalla parte destra filtravano gocce – ecco, tutte queste cose diventano alla fine colli e ginocchia e piedi storti. 
Io penso che di tanto in tanto sia bene cambiare carrozza, sedile e compagni di viaggio. Così si può girare il collo da un’altra parte, ogni tanto si muovono le ginocchia, e magari ti trovi accanto una signorina con le scarpette da ballo o un ragazzino con le gambine che non toccano terra. 
Allora c’è più probabilità di vedere diritto e di camminare diritti, non appena si ha di nuovo la terraferma sotto i piedi. 

  • Max Havelaar, Multatuli, Eduard Douwes Dekker

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Alamut – Vladimir Bartol – Recensione

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Copertina di Alamut, romanzo di Vladimir Bartol

Il romanzo Alamut, di Vladimir Bartol, vide la luce nel 1938, un triste periodo storico per l’Italia. Si era, infatti, in pieno periodo fascista e a due anni dall’entrata in guerra del nostro paese. Quello stesso anno, inoltre, veniva pubblicato nel Giornale d’Italia “Il Manifesto della Razza“, documento che – precedendo le leggi razziali, sanciva definitivamente la posizione del fascismo in materia di razza.

Ecco, definire il contesto storico nel quale nacque il libro di cui parleremo è quanto mai importante, per capire l’opera, coraggiosa, dello scrittore e la poca – ingiusta – fortuna che ha riscosso in Italia. E questo perché Bartol era una voce critica e, da fine scrittore, nel suo romanzo parla dell’origine, dello sviluppo e del modus operandi delle organizzazioni fondamentaliste e terroristiche. Certo, Alamut è ambientato durante gli ultimi anni dell’Iran Selgiuchide e in un contesto islamico, ma l’espediente di utilizzare diversi contesti storici, per denunciare le minacce e le ingiustizie del presente, non è nuovo in letteratura. E un esempio celebre è I Promessi Sposi di Manzoni.

Lo scrittore, appartenente alla vessata minoranza slovena, che pure fu spesso attaccata dai nazionalisti fascisti, costruisce il suo romanzo attingendo alla storia della nota setta degli Assassini e della loro guida: Hasan Ibn Sabbah.

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Lo scrittore sloveno-triestino Vladimir Bartol (1903 – 1967)

Vladimir Bartol mostrava all’epoca ciò che oggi, grazie alla diffusione mediatica, è realtà quasi giornaliera: bastano pochi uomini fanatici – pronti a tutto – e ben addestrati, per causare disordine politico e terrore. Ma essi – spesso – costituiscono solo il braccio di un’organizzazione più subdola e vasta, che fa capo a un pugno di persone affamate di potere. Centrale, nel racconto, è l’ingannevole percorso formativo, che porta alla creazione della figura del fedayin, soldato scelto e radicalizzato al massimo, pronto a far qualunque cosa il capo supremo dell’organizzazione comandi.

Plagiati, convinti di andare in paradiso, di incontrare le Uri (vergini dagli occhi neri promesse ai martiri e ai beati), e di soggiacere lì a innumerabili piaceri e onori, questi uomini non esitano ad andare incontro alla morte, trasformandosi in temibili macchine omicide. Ed è interessantissimo vedere, pagina dopo pagina, il meccanismo e la struttura che rende possibile tutto questo.

Dopo aver letto Alamut, risulterà ancor più chiaro come, dietro ai “martiri” che ogni tanto vediamo immolarsi, disseminando di morti innocenti la nostra storia, si nasconda una mente fredda, omicida… e che forse nemmeno crede a ciò che insegna.
Insomma, bisogna cercare sempre il manipolatore, il burattinaio, e i suoi motivi, per combattere un fenomeno terroristico e/o di radicalizzazione politica. E questo valeva tanto negli anni a cavallo tra il 1000 e il 1100 d.C, quanto negli anni dell’autoritarismo fascista e dei totalitarismi nazista, sovietico e cinese.

Fortezza di Alamut, in una miniatura persiana

Alamut, che prende il nome dalla fortezza in cui la setta degli “Assassini” aveva la propria base, è un best-seller all’estero. Ma, purtroppo, non in Italia, che a Vladimir Bartol diede i natali. Dopo il 2001, in seguito all’attentato alle Torri Gemelle di New York, la fortuna di questo libro ebbe nuova vita. E finalmente, con molto ritardo, è stato riedito anche nel nostro paese, dall’editore Castelvecchi, a cui vanno tutti i doverosi ringraziamenti del caso. E’ un peccato che, tra i figli di Trieste, scrittori come Saba o Svevo abbiano goduto di ampio spazio, stima e notorietà e altri, come Bartol e Pahor, solo perché composero le loro opere in sloveno, una lingua minoritaria qui da noi, inizino ad essere riscoperti solo oggi. Ma il tempo è galantuomo e da qualche anno si iniziano a trovare le loro opere nelle librerie di tutta Italia.

Leggete questo libro! E’ scritto bene, è avvincente e vi istruirà – lui libro del passato – su uno dei fenomeni più attuali e terribili del nostro tempo!

– Giuseppe Circiello –

 

Il Racconto dell’Ancella – Margaret Atwood – Citazione – 1

Ma se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l’hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna. E’ difficile resistere, credimi. Ricorda, però, che anche il perdono è un potere. Chiederlo è un potere, e negarlo o concederlo è un potere, forse il più grande. 
Non si tratta del controllo di una persona sull’altra. Forse non si tratta di chi può stare seduto e di chi deve invece inginocchiarsi, alzarsi o sdraiarsi, a gambe divaricate. Forse si tratta del potere di fare qualcosa e poi essere perdonato. Non mi si venga a dire che una cosa è equivalente all’altra. 

– Il Racconto dell’Ancella, Margaret Atwood – 

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Recensione de Il Racconto dell’Ancella – LEGGI