I Rohingya, Aung San Suu Kye e i diritti umani tra Nobel e Onu

Devo assolutamente rivolgere un pensiero alla Birmania o, se preferite, Myanmar. Questo stato del sud-est asiatico è in questi giorni tornato alla ribalta delle cronache, per via della sistematica persecuzione, che il governo e l’esercito birmano starebbero ponendo in atto a danno dei Rohingya. E allora sento di dover dire delle cose a riguardo.

Prima di tutto, per chi non lo sapesse, i Rohingya sono una minoranza di fede musulmana, che abita principalmente lo stato di Rakhine (in Myanmar) e ammonta a circa un milione di unità. Da decenni questa popolazione è privata dei propri diritti dalla maggioranza buddhista, che non le riconosce nemmeno la cittadanza. Soprattutto sotto la giunta militare che ha governato il paese, questa minoranza è stata sottoposta a una severa repressione.

Oggi, però, le cose in Myanmar sono diverse. La dittatura militare non c’è più e nel 2016 il partito del premio nobel per la pace, Aung San Suu Kye, ha stravinto le elezioni, controllando, di fatto, politicamente il paese – benché polizia e militari abbiano ancora una certa indipendenza. Ma, di fatto, il timone politico e la figura di spicco dell’esecutivo è la Suu Kye, benché non presidente. Ed io mi chiedo, com’è che la paladina della democrazia, che ha subito un lungo periodo di detenzione domiciliare, diventando simbolo della lotta contro le ingiustizie è così silente ed ambigua su ciò che sta avvenendo?

Ho letto vari articoli sulla questione. E tutti concordano. Dello stato di Rakhine in Myanmar non si riesce a sapere niente di certo… è off-limits. Non vi possono accedere osservatori indipendenti. Il Governo e la Suu Kye tacciono e, se dicono qualcosa, accusano i Rohingya di terrorismo. Potrebbe anche esserci qualcosa di vero, come dice la BBC, tra i Rohingya terreno fertile per la radicalizzazione potrebbe esserci. Ma perché? Forse perché non hanno accesso all’istruzione e l’unica che riescono ad avere è di matrice islamica. Forse perché ci si stanca di essere puntualmente calpestati?

Polizia e militari accusano i Rohingya di avere compiuto, sostanzialmente, attentati. E da parte loro i Rohingya li accusano di violenze indiscriminate, stupri e uccisioni… e altri sistamatici orrori, documentati con video fatti dai loro cellulari, dato che i giornalisti non hanno accesso in quelle zone.

Ed io mi chiedo. Com’è possibile? Com’è possibile che davanti a questa situazione un Nobel per la Pace, la “signora” Aung San Suu Kye, che io pure stimavo, favorisca il silenzio? Lei è la prima che dovrebbe garantire la trasparenza e permettere inchieste indipendenti. E’ la prima che dovrebbe gridare la verità. Cosa sta accadendo davvero nello stato del Rakhine in Myanmar?

Che qualcuno metta sotto pressione la signora Aung San Suu Kye! Che l’ONU pretenda qualcosa dallo stato del Myanmar! Perché alcune delle cose che avvengono nel mondo le tolleriamo e altre no? La vita e il rispetto che le si deve sono uguali ovunque!

– Giuseppe Circiello –

Ps: immagine di copertina presa liberamente da google immagini, tra quelle messe liberamente messe a disposizione per il riutilizzo.

 

Annunci

La Pace è un Dovere Umano – Pflichtenstaat – Riflessione sul mondo e su noi.

In questi giorni sono accadute molte cose in Italia e nel mondo. Molte riguardano l’odio e l’ingiustizia. I due, si sa (e se non lo sapete, sappiatelo), sono legati. Ho visto i suprematisti bianchi marciare in america, ho visto gli attentati in Catalogna e Finlandia, ho visto i rifugiati eritrei cacciati dallo stabile che avevano occupato, senza però dare loro una soluzione valida. Tante cose ho visto sui giornali.

E’ inutile riportarle tutte. Il tenore di ciò che accade nel mondo, il suo stato di salute, è questo. O anche questo. Perché sì, in realtà, nonostante accadano tutte queste cose, credo che il nostro tempo sia quello più pacifico e sicuro. Vi sono eventi positivi, nonostante la perfezione sia ben lontana dall’essere raggiunta… e, d’altra parte, non esiste.

Allora che parli a fare? Sì, me lo si potrebbe chiedere… Ed io risponderei che sono preoccupato. L’umore generale delle persone mi sembra peggiori giorno dopo giorno. Forse perché i social network, così diffusi, ci privano delle nostre pie illusioni e siamo costretti a vedere e a renderci conto anche di ciò che non vogliamo.

E’ un continuo confronto. E non so se siamo pronti a questo. Il mondo è infinitamente più grande di noi. E se internet permette a due persone agli antipodi del pianeta e agli antipodi del pensiero di confrontarsi… forse dovremmo dimostrare di essere infinitamente grandi anche noi, per meritarci questa possibiltà. Infinitamente meritevoli.

Insomma, noto la diffusa non volontà di comprendere l’altro. La diffusa volontà di predominio. Sia chiaro che io non sono un santo in questo, a volte qualcuno l’ho mandato affanculo volentieri. Ma in questa specie di tennis da tavolo, dove tutti non fanno altro che incolpare qualcun’altro – tranne se stessi – delle tragedie che avvengono, io – giocatore come gli altri – non posso fare a meno di chiedermi dove sia l’umanità… e – forse – cosa essa sia. Vedo troppa gente disposta a fare di tutta l’erba un fascio. Troppa gente compiaciuta della propria mancanza di empatia. Troppa gente che si applica ad offendere quanto meglio può, quando dovrebbe fare proprio il contrario.

Allora io voglio dire solo una cosa. Allargate il quadro! Abitiamo il pianeta, siamo terrestri, tutti. Dobbiamo essere buoni. Non fessi. Ma buoni. Si può. Si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, perché quando siamo di fronte ad una persona, una qualunque altra persona, allora noi esistiamo e abbiamo il metro per stabilire CHI siamo. Chiunque sia di fronte a noi, potremmo essere noi. E tu? Come vorresti essere trattato?

Gli illuministi tedeschi parlavano di Pflichtenstaat, lo stato basato sui doveri, non sui diritti. E forse dovremmo tornare a vederla così la vita. Da sostenitore dei diritti umani, penso che dovremmo concentrarci sui DOVERI UMANI: quei doveri ai quali ognuno di noi deve adempiere, per far sì che gli altri godano dei propri diritti.

Questo è l’unico modo buono di organizzare una società. Non siate mai orgogliosi di essere cattivi. Mettetevi in discussione. Ripeto, tra tutti gli stimoli e le frustrazioni che abbiamo, ricordiamoci di essere buoni.

– Giuseppe Circiello –

Revolution – Helly Luv – Musica e Riflessioni – Curdi

Tempo fa vidi su La7 un reportage di Corrado Formigli, girato nella città di Sinjar, in Iraq. Questa, abitata da Yazidi e Curdi, fu conquistata dai miliziani dell’Isis, che poi vi commisero atroci delitti a danno soprattutto della popolazione Yazida, colpevole, secondo loro, di non essere musulmana. Grazie ai peshmerga curdi, addestrati anche dalle forze armate della coalizione occidentale, Sinjar è stata riconquistata e il giornalista di La7 andò lì per documentare una delle prime sconfitte dello Stato Islamico e quanto valorosamente i curdi di quella regione si stavano battendo.

Per chi non lo sapesse, i Curdi sono la più grande nazione priva di stato. Essi sono circa 30 – 40 milioni e si dividono soprattutto tra Iraq, Siria, Turchia e Iran. Durante le guerre mondiali, essi hanno anche provato a creare un proprio paese indipendente, ma le potenze mondiali e locali, sostanzialmente, non lo hanno consentito. Ed è un peccato, perché hanno proprie peculiarità e cultura, diverse da quelle degli stati che li ospitano e che, spesso, cercano o hanno cercato di assimilarli, scacciarli o discriminarli. Non sono arabi (e quindi semitici), ma sono i discendenti degli antichi Medi e condividono la nostra origine: sono indoeuropei (come gli iraniani/persiani). Sono però in maggioranza musulmani sunniti (vi sono anche curdi cristiani e zoroastriani), ma nonostante questo hanno una delle mentalità più laiche del medio-oriente: cosa che si vede anche dallo spazio che le donne hanno nella società. Famoso è il valore dei loro combattenti, i peshmerga, tra i quali, appunto, si annoverano anche numerose donne, che combattono in prima linea l’ISIS. Ed insomma, io auguro a questo popolo uno Stato, che meritano (e che ultimamente sembra essere in dirittura d’arrivo). Perché sono sicuro che lo renderanno, col tempo (nulla nasce perfetto, ma tutto si può migliorare), tra i più floridi, progressisti e laici di quella zona. Insieme ai turchi, i curdi rappresentano la più grande speranza, per l’Islam, di dimostrare che uno stato musulmano può ospitare una democrazia moderna e liberale.

Ecco, dopo che il reportage di Formigli mi aveva ricordato queste cose, mi sono messo a cercare in rete video e interviste di simile argomento. E, ad un certo punto, mi sono imbattuto in una ragazza dalla folta chioma rosso fuoco che, intervistata da un’emittente americana, presentava il suo video e la sua canzone, chiedendo al contempo aiuto e armi per i suoi fratelli curdi, i soli all’epoca a star combattendo l’Isis sul terreno, “boots on the ground“, come dicono negli USA. E dovevano farlo necessariamente, poiché con Baghdad che aveva perso Mosul e doveva riorganizzare il proprio esercito e con Damasco che non riusciva a frenare l’avanzata dei terroristi in Siria, il combattere strenuamente, per i curdi, era questione vitale.

Ma combattere è un qualcosa che si può fare in molti modi. Ed Helly Luv, la ragazza dai capelli rosso fuoco, è simbolo ed esempio di questa realtà. Ebbene, sappiate che, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, questa artista curda ha girato il suo video musicale a soli 2,5 km di distanza dal confine con lo Stato Islamico. Perché? Perché voleva mostrare il suo popolo coraggioso e i peshmerga, mentre combattevano non solo per la propria libertà, ma per la libertà di tutti, poiché il terrorismo tutti noi riguarda.

E nonostante fossero impegnati tra combattimenti e turni di guardia, i peshmerga si sono prestati. Hanno acconsentito a far parte del video (e a proteggerne le riprese). Inoltre, molte delle persone che compaiono, sono persone che per davvero hanno dovuto fuggire dall’ISIS, quando avanzò fino a Mosul.

Ora, a parte il coraggio e l’impegno della cantante Helly Luv, dei peshmerga e di tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto, quello che mi preme sottolinearne è la sua forza dirompente. Perché questi, miei cari, cantavano, ballavano, si truccavano, giravano un video sfacciatamente pop, mentre a poca distanza da loro c’era l’orrore e la morte, la cruda violenza totalitaria del fondamentalismo islamico.

Ecco, chi ama la vita, chi ama la libertà, chi ama l’arte, non si fa mai fermare. Al terrore non si risponde solo con le armi, ma anche con i simboli e gli esempi. E, soprattutto, al terrore non dobbiamo concedere la possibilità di cambiare chi siamo. Al culto della morte i curdi hanno risposto con l’entusiasmo di vivere: cantando la pace, la libertà, la coesistenza.

Questo brano e questo video dovrebbero essere molto più conosciuti e diffusi, perché ci fanno capire che le cose che diamo per scontate non lo sono affatto. Tutta questa gente ha rischiato e rischia la vita, per aver partecipato a queste riprese.

Infine, prima di lasciarvi al brano, un’ultima riflessione. La maggior parte delle persone che sono in questo video sono musulmane. Eppure li vedete ballare e cantare insieme a cristiani e yazidi, li vede con i capelli tinti e col trucco. Insomma, la realtà del mondo è complessa. E noi dovremmo sempre cercare di evitare le etichette e le risposte troppo facili, i pregiudizi.

– Giuseppe Circiello –

Riflessione sui diritti umani di Riina e i “doveri umani” che abbiamo verso noi stessi

Dirò “brevemente” anche io la mia opinione sul dibatto che riguarda Totò Riina e il suo diritto a morire “dignitosamente”. E lo faccio perché oggi ho letto ogni genere di esternazioni, nella quasi totalità di profonda indignazione. Al che, ho urgenza di esprimermi, perché sto rischiando un’ulcera. Io non sopporto chi ragiona solo di pancia e dà sfogo ai suoi istinti più bassi. Anche se, in questo caso, per via di un pluriomicida impenitente, lo posso capire (ma non condividere, alla lunga, perché poi bisogna riflettere!).

Devo iniziare con una premessa fondamentale: la Mafia e i mafiosi sono feccia. Ed io non voglio essere feccia come loro.

Detto questo, se i giudici e i medici decidessero di alleviare le condizioni del suo stato di detenzione (nessuno parla di libertà tout-court), io rispetterò e mi sforzerò di comprendere la loro decisione.

E’ possibile che non capiate che non è un favore che facciamo a Riina, bensì un dovere che abbiamo nei confronti di noi stessi, verso la nostra umanità e i nostri valori, che sono diversi da quelli dei mafiosi????? Sono i mafiosi, che non tengono conto di niente, sono i mafiosi che si vendicano, sono i mafiosi che non tengono conto delle suppliche delle loro vittime e delle loro condizioni di salute.

L’Italia, checché se ne dica, è uno stato di diritto, che rispetta i diritti umani e la divisione dei poteri. L’Italia non è uno stato mafioso e non può comportarsi con la stessa logica della Mafia. I diritti umani sono indisponibili, non si concedono, si hanno e basta. Ogni umano li ha, anche il peggiore… che ci piaccia o meno è su questo principio che si basa la civiltà. E dato che viviamo sotto una Costituzione, che questi diritti li difende, e non viviamo sotto il codice di Hammurrabi (come ha detto anche Mentana), io rispetterò qualunque decisione della magistratura e mi fiderò del fatto che anche se Riina uscisse dal regime del 41bis, per un altro genere di detenzione, le nostre forze dell’ordine sapranno difenderci e fare il loro lavoro. Perché una cosa è sicura, se Riina ragiona in un modo, noi allora dobbiamo ragionare nel modo opposto.

– Giuseppe Circiello –

Il Diritto ad un Ambiente sano – Diritti Umani

Il futuro si costruisce nel presente. Quello che facciamo oggi ha ripercussioni su ciò che avverrà domani. Di cosa sto parlando? Della cura che dovremmo avere della Terra, che non è di nostra proprietà. Il mondo ci è stato concesso per un po’ di tempo e lo abbiamo trovato in uno stato relativamente buono. Ed è così che dovremmo lasciarlo a coloro che ci seguiranno.

In questo periodo storico stiamo assistendo a come i cambiamenti climatici causino uragani, alluvioni, siccità, gelo, carestia, stravolgimento dei cicli stagionali. E, da almeno tre-quattro decenni, la scienza ha indicato come concausa di questo funesto trend l’attività umana. Le nostre azioni influenzano questi processi.

Col passare del tempo, è aumentato sempre di più il numero delle persone che hanno preso a cuore le sorti del pianeta. Sono nati i primi partiti verdi, dagli anni ’70 del secolo scorso, e poi si è arrivati via via ad un sentimento di responsabilità globale, che ha portato agli accordi di Parigi del 2015. Gli Stati del Mondo, i potenti, finalmente si sono resi conto che il Cambiamento Climatico è un problema reale e bisogna fare qualcosa, per cercare di sollevare il pianeta dallo stress a cui lo stiamo sottoponendo. Due anni fa, insomma, politica e scienza si sono messe d’accordo ed hanno individuato una strada, un’etica dello sviluppo (sostenibile).

Sostanzialmente, a Parigi, i grandi della Terra, riducendo le emissioni di gas serra, diminuendo l’uso dei combustibili fossili e incrementando l’uso delle energie rinnovabili e favorendo le imprese ad esse connesse, si sono impegnati ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione, per far sì che l’aumento medio della temperatura globale non superi mai i 2°C all’anno, rispetto ai livelli dell’era preindustriale. L’obiettivo ambizioso, anzi, era quello di far sì che non si superassero nemmeno gli 1,5°C annui. Con molta difficoltà e tenacia delle diplomazie mondiali, si riuscì a far firmare l’accordo a tutti. Persino i due giganti Cina e Stati Uniti (grazie alla sensibilità di Obama) apposero la propria firma.

Poi è arrivato Donald Trump, l’uomo che vive ieri. Perché, di certo, non è proiettato al domani. Ieri, infatti, ci si chiudeva nel particolarismo, nel nazionalismo, nel proprio orto. Ieri ciò che accadeva a casa propria non influenzava ciò che accadeva a casa degli altri. Ieri ci si preoccupava dell’oggi, del vivere alla giornata. Ieri si dava una moneta o una bastonata ai mendicanti, ma non si pensava di risolvere i problemi alla base della povertà. Ieri si aveva paura delle sfide dell’innovazione. Ieri riconoscere i diritti dei figli e degli altri non era di moda.

Perché sì, avere un ambiente sano in cui vivere è un diritto umano, del quale il presidente americano sta privando i suoi cittadini e non solo. Questo, viene chiamato, tecnicamente, diritto di 3a generazione. Fa parte di quella famiglia di diritti nati con la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico, la cui complessità va gestita in comune da tutti gli attori mondiali, in un quadro di interdipendenza e solidarietà. Per portare un esempio, se uno Stato X emette troppa CO2, oppure se fa esplodere una bomba atomica, le conseguenze di questi eventi non rimangono confinate in quel determinato ambito territoriale, ma vengono subite da tutta la comunità mondiale. Per questo ci vuole responsabilità e non calcolo politico.

Che tu sia Donald Trump o Paperon de’ Paperoni non puoi pagare i fiori affinché crescano, o un uragano perché non si abbatta sulla costa orientale degli Stati Uniti, non puoi pagare la Terra affinché non impazzisca (o non si difenda). Come una creatura, la Terra, per star bene necessita il nostro amore.

Chi ci seguirà, di certo, non potrà portare in tribunale i suoi avi. Ma se non facciamo attenzione, arriverà il momento in cui nessuno potrà venire dopo di noi. L’industrializzazione ci ha portato la ricchezza e il benessere. Ma l’avidità umana, applicata ad essa, ha creato i preamboli della nostra fine. Privo di lungimiranza, l’uomo Trump, che vuole vivere in eterno, ha messo in pericolo le basi stesse della sua eternità: i suoi figli e i figli dei suoi figli.

– Giuseppe Circiello –

Riflessione sul fondamentalismo e i fondamentalisti

Mi sono preso qualche ora in più per questa riflessione, ispirata da ciò che è successo a Manchester. Volevo evitare, in realtà. Ero più propenso a parlare dell’ipocrita visita di Donald Trump in Arabia Saudita, oppure della legalizzazione del matrimonio gay a Taiwan, primo stato asiatico a fare qualcosa del genere.

Poi però ho pensato che un blog, che si propone di parlare anche di diritti umani, non poteva scegliere di “non vedere. Perché il primo diritto umano fondamentale è la vita. Così, se dei giovanissimi vengono uccisi per nulla, qualcosa io devo dirla. E non mi sfugge che da anni in Siria, sotto le bombe, ne muoiono ancora di più… ed anche in altre parti del mondo. Ma è oltre l’umana capacità il poter trattare tutto insieme in questa sede. Ed io trascrivo alcune riflessioni, nate dopo l’attentato al concerto di Ariana Grande a Manchester; rassicurando, prima di tutto la mia coscienza, del fatto che mi dispiace per tutte, TUTTE, le vittime nel mondo allo stesso modo.

Dopodiché, devo essere franco. Anche se a me l’Islam come religione non piace, credo sia giusto dire che con il fondamentalismo contemporaneo esso non abbia reali nessi. Il fondamentalismo è un modo di vivere la realtà. Una malattia mentale, credo, della stessa natura delle ossessioni. Questo lo si può applicare a qualunque fede religiosa o politica. Per cui, dell’Islam in sé, l’unica cosa che mi sento di dire è che forse, rispetto ad altre religioni, offre più scuse e malintesi, per coprire i terroristi. Se Maometto non avesse condotto guerre, probabilmente, i terroristi sarebbero meno legittimati a credersi veri islamici (e preciso che non lo sono). Ma, di nuovo, anche questa è, in definitiva una scusa. Poiché conosciamo terroristi che con l’Islam non hanno niente a che fare: ne possiamo ricordare di rossi e di neri, e possiamo annoverare i fondamentalisti cristiani, che forse oggi non si fanno esplodere o non fanno attentati (che facciano rumore mediatico), ma che sicuramente sparano cazzate colossali.

L’estremismo che uccide mi riporta un po’ alla legge del taglione. Occhio per occhio e dente per dente. Il punto è che questi giovani esaltati, che si fanno esplodere o investono coi camion, o sparano sulla folla, o chi più ne ha più ne metta, non capiscono che non è con la violenza che possono risolvere i loro problemi. Uccidono… e poi? Boh! Qualcuno non gli ha insegnato che la cieca violenza è stata, alla fine, sempre battuta e che, soprattutto, non è giusta. Far saltare in aria te stesso e le persone produrrà solo dolore, ma non risolverà niente, qualunque sia il fine per cui l’azione si compia.

Io credo, purtroppo, che questi ragazzi/e vengano plagiati e usati da chi procura loro i mezzi, per portare a compimento folli strategie di omicidio e terrore. I kamikaze si chiedono perché coloro che danno loro soldi e strumenti per attentati non vanno a farsi saltare loro in aria? Se chi li manda a morte davvero crede nel martirio, nelle uri e in Allah, perché non desidera lui stesso immolarsi? Sarei curioso di conoscere le risposte a queste domande. Credo che ne sentirei delle belle, sia dagli esecutori che dai mandanti!

Vi consiglio un libro, Alamut di Vladimir Bartol. Leggerlo vi farà capire come uomini assetati di potere e privi di scrupoli riescano ad usare quei giovani pur dotati, ma facili ad essere ingannati da strabilianti promesse e discorsi ottundenti.

La predisposizione a divenire simili mostri sarà, probabilmente, la mancanza di punti di riferimento e sicurezze sia materiali che metafisiche. E non escludo qualche disturbo psichico, perché VOLERE uccidere altri esseri umano non è normale. Qualcosa dentro, probabilmente, non va bene e qualcuno approfitta di te, dandoti qualche altra cosa a cui aggrapparti e credere. E ti ci immedesimi così tanto, che ti dimentichi di essere umano, ti dimentichi dell’importanza della vita, al di sopra di ogni idea, e ti dimentichi che tutto è relativo, ti dimentichi del rispetto da dare agli altri, che è lo stesso che vuoi per te e le tue convinzioni… soprattutto, ti dimentichi come si fa a dubitare e quanto dubitare sia importante, quanto ci renda umani e quanto abbia fatto progredire l’umanità. E più o meno colpevolmente, ti dimentichi che se sei arrivato all’età che hai, qualcuno ti avrà pur amato; e tu in cambio stai restituendo solo la morte.

L’unica certezza che abbiamo è che la vita esiste. E l’unico corollario possibile è che essa vada rispettata, tutelata e salvata, così com’è. Che sia nata per opera di un dio, o spontaneamente, rimane preziosa… perché è rara e fragile, perché è un miscuglio di irripetibili unicità. Ed è per questo che arrogarsi il diritto di poterla togliere è un grave delitto. “Perdona loro perché non sanno quello fanno” diceva Gesù. Ed è vero: non lo sanno. Se lo sapessero, se lo capissero, se se ne rendessero conto davvero, profondamente, non riuscirebbero a trovare la pace, né in questa vita, né nell’altra. Non ci arriverebbero nemmeno, forse, a commettere queste azioni. E mi vengono i brividi a pensare che, di fronte a questa follia solitaria, sfruttata dalla fredda lucidità assassina di occulti marionettisti, molti innocenti abbiano pagato, paghino e pagheranno.

Dobbiamo rifiutare questo orrore e la sua logica. I populisti come la Le Pen e Salvini, i Trump, sbagliano in questo. Vogliono chiudere la nostra società e limitare, invece di aumentare, lo spettro dei diritti e dell’eguaglianza. Ma questo ci renderebbe simili a coloro da cui dobbiamo difenderci. Certo, voglio che la legalità e la sicurezza siano tutelate con forza ed efficienza. Ma all’interno di un modello di civiltà completamente opposto a quello che vorrebbero i fondamentalismi. Non voglio avere NULLA di simile a coloro che non si fanno scrupolo di diffondere la morte.

– Giuseppe Circiello –

17 Maggio, Giornata Mondiale Contro l’Omofobia – Diritti Umani

Oggi è il 17 Maggio, giornata mondiale contro l’omofobia. Ricorre in questo giorno poiché, esattamente 27 anni fa, nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimosse l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Sinceramente, mentre scrivo, ignoro anche quando vi sia entrata, in passato. Mi sembra assurdo. I nostri antenati, quelli vissuti in società ove le religioni abramitiche non erano diffuse, avevano molti meno problemi col fatto che si ama chi si vuole. Che si è come si è. Penso ai sumeri, ai celti, penso ai greci, ai romani, agli etruschi, agli indiani d’america pre-colonizzazione e a tante altre civiltà, che studiamo e rispettiamo.

Evidentemente, poi qualcosa è cambiato. Ed io credo sia dovuto al fatto che piccole sette, come potevano essere quella ebraica, cristiana e musulmana degli inizi, per non sparire avevano bisogno che si figliasse, viste le persecuzioni. Era l’unico modo per sopravvivere e propagarsi. Da questo presupposto qualche sacerdote, qualche scriba, e per la religione musulmana Maometto stesso, devono aver costruito il loro stigma per gli omosessuali. E’ una visione priva di umanità ed empatia, che contrasta nettamente con l’idea che dio ama le sue creature.

In tutte queste religioni create da uomini, non ho trovato un solo “Dio” che amasse le sue creature più di come può riuscire ad amarle una madre.

Ad ogni modo, queste visioni si sono poi estese, rovinando la vita di molte persone LGBTI+, togliendogliela pure. Ed in un certo senso la comunità scientifica si è resa complice fino al 1990. E’ una colpa di Stato (colpa politica) e Chiesa aver dovuto attendere così tanto. Ma d’altra parte le rivoluzioni più profonde avvengono piano. E l’importante è progredire.

Negli ultimi due decenni, molte cose sono cambiate per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender (per semplificare nomino i quattro gruppi più noti). Hanno dovuto aspettare: diritti politici per tutti i maschi, poi per tutte le donne, poi per tutte le razze. Oggi, però, si inizia a smuovere qualcosa anche per chi non è eterosessuale.

Tra molte resistenze, i gay possono sposarsi e adottare, e sono tutelati da leggi mirate contro i crimini di odio/omofobia. In alcuni stati, inoltre, possono anche accedere a fecondazione in vitro o maternità surrogata, com’è giusto che sia. Questo soprattutto in Europa e nelle Americhe.

Certo, in altre parti del mondo la fortuna è minore o non esiste. Eppure, se è vero che in questi giorni in Cecenia si parla di campi di concentramento per gay e in generale la situazione in Russia, Africa e Asia non è rosea (spesso è nera nera nera), penso che per il futuro si debba essere ottimisti. Perché la verità vince sempre alla fine e l’amore è la verità più grande. Prima o poi anche in questi stati lo si guarderà in faccia e lo si riconoscerà, nella totalità della sua dignità e legittimità. La cartina dei diritti LGBT, un tempo vuota, ora è piena di Stati in cui questi sono stati riconosciuti. Questi si diffondono, non si restringono. E proprio per questi motivi, laddove c’è, la repressione è più dura. Perché si ha paura (del nulla) e perché la povertà si sopporta meglio odiando qualcuno. Distraendosi.

World_marriage-equality_laws.svg
In blu scuro, gli stati che hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, in blu più chiaro, gli stati che hanno legalizzato unioni civili o altre forme di convivenza (fonte: Wikipedia)

Qui potrei lanciare i miei “J’accuse!, ma preferisco concentrarmi sul positivo. Sul fatto che, nonostante odio ancora ci sia, la lotta all’omofobia dei risultati li sta dando. Solo negli ultimi due anni, i progressi sono stati fondamentali. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato il matrimonio egualitario; l’Irlanda ha fatto la medesima cosa attraverso un referendum, che ha visto la maggioranza della popolazione favorevole. Ed anche Lussemburgo, Finlandia, Colombia e Bermuda si sono aggiunti. Per quanto riguarda le unioni civili, Cipro, Grecia e Italia adesso le riconoscono. Mentre stati come il Belize, Nauru, le Seychelles, il Mozambico hanno decriminalizzato l’omosessualità. Nelle corti poi, le coppie dello stesso sesso hanno visto riconosciuti i propri diritti a veder riconosciuto il proprio matrimonio contratto all’estero, oppure il proprio diritto alla genitorialità.

Insomma, combattere per le giuste cause prima o poi paga. Come diceva ObamaLoveWins“. Ed aveva ragione. Ed è per questo che oggi mi sono concentrato sui risultati positivi, non dimenticando le tante persone perseguitate, che ingiustamente soffrono. Ma i nostri risultati devono essere speranza per loro. E le loro disgrazie, invece, devono essere monito per noi: mai dare per scontato un diritto. Vigilare sempre! Coccoliamolo, tuteliamolo, pretendiamolo, se ce lo vogliono togliere.

– Giuseppe Circiello –