Omogenitorialità – Una riflessione e un video di Willwoosh

Oggi vorrei condividere, con chiunque passi di qui, questo video di Willwoosh, Guglielmo Scilla. E lo condivido perché la sua indignazione è anche la mia. E quindi ho deciso di dargli voce. Qual è l’oggetto di sì tanta rabbia? L’oscena pubblicità apparsa per le strade di Roma (e mi pare anche Milano), che si scaglia contro le famiglie omogenitoriali e la gestazione per altri. Al di là delle opinioni personali (poi arriverò anche a quelle), ciò che qui rasenta la barbarie è proprio il design di tutta la faccenda e come è stato trattato il bambino ritratto in quegli orridi cartelloni.

Dopodiché, le famiglie – fortunatamente – oggi sono date dall’amore reciproco che le persone si danno l’un l’altro. La famiglia del Mulino Bianco, proprio come dice Gugliemo, non esiste. E comunque ognuno ha il diritto di trovare armonia e serenità secondo la propria natura. Anche i gay, le lesbiche e i bisessuali e i transessuali possono essere ottimi genitori e alcuni già lo sono. Essi, come tutti gli altri esseri umani hanno il diritto di desiderare di avere figli e se trovano un modo per averne, ben venga. Una nascita in più è sempre un miracolo, una gioia, una ricchezza in più per il mondo.

Questi bambini oggi esistono, così come esistono orfani o figli di divorziati e credere che cresceranno male perché non vivono nell’inesistente famiglia del Mulino Bianco, beh, credere questo, è un insulto a loro e a tutte le belle persone che vivono oggi e che non hanno avuto un papà e una mamma, ma altre situazioni (persone reali, che io conosco). Dico da sempre che generare ed essere in grado di educare un figlio non sono la stessa cosa. Ed ecco mi fa piacere che lo sottolinei pure Guglielmo.

In ultimo, ho letto su Instagram, tra i commenti al video, che i bambini che vivono in famiglie omogenitoriali non possono scegliere dove stare… Ma in realtà, chi, su questo pianeta sceglie dove nascere e dove crescere? O da chi nascere e da chi crescere? Per questo e non solo per questo, non vedo proprio nessuna stortura, da nessuna parte. La natura e l’amore trovano vie infinite. E penso che l’unica fortuna che tutti ci possiamo augurare di avere è di ricevere e dare amore.

No ai pregiudizi, no all’omofobia (in ogni sua declinazione LGBTQ+) e soprattutto no alla barbarie di questi manifesti e di chi li propugna (che personalmente io ho evitato di nominare qui, perché mi sdegnano).

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La Civiltà dell’Antica Roma – Pierre Grimal – Citazione

…la ragione, facoltà umana per eccellenza, è universale, e il diritto, se ne è un’emanazione, deve anch’esso essere universale nelle applicazioni così come nei principi. Esso cessa di essere legato a una città particolare, a questo o a quel gruppo di uomini, per estendersi a tutta l’umanità. Di fronte alla ragione, non vi sono più né cittadini, né stranieri, né uomini liberi, né schiavi, ma solo esseri con esigenze simili. 

  • La civiltà dell’antica Roma, Pierre Grimal 

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Recensione di La Civiltà dell’Antica Roma – LEGGI

I Rohingya, Aung San Suu Kye e i diritti umani tra Nobel e Onu

Devo assolutamente rivolgere un pensiero alla Birmania o, se preferite, Myanmar. Questo stato del sud-est asiatico è in questi giorni tornato alla ribalta delle cronache, per via della sistematica persecuzione, che il governo e l’esercito birmano starebbero ponendo in atto a danno dei Rohingya. E allora sento di dover dire delle cose a riguardo.

Prima di tutto, per chi non lo sapesse, i Rohingya sono una minoranza di fede musulmana, che abita principalmente lo stato di Rakhine (in Myanmar) e ammonta a circa un milione di unità. Da decenni questa popolazione è privata dei propri diritti dalla maggioranza buddhista, che non le riconosce nemmeno la cittadanza. Soprattutto sotto la giunta militare che ha governato il paese, questa minoranza è stata sottoposta a una severa repressione.

Oggi, però, le cose in Myanmar sono diverse. La dittatura militare non c’è più e nel 2016 il partito del premio nobel per la pace, Aung San Suu Kye, ha stravinto le elezioni, controllando, di fatto, politicamente il paese – benché polizia e militari abbiano ancora una certa indipendenza. Ma, di fatto, il timone politico e la figura di spicco dell’esecutivo è la Suu Kye, benché non presidente. Ed io mi chiedo, com’è che la paladina della democrazia, che ha subito un lungo periodo di detenzione domiciliare, diventando simbolo della lotta contro le ingiustizie è così silente ed ambigua su ciò che sta avvenendo?

Ho letto vari articoli sulla questione. E tutti concordano. Dello stato di Rakhine in Myanmar non si riesce a sapere niente di certo… è off-limits. Non vi possono accedere osservatori indipendenti. Il Governo e la Suu Kye tacciono e, se dicono qualcosa, accusano i Rohingya di terrorismo. Potrebbe anche esserci qualcosa di vero, come dice la BBC, tra i Rohingya terreno fertile per la radicalizzazione potrebbe esserci. Ma perché? Forse perché non hanno accesso all’istruzione e l’unica che riescono ad avere è di matrice islamica. Forse perché ci si stanca di essere puntualmente calpestati?

Polizia e militari accusano i Rohingya di avere compiuto, sostanzialmente, attentati. E da parte loro i Rohingya li accusano di violenze indiscriminate, stupri e uccisioni… e altri sistamatici orrori, documentati con video fatti dai loro cellulari, dato che i giornalisti non hanno accesso in quelle zone.

Ed io mi chiedo. Com’è possibile? Com’è possibile che davanti a questa situazione un Nobel per la Pace, la “signora” Aung San Suu Kye, che io pure stimavo, favorisca il silenzio? Lei è la prima che dovrebbe garantire la trasparenza e permettere inchieste indipendenti. E’ la prima che dovrebbe gridare la verità. Cosa sta accadendo davvero nello stato del Rakhine in Myanmar?

Che qualcuno metta sotto pressione la signora Aung San Suu Kye! Che l’ONU pretenda qualcosa dallo stato del Myanmar! Perché alcune delle cose che avvengono nel mondo le tolleriamo e altre no? La vita e il rispetto che le si deve sono uguali ovunque!

– Giuseppe Circiello –

Ps: immagine di copertina presa liberamente da google immagini, tra quelle messe liberamente messe a disposizione per il riutilizzo.

 

La Pace è un Dovere Umano – Pflichtenstaat – Riflessione sul mondo e su noi.

In questi giorni sono accadute molte cose in Italia e nel mondo. Molte riguardano l’odio e l’ingiustizia. I due, si sa (e se non lo sapete, sappiatelo), sono legati. Ho visto i suprematisti bianchi marciare in america, ho visto gli attentati in Catalogna e Finlandia, ho visto i rifugiati eritrei cacciati dallo stabile che avevano occupato, senza però dare loro una soluzione valida. Tante cose ho visto sui giornali.

E’ inutile riportarle tutte. Il tenore di ciò che accade nel mondo, il suo stato di salute, è questo. O anche questo. Perché sì, in realtà, nonostante accadano tutte queste cose, credo che il nostro tempo sia quello più pacifico e sicuro. Vi sono eventi positivi, nonostante la perfezione sia ben lontana dall’essere raggiunta… e, d’altra parte, non esiste.

Allora che parli a fare? Sì, me lo si potrebbe chiedere… Ed io risponderei che sono preoccupato. L’umore generale delle persone mi sembra peggiori giorno dopo giorno. Forse perché i social network, così diffusi, ci privano delle nostre pie illusioni e siamo costretti a vedere e a renderci conto anche di ciò che non vogliamo.

E’ un continuo confronto. E non so se siamo pronti a questo. Il mondo è infinitamente più grande di noi. E se internet permette a due persone agli antipodi del pianeta e agli antipodi del pensiero di confrontarsi… forse dovremmo dimostrare di essere infinitamente grandi anche noi, per meritarci questa possibiltà. Infinitamente meritevoli.

Insomma, noto la diffusa non volontà di comprendere l’altro. La diffusa volontà di predominio. Sia chiaro che io non sono un santo in questo, a volte qualcuno l’ho mandato affanculo volentieri. Ma in questa specie di tennis da tavolo, dove tutti non fanno altro che incolpare qualcun’altro – tranne se stessi – delle tragedie che avvengono, io – giocatore come gli altri – non posso fare a meno di chiedermi dove sia l’umanità… e – forse – cosa essa sia. Vedo troppa gente disposta a fare di tutta l’erba un fascio. Troppa gente compiaciuta della propria mancanza di empatia. Troppa gente che si applica ad offendere quanto meglio può, quando dovrebbe fare proprio il contrario.

Allora io voglio dire solo una cosa. Allargate il quadro! Abitiamo il pianeta, siamo terrestri, tutti. Dobbiamo essere buoni. Non fessi. Ma buoni. Si può. Si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, perché quando siamo di fronte ad una persona, una qualunque altra persona, allora noi esistiamo e abbiamo il metro per stabilire CHI siamo. Chiunque sia di fronte a noi, potremmo essere noi. E tu? Come vorresti essere trattato?

Gli illuministi tedeschi parlavano di Pflichtenstaat, lo stato basato sui doveri, non sui diritti. E forse dovremmo tornare a vederla così la vita. Da sostenitore dei diritti umani, penso che dovremmo concentrarci sui DOVERI UMANI: quei doveri ai quali ognuno di noi deve adempiere, per far sì che gli altri godano dei propri diritti.

Questo è l’unico modo buono di organizzare una società. Non siate mai orgogliosi di essere cattivi. Mettetevi in discussione. Ripeto, tra tutti gli stimoli e le frustrazioni che abbiamo, ricordiamoci di essere buoni.

– Giuseppe Circiello –

Revolution – Helly Luv – Musica e Riflessioni – Curdi

Tempo fa vidi su La7 un reportage di Corrado Formigli, girato nella città di Sinjar, in Iraq. Questa, abitata da Yazidi e Curdi, fu conquistata dai miliziani dell’Isis, che poi vi commisero atroci delitti a danno soprattutto della popolazione Yazida, colpevole, secondo loro, di non essere musulmana. Grazie ai peshmerga curdi, addestrati anche dalle forze armate della coalizione occidentale, Sinjar è stata riconquistata e il giornalista di La7 andò lì per documentare una delle prime sconfitte dello Stato Islamico e quanto valorosamente i curdi di quella regione si stavano battendo.

Per chi non lo sapesse, i Curdi sono la più grande nazione priva di stato. Essi sono circa 30 – 40 milioni e si dividono soprattutto tra Iraq, Siria, Turchia e Iran. Durante le guerre mondiali, essi hanno anche provato a creare un proprio paese indipendente, ma le potenze mondiali e locali, sostanzialmente, non lo hanno consentito. Ed è un peccato, perché hanno proprie peculiarità e cultura, diverse da quelle degli stati che li ospitano e che, spesso, cercano o hanno cercato di assimilarli, scacciarli o discriminarli. Non sono arabi (e quindi semitici), ma sono i discendenti degli antichi Medi e condividono la nostra origine: sono indoeuropei (come gli iraniani/persiani). Sono però in maggioranza musulmani sunniti (vi sono anche curdi cristiani e zoroastriani), ma nonostante questo hanno una delle mentalità più laiche del medio-oriente: cosa che si vede anche dallo spazio che le donne hanno nella società. Famoso è il valore dei loro combattenti, i peshmerga, tra i quali, appunto, si annoverano anche numerose donne, che combattono in prima linea l’ISIS. Ed insomma, io auguro a questo popolo uno Stato, che meritano (e che ultimamente sembra essere in dirittura d’arrivo). Perché sono sicuro che lo renderanno, col tempo (nulla nasce perfetto, ma tutto si può migliorare), tra i più floridi, progressisti e laici di quella zona. Insieme ai turchi, i curdi rappresentano la più grande speranza, per l’Islam, di dimostrare che uno stato musulmano può ospitare una democrazia moderna e liberale.

Ecco, dopo che il reportage di Formigli mi aveva ricordato queste cose, mi sono messo a cercare in rete video e interviste di simile argomento. E, ad un certo punto, mi sono imbattuto in una ragazza dalla folta chioma rosso fuoco che, intervistata da un’emittente americana, presentava il suo video e la sua canzone, chiedendo al contempo aiuto e armi per i suoi fratelli curdi, i soli all’epoca a star combattendo l’Isis sul terreno, “boots on the ground“, come dicono negli USA. E dovevano farlo necessariamente, poiché con Baghdad che aveva perso Mosul e doveva riorganizzare il proprio esercito e con Damasco che non riusciva a frenare l’avanzata dei terroristi in Siria, il combattere strenuamente, per i curdi, era questione vitale.

Ma combattere è un qualcosa che si può fare in molti modi. Ed Helly Luv, la ragazza dai capelli rosso fuoco, è simbolo ed esempio di questa realtà. Ebbene, sappiate che, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, questa artista curda ha girato il suo video musicale a soli 2,5 km di distanza dal confine con lo Stato Islamico. Perché? Perché voleva mostrare il suo popolo coraggioso e i peshmerga, mentre combattevano non solo per la propria libertà, ma per la libertà di tutti, poiché il terrorismo tutti noi riguarda.

E nonostante fossero impegnati tra combattimenti e turni di guardia, i peshmerga si sono prestati. Hanno acconsentito a far parte del video (e a proteggerne le riprese). Inoltre, molte delle persone che compaiono, sono persone che per davvero hanno dovuto fuggire dall’ISIS, quando avanzò fino a Mosul.

Ora, a parte il coraggio e l’impegno della cantante Helly Luv, dei peshmerga e di tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto, quello che mi preme sottolinearne è la sua forza dirompente. Perché questi, miei cari, cantavano, ballavano, si truccavano, giravano un video sfacciatamente pop, mentre a poca distanza da loro c’era l’orrore e la morte, la cruda violenza totalitaria del fondamentalismo islamico.

Ecco, chi ama la vita, chi ama la libertà, chi ama l’arte, non si fa mai fermare. Al terrore non si risponde solo con le armi, ma anche con i simboli e gli esempi. E, soprattutto, al terrore non dobbiamo concedere la possibilità di cambiare chi siamo. Al culto della morte i curdi hanno risposto con l’entusiasmo di vivere: cantando la pace, la libertà, la coesistenza.

Questo brano e questo video dovrebbero essere molto più conosciuti e diffusi, perché ci fanno capire che le cose che diamo per scontate non lo sono affatto. Tutta questa gente ha rischiato e rischia la vita, per aver partecipato a queste riprese.

Infine, prima di lasciarvi al brano, un’ultima riflessione. La maggior parte delle persone che sono in questo video sono musulmane. Eppure li vedete ballare e cantare insieme a cristiani e yazidi, li vede con i capelli tinti e col trucco. Insomma, la realtà del mondo è complessa. E noi dovremmo sempre cercare di evitare le etichette e le risposte troppo facili, i pregiudizi.

– Giuseppe Circiello –

Riflessione sui diritti umani di Riina e i “doveri umani” che abbiamo verso noi stessi

Dirò “brevemente” anche io la mia opinione sul dibatto che riguarda Totò Riina e il suo diritto a morire “dignitosamente”. E lo faccio perché oggi ho letto ogni genere di esternazioni, nella quasi totalità di profonda indignazione. Al che, ho urgenza di esprimermi, perché sto rischiando un’ulcera. Io non sopporto chi ragiona solo di pancia e dà sfogo ai suoi istinti più bassi. Anche se, in questo caso, per via di un pluriomicida impenitente, lo posso capire (ma non condividere, alla lunga, perché poi bisogna riflettere!).

Devo iniziare con una premessa fondamentale: la Mafia e i mafiosi sono feccia. Ed io non voglio essere feccia come loro.

Detto questo, se i giudici e i medici decidessero di alleviare le condizioni del suo stato di detenzione (nessuno parla di libertà tout-court), io rispetterò e mi sforzerò di comprendere la loro decisione.

E’ possibile che non capiate che non è un favore che facciamo a Riina, bensì un dovere che abbiamo nei confronti di noi stessi, verso la nostra umanità e i nostri valori, che sono diversi da quelli dei mafiosi????? Sono i mafiosi, che non tengono conto di niente, sono i mafiosi che si vendicano, sono i mafiosi che non tengono conto delle suppliche delle loro vittime e delle loro condizioni di salute.

L’Italia, checché se ne dica, è uno stato di diritto, che rispetta i diritti umani e la divisione dei poteri. L’Italia non è uno stato mafioso e non può comportarsi con la stessa logica della Mafia. I diritti umani sono indisponibili, non si concedono, si hanno e basta. Ogni umano li ha, anche il peggiore… che ci piaccia o meno è su questo principio che si basa la civiltà. E dato che viviamo sotto una Costituzione, che questi diritti li difende, e non viviamo sotto il codice di Hammurrabi (come ha detto anche Mentana), io rispetterò qualunque decisione della magistratura e mi fiderò del fatto che anche se Riina uscisse dal regime del 41bis, per un altro genere di detenzione, le nostre forze dell’ordine sapranno difenderci e fare il loro lavoro. Perché una cosa è sicura, se Riina ragiona in un modo, noi allora dobbiamo ragionare nel modo opposto.

– Giuseppe Circiello –

Il Diritto ad un Ambiente sano – Diritti Umani

Il futuro si costruisce nel presente. Quello che facciamo oggi ha ripercussioni su ciò che avverrà domani. Di cosa sto parlando? Della cura che dovremmo avere della Terra, che non è di nostra proprietà. Il mondo ci è stato concesso per un po’ di tempo e lo abbiamo trovato in uno stato relativamente buono. Ed è così che dovremmo lasciarlo a coloro che ci seguiranno.

In questo periodo storico stiamo assistendo a come i cambiamenti climatici causino uragani, alluvioni, siccità, gelo, carestia, stravolgimento dei cicli stagionali. E, da almeno tre-quattro decenni, la scienza ha indicato come concausa di questo funesto trend l’attività umana. Le nostre azioni influenzano questi processi.

Col passare del tempo, è aumentato sempre di più il numero delle persone che hanno preso a cuore le sorti del pianeta. Sono nati i primi partiti verdi, dagli anni ’70 del secolo scorso, e poi si è arrivati via via ad un sentimento di responsabilità globale, che ha portato agli accordi di Parigi del 2015. Gli Stati del Mondo, i potenti, finalmente si sono resi conto che il Cambiamento Climatico è un problema reale e bisogna fare qualcosa, per cercare di sollevare il pianeta dallo stress a cui lo stiamo sottoponendo. Due anni fa, insomma, politica e scienza si sono messe d’accordo ed hanno individuato una strada, un’etica dello sviluppo (sostenibile).

Sostanzialmente, a Parigi, i grandi della Terra, riducendo le emissioni di gas serra, diminuendo l’uso dei combustibili fossili e incrementando l’uso delle energie rinnovabili e favorendo le imprese ad esse connesse, si sono impegnati ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione, per far sì che l’aumento medio della temperatura globale non superi mai i 2°C all’anno, rispetto ai livelli dell’era preindustriale. L’obiettivo ambizioso, anzi, era quello di far sì che non si superassero nemmeno gli 1,5°C annui. Con molta difficoltà e tenacia delle diplomazie mondiali, si riuscì a far firmare l’accordo a tutti. Persino i due giganti Cina e Stati Uniti (grazie alla sensibilità di Obama) apposero la propria firma.

Poi è arrivato Donald Trump, l’uomo che vive ieri. Perché, di certo, non è proiettato al domani. Ieri, infatti, ci si chiudeva nel particolarismo, nel nazionalismo, nel proprio orto. Ieri ciò che accadeva a casa propria non influenzava ciò che accadeva a casa degli altri. Ieri ci si preoccupava dell’oggi, del vivere alla giornata. Ieri si dava una moneta o una bastonata ai mendicanti, ma non si pensava di risolvere i problemi alla base della povertà. Ieri si aveva paura delle sfide dell’innovazione. Ieri riconoscere i diritti dei figli e degli altri non era di moda.

Perché sì, avere un ambiente sano in cui vivere è un diritto umano, del quale il presidente americano sta privando i suoi cittadini e non solo. Questo, viene chiamato, tecnicamente, diritto di 3a generazione. Fa parte di quella famiglia di diritti nati con la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico, la cui complessità va gestita in comune da tutti gli attori mondiali, in un quadro di interdipendenza e solidarietà. Per portare un esempio, se uno Stato X emette troppa CO2, oppure se fa esplodere una bomba atomica, le conseguenze di questi eventi non rimangono confinate in quel determinato ambito territoriale, ma vengono subite da tutta la comunità mondiale. Per questo ci vuole responsabilità e non calcolo politico.

Che tu sia Donald Trump o Paperon de’ Paperoni non puoi pagare i fiori affinché crescano, o un uragano perché non si abbatta sulla costa orientale degli Stati Uniti, non puoi pagare la Terra affinché non impazzisca (o non si difenda). Come una creatura, la Terra, per star bene necessita il nostro amore.

Chi ci seguirà, di certo, non potrà portare in tribunale i suoi avi. Ma se non facciamo attenzione, arriverà il momento in cui nessuno potrà venire dopo di noi. L’industrializzazione ci ha portato la ricchezza e il benessere. Ma l’avidità umana, applicata ad essa, ha creato i preamboli della nostra fine. Privo di lungimiranza, l’uomo Trump, che vuole vivere in eterno, ha messo in pericolo le basi stesse della sua eternità: i suoi figli e i figli dei suoi figli.

– Giuseppe Circiello –