Riflessione Climatica e Ambientale

Quando ho aperto questo blog, avevo intenzione di occuparmi anche di diritti umani e delle persone che vengono discriminate. E anche dell’ambiente, che – temo – sta per travolgerci con la crisi climatica.
Purtroppo, anche se ho scritto una manciata di articoli riguardanti questi temi, mi accorgo di aver dedicato loro davvero poco spazio. Principalmente, è perché ne desidero scrivere bene. E scrivere bene richiede tempo e serenità, che non ho avuto. Spero di dare nuova spinta alla sezione sui diritti umani.

Nel frattempo, la prima cosa di cui mi preme parlare è una recente notizia climatica.

Mi ha molto colpito sapere che per ben 2 giorni sulla costa canadese del Pacifico, dove si trova Vancouver, ci siano state temperature vicine ai 50 gradi centigradi, che hanno portato le persone a dover ripararsi in rifugi appositi e che hanno causato dozzine di morti. In Canada, non in India o in Senegal, dove magari il nostro immaginario più se lo aspetterebbe, no, in Canada! A GIUGNO!

Quando la politica capirà che i cambiamenti climatici sono un’emergenza? Sarà una realtà con la quale dovremo confrontarci e che impatterà sulla qualità della vita, sulla sopravvivenza delle città e di interi paesi; farà drasticamente aumentare i flussi migratori, perché – ovviamente – non puoi vivere dove ci sono 50°C, siccità, e altre catastrofi.

Così, invece di fare piccoli passi, sarebbe il caso di iniziare a farne di giganti. Altrimenti prepariamoci a nuotare, a bruciare, o a essere accoppati da qualche disastro climatico, esclusivamente a causa dell’avidità del nostro sistema economico e delle nostre coscienze.

Anche in Italia si fa troppo pocoe – sarebbe quasi inutile dirlo – indovinate chi è che nega la gravità dei cambiamenti climatici? I soliti due ceffi Salvini/Meloni. Ricordatelo, quando votate… Ricordatelo come motivo primario per non votarli! Tutt’oggi leggo che la Lega vorrebbe ostacolare la direttiva europea che bandisce la plastica monouso. Ma si può? Vi invito a fare una passeggiata a mare, dopo un giorno di tempesta. Purtroppo, chi vive in città di mare lo sa bene, a riva troverete più plastica e rifiuti che sabbia! Un orrore. In quello stesso mare noi peschiamo e dei suoi frutti ci nutriamo, per non parlare proprio della distruzione di un ecosistema (del quale siamo parte). Basta avidità!

Tornando alla notizia con cui ho aperto questa riflessione, temperature vicino ai 50 saranno normali all’equatore, ma in zone relativamente vicino al Polo, mi preoccuperei. Io non so se l’uomo ha la tecnologia per evitare quello che ormai mi sembra inevitabile (l’aumento su vasta scala delle temperature). Ma almeno, quello che possiamo fare è prepararci ad affrontare le conseguenze, cercando di salvare il salvabile… e purtroppo non vedo nessuno – in politica – che ci pensa seriamente. Come specie l’uomo è in grado di adattarsi e trovare soluzioni… ma di prevenire le cose siamo proprio incapaci!

Mio Tuo Suo Loro – Serena Marchi – Recensione/Riflessione

Premetto che, per parlare di questo argomento complesso, avrò bisogno di molte parole.

Mio Tuo Suo Loro, della giornalista e scrittrice Serena Marchi, è un saggio/reportage del 2016, che affronta il tema della gestazione per altri, conosciuta anche col termine “surrogacy.
In questo libro, l’autrice intervista le donne che offrono il proprio utero ad altre coppie, ed inoltre con l’aiuto di Elena Falletti, docente e studiosa di diritto comparato, ci illustra come questa pratica è normata – o proibita – nei vari paesi di cui qui ci si occupa (Italia, UK, Ucraina, Canada, Stati Uniti e, nelle note, Israele). Ma non solo. Il testo si conclude con un contributo dello psichiatra Ettore Straticò, che fa un resoconto degli studi fatti fino ad oggi riguardo allo sviluppo psico-fisico dei bambini nati attraverso questa procedura e/o che vivono in famiglie omogenitoriali.

Credo sia un lavoro molto utile, per falciare come grano maturo molti pregiudizi che colpiscono questa tematica.
Infatti, pur trattandosi di una pratica a cui ricorrono principalmente coppie eterosessuali, spesso lo stigma è dovuto al fatto che la gestazione per altri consente anche alle coppie omosessuali di avere dei figli.
Io non vedo nulla di male in questo, ma ad ogni modo far passare il messaggio che sia una pratica alla quale ricorrono facilmente tante coppie gay, come provano a fare la destra o alcuni cattolici, è fuorviante e falso
.
Sono in realtà molto poche le persone che possono permettersi questo percorso, soprattutto per motivi economici e logistici. Non tutte le coppie, etero o gay, possono sostenere i costi della gestazione e dei viaggi e – nell’ultimo mese di gravidanza – del trasferimento temporaneo in un altro paese.
Perciò le orde di conservatori di vario tipo, che si oppongono alla GPA, perché temono che con agio molti omosessuali possano figliare, sono irrazionali, fino a scadere nel ridicolo.

Dal punto di vista morale, poi, c’è da dire che nel mondo occidentale le donne che offrono il proprio utero sono tutt’altro che donne sfruttate o donne che si prostituiscono. Se si va a leggere le loro storie, si scoprirà infatti che il denaro non è il motivo principale per cui partoriscono per altri e che ci sono requisiti ben precisi da dover soddisfare, per essere scelti per fare qualcosa del genere.
Il motivo è spesso profondo ed empatico. Si tratta di donne che hanno avuto in famiglia, o tra gli amici, casi di altre coppie che non sono riuscite a procreare e che hanno assistito al dolore che questo provocava. Altre volte, sono state proprio loro a non riuscire ad avere figli e ad essersi ripromesse, dopo aver ottenuto il desiderato primo figlio, di aiutare almeno un’altra coppia ad avere un bambino.
Nella quasi totalità dei casi (aggiungo io il quasi, perché anche se nel libro non è riportato, credo ci sia sempre un’eccezione che conferma la regola), sono più che consapevoli che il bambino che hanno in grembo non è il loro. Tuttavia, questo non significa che se ne disinteressino. Tutt’altro. Infatti, scelgono per chi partorire (quindi possono rifiutare persone che non le convincono) e spesso stabiliscono legami duraturi con le famiglie che aiutano. In ognuno dei casi riportati nel libro, inoltre, le portatrici (così sono chiamate le donne che partoriscono per altri) e le famiglie vogliono che il bambino conosca la propria storia e come sono nati e da chi.
Tra l’altro, l’esperienza tra le coppie e la portatrice è spesso così forte che le persone coinvolte rimangono in contatto.
Né si deve credere che queste donne siano macchine riproduttive. La natura ha i suoi limiti e anche loro si devono limitare a un paio di parti per altri e a qualcuno per sé, se hanno famiglia. Ciò che è interessante, è che spesso partoriscono sempre e solo per la stessa famiglia che hanno scelto, nel caso questa famiglia volesse un altro figlio. Insomma, si instaura un legame forte.

Allora, ci sarebbe da chiedersi, perché il compenso in denaro?
Beh, in realtà, una cosa su cui spesso non ci si sofferma nel dibattito, in Italia, è che molte di queste donne, durante il periodo della gravidanza smettono di lavorare
(si perché molte hanno un proprio lavoro e di sicuro nessuna lo fa per fame).
Ora, che sia GPA commerciale oppure altruistica, la coppia che si rivolge alle portatrici paga, in realtà, solo le spese mediche, che in America sono abbastanza elevate. Il resto del compenso va a coprire il fatto che, per nove mesi, non percepiscono alcun reddito, perché non esiste – in America – una cosa come il congedo di maternità pagato.

Questo è il quadro, con qualche piccola differenza da paese a paese.

Ora, le mie impressioni. A me non sembra una compravendita di bambini. Sembra – più che altro – che una coppia con un grande desiderio di genitorialità – cosa del tutto naturale per ogni creatura vivente, a partire dalle amebe, passando per criceti, trichechi, fino ad arrivare a coppie etero o omosessuali – decida di volere un figlio e di volerlo così tanto, da farlo effettivamente nascere tra tante difficoltà sia logistico-economiche che socio-culturali-legali (una volta tornati in patria). Ci vuole una grande consapevolezza e decisione, per affrontare tutto questo e a me non può in alcun modo sembrare un capriccio o un egoismo. Se non sarà amata e curata una creatura per la quale si è affrontato tutto questo, chi, allora, sarà amato e curato?
Questi – a mio avviso – sono gesti d’amore per il nascituro, che vengono messi in atto ancor prima che nasca.
In tutto questo, poi, queste coppie, che siano etero o omosessuali, trovano l’empatia di chi liberamente e consapevolmente si offre di aiutarli – le portatrici, appunto.

Trovo davvero incomprensibili quelle persone che, in Italia, volevano proporre la criminalizzazione internazionale della GPA. Cosa avrebbe di criminosa un’azione che riguarda la libera scelta di donne riguardo al proprio corpo e che in pratica fa nascere un bambino che sarà amato da coloro che si prenderanno cura di lui? In che modo una nascita, voluta da un gruppo consensuale di persone, può essere reato?
Perché si possono donare i reni, gli occhi, il sangue o altre parti del corpo, ed una donna non potrebbe scegliere di donare il proprio utero, per nove mesi, a una coppia desiderosa di avere un proprio figlio?

Molti parlano del fatto che un figlio abbia bisogno di un padre e una madre.
Ma questo non toglie il fatto, che impedendo la GPA anche le coppie etero non potrebbero accedervi. Le donne etero, che si rivolgono a una madre surrogata, spesso sono costrette a causa di problemi di salute gravi, come il tumore. Eppure sono riuscite a salvare i propri ovuli. Se una donna che empatizza vuole prendersi cura di quegli ovuli e consentire che diventino bambini nel proprio utero e poi affidarli alla madre genetica, quale male c’è?

Né sarebbe giusto, d’altro canto, consentire la GPA alle coppie etero e non alle coppie gay. Mi sembrerebbe pura e semplice discriminazione omofobica, basata sul presupposto errato che nell’omosessualità ci sia qualcosa che non va, o di sbagliato, o peccaminoso (ma poi, secondo chi?).

In questo, aiutano gli studi che lo psichiatra Straticò illustra a fine libro.
E sono importanti. Perché Mio Tuo Suo Loro, come ho detto, nasce nel 2016, anno dell’approvazione, in Italia, della legge sulle unioni civili. Una legge monca, purtroppo.
Infatti, il primo testo prevedeva anche la step-child adoption, l’adozione del figlio del partner
. A causa della destra e dei parlamentari “più cattolici”, si è dovuto rinunciare ad avere una legge completa, che tutelasse anche il diritto ad avere una famiglia, sia da parte di persone omosessuali, sia da parte di bambini che – in realtà – esistono già e che non hanno alcun riconoscimento giuridico, riguardante la genitorialità dell’altro adulto con cui vivono e stabiliscono un legame.
E fu proprio a causa del terrore della surrogacy, che il nostro parlamento non si è dimostrato all’altezza (non ancora). La destra paventava che orde di omosessuali prendessero aerei o salpassero verso i paesi americani o del sud-est asiatico, per comprare bambini da donne disperate, equiparate a prostitute o schiave. E si paventava la distruzione della famiglia tradizionale.
Ma il libro mostra che così non è. E più che il libro stesso, lo mostra la realtà, con la quale – prima o poi – tutti devono fare i conti.

Gli studi di psicologia mostrano che i bambini di famiglie omogenitoriali crescono – in realtà – come tutti gli altri bambini. Avere due padri o due madri non è peggio di avere un genitore solo, o un padre e una madre. Perché, in verità, nessuno nasce in una condizione ideale, e inoltre a fare davvero la differenza è la specificità di ogni singolo individuo, non il suo orientamento sessuale. Non starò qui, quindi, ad osannare le famiglie omogenitoriali rispetto a quelle eterogenitoriali. In verità, sia da un lato che dall’altro, ci possono essere bravi genitori e cattivi genitori.

Per portare avanti la propria visione del mondo, quindi, consiglierei ai conservatori di non farsi scudo dei minorenni, inventandosi teorie che non hanno riscontro scientifico ed empirico.
Si prenda ad esempio Sanna Marin. La giovane primo ministro della Finlandia, cresciuta con 2 madri: è eterosessuale ed ha avuto una brillante carriera ed ha avuto – “naturalmente” (notare il virgolettato) un figlio con un uomo. Se non basta lei – prova vivente – ad abbattere i pregiudizi, cosa serve?
Ed aggiungo che – anche se fosse stata lesbica come la madre – una volta che la comunità scientifica ha dichiarato che l’orientamento sessuale – di qualunque tipo sia – non è una malattia ed è normale – quale sarebbe stato il problema?
Direi, “agli omofobi l’ardua risposta”.

Dunque, per quanto riguarda la GPA (e i vari argomenti ad essa collegati) invito a leggere questo libro, che farà riflettere su dati di fatto e non su pregiudizi e conoscenze parziali.
Infine, per quanto riguarda quella parte del femminismo che ritiene inammissibile questa pratica (cosa che – in tutto il dibattito ad essa relativo – mi dispiace di più), mi è rimasta impressa la frase di una portatrice, che trovo molto vera e centrata: “Se le femministe non vogliono che nessun uomo decida sui loro corpi, io pretendo che nessuna donna decida sul mio“. Riflettiamoci tutti. Esseri liberi, che liberamente decidono di fare ciò che vogliono, senza fare male a nessuno, dovrebbero poter fare ciò che desiderano. Anche se quello che desiderano non ci piace. Ecco, su questo sono forse gli altri ad avere qualcosa da insegnare alla vecchia Europa. Perché la libertà non sta nel prendere decisioni che piacciano agli altri, ma nel rispettare noi stessi e le nostre predisposizioni, senza andare a ledere la sfera di libertà degli altri. Solo questo. Mettiamolo in atto più spesso nella nostra legislazione.

Libro consigliatissimo. Scritto con cura e dedizione e volontà di spiegare bene un fenomeno. E ci riesce. Questi sono i libri utili a migliorare la qualità dell’opinione pubblica. Dovrebbe essere letto da tutti. O, comunque, chiunque si esprime su questo argomento dovrebbe conoscere molte delle cose qui contenute. Non è con leggerezza e superficialità che si affrontano certe tematiche.

Il mio plauso a Serena Marchi.

– Giuseppe Circiello –

Tu – Mehmed Uzun – Recensione

Tu - Mehmed UzunTu, dello scrittore curdo Mehmed Uzun, è un romanzo che ben testimonia l’importanza della lingua e della letteratura, per la sopravvivenza dell’identità culturale di un popolo. Soprattuto se questo è vessato e la sua esistenza è messa di continuo a rischio a causa di politiche assimilazioniste di smisurata potenza e ferocia. E purtroppo bisogna dire che è questo ciò che è accaduto in Turchia per molto tempo e che – sotto altre forme – ancora continua.

Come lucidamente afferma Uzun, la più marcata specificità dei curdi, ciò che più li distingue dal resto delle popolazioni con cui condividono i territori, non è tanto il fatto di essere indo-europei (poiché anche gli iraniani lo sono), quanto la loro lingua (e il bagaglio di tradizioni orali e scritte ad essa legato). E non è un caso che proprio qui lo stato turco – da Ataturk in poi – ha tentato di colpire più duramente, al fine di indebolire l’identità nazionale curda, per non permetterle rivendicazioni indipendentistiche, preservando l’unità territoriale turca.

Quando Uzun, ormai in esilio in Svezia, negli anni ’80, scrive Tu, ogni utilizzo pubblico della lingua curda è proibito ed essa non può nemmeno essere insegnata nelle scuole. Questo approccio repressivo ha portato ad un prolungato mancato sviluppo di una letteratura nazionale contemporanea e – al tempo stesso – ad una perdita di conoscenza e di modernizzazione della lingua, purtroppo unita anche alla inevitabile estinzione di racconti e tradizioni orali.

Mehmed Uzun
Mehmed Uzun (1953 – 2007)

E così è da questa problematica che Uzun, padre della letteratura curda contemporanea, prende ispirazione, per fare della lingua lo strumento di resistenza e rivolta, ma anche lo strumento che possa permettere la sopravvivenza del suo popolo. Perché, quando la lotta è impari sul piano politico e militare, ciò che si deve fare è continuare ad esistere, senza consentire che l’altro ci cancelli dalla storia. Dunque, diviene necessario riscoprire, riformare e perpetuare la propria identità. E questo è stato possibile non solo all’interno delle famiglie, nelle quali gli anziani e le madri hanno tramandato e insegnato quanto più è stato possibile lingua e costumi alle nuove generazioni, ma – sorprendentemente – è avvenuto anche e soprattutto nel luogo in cui il governo turco credeva di estinguere tutte le voci dissidenti: il carcere. Perché è proprio lì che gli intellettuali curdi hanno potuto confrontarsi su tematiche politiche, letterarie, tradizionali, riorganizzando il proprio agire e la propria lingua.

Ed è per raccontarci tutto questo che Mehmed Uzun ha poi scelto di scrivere, in un romanzo semi-autobiografico, l’esperienza di un ragazzo, imprigionato a causa dei libri e di una poesia in curdo trovati in suo possesso, durante una perquisizione notturna nella sua casa.

Così, Tu è ambientato in una cella del carcere di Diyarbakır, la più importante città curda sul suolo anatolico. E, purtroppo, è una triste successione di ingiuste angherie e torture, subite per la sola colpa di esistere, di rappresentare una minoranza, in un paese che, costantemente, nega la pluralità – di fatto – della sua composizione (negli anni recenti, qualche miglioramento c’era stato, e questo va detto, ma va altresì detto che qualche timida concessione non è sufficiente e che dal tentato golpe del 2015 si sono fatti dei passi indietro, rispetto ai timidi progressi dei primi anni 2000).

I soprusi commessi nel tristemente famoso carcere N°5 di Diyarbakır fanno ribollire il sangue e reclamano giustizia ma, come ho detto, la prigionia nei momenti di tregua, si può trasformare in scuola. E viene ben mostrato nel romanzo. Il protagonista incontra professori universitari, in grado di spiegargli bene il contesto storico, economico e sociale del Kurdistan, anziani che gli raccontano storie tramandate di generazione in generazione e compagni con i quali parlare la lingua materna e condividere l’esperienza carceraria, senza completamente avere l’animo annichilito.  Saranno i giovani, una volta usciti dal carcere, a doversi organizzare e a dover portare la fiaccola dell’impegno politico e dell’intellighenzia, per il bene della loro gente. Uzun lo fece iniziando a scrivere e diventando un rinomato intellettuale, altri lo fecero fondando il PKK.

 

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Territori a maggioranza curda in medio-oriente

Ma la forma romanzo, per l’autore, davvero non è qui solo denuncia. E’ di più. I capitoli ambientati in prigione sono intervallati da altri capitoli, in cui il protagonista, una volta finito in cella di isolamento, racconta ad un insetto la sua vita passata. E questo è un espediente che lo scrittore utilizza per poter tramandare, tramite le pagine del suo libro, usi e costumi curdi alle future generazioni. E trovo più rivoluzionario scrivere per questo, per sopravvivenza culturale, che tanti altri atti – magari violenti – che si possano compiere. Il Kurdistan – secondo la visione di Uzun – deve esistere prima di tutto tra le pagine della storia, per poter esistere nella storia futura. Ed è così che oltre al carcere, agli usi e ai costumi, l’autore dedica un bel capitolo anche alla città di Diyarbakır, che per lo scrittore deve diventare, per gli scrittori curdi, ciò che Parigi, Mosca, San Pietroburgo e Londra sono state per le rispettive letterature nazionali.

Un progetto ambizioso. Ma che sta avendo risultati e sta portando – negli anni – alla pubblicazione di tanti libri curdi, che parlano di curdi. E forse è questa la più grande vittoria, per adesso.

Altra idea è – poi – quella che si nasconde dietro il titolo del libro, Tu. Vi sono vari motivi. Prima di tutto l’autore racconta i capitoli della prigionia in seconda persona, tecnica utilizzata per creare un distacco tra la sua esperienza e quella del protagonista, senza dover usare la troppo personale prima persona e la troppo impersonale terza persona. Una via di mezzo, proprio come il libro è una via di mezzo tra autobiografia e  invenzione. In secondo luogo, Tu è anche l’espressione dell'”altro”, in questo caso lo scarabeo compagno di cella e “ascoltatore”, che con la sua presenza fornisce un’appiglio  esistenziale al protagonista, prostrato dalle botte e dai giorni in isolamento. Ed infine, Tu perché chi scrive vuol rivolgersi, con calore, alla persona di cui sta parlando, che rappresenta e vive un ingiustizia che non solo ha coinvolto l’autore, ma che potrebbe colpire ogni ragazzo curdo.

Insomma, è un libro importante, questo romanzo di Mehmed Uzun, basato su un’idea nobile e scritto per una causa giusta. Uno scritto che ha preso il kurmanji (la varietà di curdo parlata in Turchia) e lo nuovamente reso lingua letteraria, fornendo una traccia e un esempio che sono stati fortunatamente seguiti. Ed anche se magari là fuori esisteranno romanzi migliori (anche dello stesso Uzun, dice la prefazione), il valore di queste pagine è inestimabile. E poi, sinceramente, a me è piaciuto così com’è. Semplice, ambizioso e pregno di buone intenzioni.

Questo è il primo romanzo curdo ad essere stato tradotto direttamente dal kurmanji all’italiano, ed è stato portato in Italia grazie ad una collaborazione tra l’ISMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) e l’Istituto Internazionale di Cultura Kurda, che ringrazio tanto e che invito a continuare la opera di diffusione.

– Giuseppe Circiello –

Citazione da Tu – 1 – LEGGI 
Citazione da Tu – 2 – LEGGI

Io, napoletano, italiano, europeo, amo l’Europa Politica

Europa - Italia - Napoli

Credo che sempre, nella vita di ognuno, arrivino momenti in cui si sente la necessità di fare un passo in avanti e prendere posizione. Ecco, questo è uno di quei momenti, perché sono stanco di vedere svilite idee belle, da chi nella propria vita non fa altro che assumere atteggiamenti distruttivi e sceglie costantemente di veicolare le emozioni e i messaggi più negativi, invece di quelli positivi o della razionalità. La mia misura è colma. Non vi permetterò di macchiare col vostro livore queste tre bandiere.

Soprattutto in questi giorni di crisi mondiale e nazionale, dovuta alla pandemia di Covid-19, causata dal coronavirus, ho ascoltato e letto di tutto: soprattutto odiatori seriali. Gente che approfitta di ogni occasione per fomentare le contrapposizioni e gli scontri e che si bea di aggiungere un’occasione di divisione a una di unione. Non è bello vedere come molti usino questa crisi, per avanzare le proprie posizioni politiche sovraniste o indipendentiste. E non è bene parlare male di cose che non si conoscono e del cui funzionamento si ignora tutto… e mi riferisco all’Unione Europea e alle sue istituzioni. Perché è così difficile tacere, se non si sa di cosa si sta parlando? Perché è così difficile andare a comprare un libro o fare una ricerca, per approfondire e conoscere meglio la realtà, che ci circonda – in modo serio? L’ignoranza potrà anche essere un diritto, tale e quale al diritto d’istruirsi… ma fa danni veri. E – a chi invece ha studiato – dico che ci vuole un po’ di onestà intellettuale e visione politica in più!

Sia l’Unione Europea che l’Italia, di sicuro, non sono perfette… e ci mancherebbe! Sono pur sempre realtà umane! Ed è giusto denunciare tutto ciò che non ci piace – così come bene fanno tutti quelli che criticano la mia città, Napoli, sottolineando cosa migliorare e cosa no.  Ma la nostra riflessione non può essere mono-direzionale. Dobbiamo abituare il cervello a dare valore e a celebrare anche il bene delle cose! Che senso ha voler mandare tutto a gambe all’aria? Dare spazio sempre e solo a pensieri negativi e distruttivi è una scelta. Ecco, non lo scegliete! Questi non sono bei pensieri e nulla può essere costruito su sentimenti di questo tipo. Che cosa racconta, di voi, questa scelta di quotidiano disprezzo? Pensateci.

La bandiera dell’Europa, la bandiera dell’Italia, la bandiera della città di Napoli, per me sono importanti e le rivendico. Sono napoletano, dunque italiano, dunque europeo… e viceversa. Da oggi combatterò ancora di più chi vuole necessariamente e sterilmente creare contrasto tra queste tre realtà, per fini politici miopi o egoistici o di puro dominio. L’Europa ha fatto del bene all’Italia e lo può ancora fare. L’Italia ha fatto del bene a Napoli e lo può ancora fare. E Napoli può fare del bene sia all’Italia che all’Europa. Voglio celebrare questo! E voglio cambiare ciò che non va, senza arrendermi ad esso, come se fosse inevitabile, recriminando e credendo – a vuoto – che ognuna di queste realtà possa vivere da sola.

Il nostro futuro devono essere gli Stati Uniti d’Europa. Forse è un destino lontano, ma non dobbiamo invertire la rotta… perché è l’unica rotta in grado di condurre alla salvezza di questo continente.

Viviamo in un mondo pericoloso e affrontiamo sfide globali. Solo l’Europa ci darà una voce che conta.  Solo l’Europa, unita, potrà ancora garantirci libertà e democrazia, giustizia e diritti e prosperità. Solo l’Europa potrà difenderci dai tentativi di ingerenza della Cina, della Russia, degli Stati Uniti e – in futuro – dell’India. Solo l’Europa potrà regolare efficacemente i flussi migratori, mentre vedrà la popolazione di alcuni suoi stati ridursi e quella di Cina, India, Nigeria esplodere.

Mi fanno rivoltare quelli che non si rendono conto della fortuna che abbiamo avuto a nascere in questo continente e in questa Unione che ci tutela e tutela la pace – almeno qui. Questa gente vede modelli da seguire nella Cina o nella Russia che – salvando le loro ricche e preziose culture – sono politicamente esempi abietti di soppressione di diritti inalienabili e persecuzione. Quanto ci tenete poco alla vostra libertà, voi che criticate l’Europa per distruggerla! 

Siate propositivi, piuttosto, combattete per essa, per migliorarla. Ma rendetevi conto che essa è la nostra unica direzione! Il nostro unico strumento per essere padroni del nostro destino e non essere sudditi di potenze, che non hanno nulla da insegnarci e da darci.

– Giuseppe Circiello –

Qui a seguito, il bel discorso con cui la presidente della Commisione Europea, Ursula von der Leyen, assicura all’Italia tutto l’aiuto di cui ha bisogno, per combattere la crisi sanitaria ed economica, dovuta al Covid-19. 

 

Il discorso di Alexandria Ocasio-Cortez contro la libertà religiosa intesa come bigottismo e discriminazione

Questo è il bel discorso che Alexandria Ocasio-Cortez, giovane rappresentante del Congresso degli Stati Uniti d’America, ha tenuto, durante un’audizione parlamentare, che trattava di diritti umani (delle persone LGBT) e della libertà religiosa. Il caso a cui si riferisce è quello del signor. Minton, un transgender, che ha visto rifiutarsi un’isterectomia dai dottori di una clinica (per me presunta) cristiana. Le parole di Ocasio-Cortez mettono ben in rilievo come la religione, spesso, sia utilizzata per fare il male, invece del bene. Qui di seguito, per chi non parlasse inglese, metto la traduzione (fatta da me) del suo discorso. Il video, invece, è in inglese (ma sottotitolato). E’ davvero da leggere o ascoltare. Perché, è proprio il caso di dirlo, le parole di Alexandria  sono parole sante!

Sto vivendo questa audizione e combatto con me stessa, per capire se rispondere e lanciarmi in questa questione come una legislatrice, oppure dalla prospettiva di una donna di fede. Perché è molto difficile stare qui seduta e ascoltare gli stessi ragionamenti che sono stati usati ed abusati come armi, nella lunga storia del nostro paese, per giustificare il bigottismo. 
I suprematisti della razza bianca lo hanno fatto, quelli che giustificavano la schiavitù lo hanno fatto, quelli che combattevano contro l’integrazione lo hanno fatto e lo stiamo vedendo anche oggi.
E qualche volta, specialmente in questo organismo, sento che se Cristo stesso entrasse dalla porta e dicesse le cose che disse millenni fa – che dovremmo amare il nostro vicino e il nostro nemico, che dovremmo accogliere lo straniero, combattere per gli ultimi, che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco ottenere il regno dei cieli – sarebbe diffamato come radicale e respinto da queste porte.
Ed io so – ed è parte della mia fede – che tutte le persone sono sacre. Tutte le persone sono sacre. Incondizionatamente. Ed è questo ciò che fa la fede, qualche volta: ci spinge a trasformarci. Perché è senza condizioni. 
Non spetta a noi amare (solo) una parte delle persone. Noi dobbiamo amare tutti. 
Non c’è nulla di sacro nel negare le cure mediche alle persone, basandosi su chi esse siano o quale sia la loro identità. Non c’è nulla di sacro nell’allontanare qualcuno da un ospedale. Non c’è nulla di sacro nell’allontanare un bambino dalla sua famiglia. Non c’è nulla di sacro nello scrivere leggi discriminatorie.  
E sono stanca del fatto che le comunità di fedeli vengano utilizzate come armi e mal caratterizzate, perché le sole volte che si invoca la libertà religiosa è in nome del bigottismo e della discriminazione. Sono stanca! 
La mia fede mi comanda di trattare il signor Minton come sacro, perché è sacro! Perché la sua vita è sacra! Perché non ti deve essere negato nulla di cui io abbia il diritto. Perché siamo uguali davanti agli occhi della legge e siamo uguali – per la mia fede – davanti agli occhi del mondo. E così dovevo già dirlo in apertura, perché è profondamente inquietante, non solo quello che sta accadendo qui, ma l’idea che questa amministrazione sta portando avanti, ovvero che la religione e la fede possano avere qualcosa a che fare con l’esclusione. 
Non sta a noi negare cure mediche. Sta a noi nutrire l’affamato, vestire il povero, proteggere i bambini e amare le persone come noi stessi”.

In Solidarietà coi Curdi del Rojava

Questa sera non posso non parlare di una grande ingiustizia. Mi riferisco al tradimento di Donald Trump e – sinceramente – di tutte le nazioni occidentali nei confronti del popolo Curdo del Rojava.

Risultati immagini per rojavaGli Stati Uniti hanno fatto sapere che lasceranno il nord della Siria, attualmente in mano alle forze curde, che lo hanno liberato dall’ISIS. E quindi, dopo che questi nostri alleati hanno affrontato “boots on the ground“, sul campo di battaglia, quei malefici terroristi che ci hanno portato la morte fino in Europa ed America, Trump e l’Occidente non trovano nulla di meglio da fare che tradirli.

Perché di questo si tratta! Abbandonare il nord della Siria e il Rojava (il Kurdistan Siriano) significa consegnare chi ha combattuto per la libertà e la democrazia in Siria ai Turchi, che ultimamente non stanno brillando, per quanto riguarda diritti umani e stato di diritto.

Erdogan e il suo governo vedono nei curdi di Siria un grave pericolo, perché temono che se riescono a mantenere l’assetto che si sono dati (di regione autonoma e democratica, all’interno della Siria) allora anche i curdi di Turchia potrebbero aspirare e chiedere più diritti. Ma non solo. Ad Ankara si teme che i curdi siriani possano aiutare il PKK a combattere la propria guerra-guerriglia. E sia chiaro, io non difendo gli attacchi terroristici del PKK, ma la situazione siriana è differente e delicata e va affrontata solo con la diplomazia. Perché l’ISIS è tutt’altro che sconfitta per sempre e perché i curdi sono stati fedeli e fidati alleati dell’occidente e non possiamo tollerare che ora la Turchia tiranneggi in terre che solo il sangue curdo ha liberato, portando beneficio a tutto il mondo. E’ vile, è ingiusto, far passare – ora – questo popolo forte e coraggioso come una minaccia. Gli si dovrebbe dare un premio piuttosto! Uno stato! Il loro stato, il Kurdistan!

Risultati immagini per rojava flagIo mi domando… come può avvenire tutto ciò nella piena indifferenza dei  nostri governi? Come si può tollerare che l’ONU si riveli per l’ennesima volta drammaticamente inutile? I Curdi li abbiamo addestrati, armati ed usati, abbiamo combattuto insieme a loro e adesso si consente che Erdogan invada la Sira e ne faccia quello che vuole? Per giunta, questo piccolo wannabe-dittatore, che oggi governa gli Stati Uniti, permette che ciò avvenga non per un reale motivo, ma solo per convenienza e propaganda politica (sia per lui che per Erdogan). E così giocano con la vita delle persone, che per loro sono evidentemente solo marionette!

Abbandonare il Rojava a se stesso e alla mercé della Turchia! Gesto più vile e vigliacco ed odioso il cosiddetto civile Occidente non poteva commetterlo!

Dire che sono indignato è poco! Anche a causa dei media! Hanno fatto tanto chiasso, quando l’ISIS voleva conquistare Kobane e oggi a stento danno la notizia e quasi tacciono su quanto ciò che si profila sia ingiusto. Se non è prostituzione intellettuale questa!

Più indignato di me dovrebbe esserlo anche ogni cittadino americano. La decisione di Trump calpesta la memoria e il lavoro di tutti quei soldati americani che insieme ai Curdi hanno combattuto e sono morti, per liberarci dal nemico comune: i terroristi… quelli veri!!!

  • Giuseppe Circiello –

Lambast the fascist, lambast! – Giuseppe Circiello – Poem

Lambast the fascist, lambast!
You can, you should and you must!
Lambast the fascist, lambast!
Blow up the demon from the past!
Become the champion of the outcast:
lambast the fascist, lambast!

Whenever you listen to them,
wherever you listen to them,
whatever you listen by them:
intervene, speak up and rebuke
never let them spit their puke.

They might be your mamas and papas,
they might be your siblings or friends –
they might be your lovers or relatives
or acquaitances you don’t care about –
but for the love of justice, have no doubt:
whoever they are, be ready to start:
lambast! Lambast! Lambast!

It’s the duty of the righteous –
it’s the duty of the heart –
contradict, explain, indicate the right path,
as soon as you have the chance,
be pitiless with the pitiless
and lambast them!

– Giuseppe Circiello –

Omogenitorialità – Una riflessione e un video di Willwoosh

Oggi vorrei condividere, con chiunque passi di qui, questo video di Willwoosh, Guglielmo Scilla. E lo condivido perché la sua indignazione è anche la mia. E quindi ho deciso di dargli voce. Qual è l’oggetto di sì tanta rabbia? L’oscena pubblicità apparsa per le strade di Roma (e mi pare anche Milano), che si scaglia contro le famiglie omogenitoriali e la gestazione per altri. Al di là delle opinioni personali (poi arriverò anche a quelle), ciò che qui rasenta la barbarie è proprio il design di tutta la faccenda e come è stato trattato il bambino ritratto in quegli orridi cartelloni.

Dopodiché, le famiglie – fortunatamente – oggi sono date dall’amore reciproco che le persone si danno l’un l’altro. La famiglia del Mulino Bianco, proprio come dice Gugliemo, non esiste. E comunque ognuno ha il diritto di trovare armonia e serenità secondo la propria natura. Anche i gay, le lesbiche e i bisessuali e i transessuali possono essere ottimi genitori e alcuni già lo sono. Essi, come tutti gli altri esseri umani hanno il diritto di desiderare di avere figli e se trovano un modo per averne, ben venga. Una nascita in più è sempre un miracolo, una gioia, una ricchezza in più per il mondo.

Questi bambini oggi esistono, così come esistono orfani o figli di divorziati e credere che cresceranno male perché non vivono nell’inesistente famiglia del Mulino Bianco, beh, credere questo, è un insulto a loro e a tutte le belle persone che vivono oggi e che non hanno avuto un papà e una mamma, ma altre situazioni (persone reali, che io conosco). Dico da sempre che generare ed essere in grado di educare un figlio non sono la stessa cosa. Ed ecco mi fa piacere che lo sottolinei pure Guglielmo.

In ultimo, ho letto su Instagram, tra i commenti al video, che i bambini che vivono in famiglie omogenitoriali non possono scegliere dove stare… Ma in realtà, chi, su questo pianeta sceglie dove nascere e dove crescere? O da chi nascere e da chi crescere? Per questo e non solo per questo, non vedo proprio nessuna stortura, da nessuna parte. La natura e l’amore trovano vie infinite. E penso che l’unica fortuna che tutti ci possiamo augurare di avere è di ricevere e dare amore.

No ai pregiudizi, no all’omofobia (in ogni sua declinazione LGBTQ+) e soprattutto no alla barbarie di questi manifesti e di chi li propugna (che personalmente io ho evitato di nominare qui, perché mi sdegnano).