Niente E Così Sia – Oriana Fallaci – Citazione

Prendo la pallottolina e l’ammiro. E’ fatta proprio bene. Chi l’avrà inventata? L’ha inventata un uomo. E un giorno quest’uomo s’è messo lì con la sua pazienza, la sua scienza, la sua fantasia, la sua tecnologia, e ha calcolato forma peso polvere velocità traiettoria momento d’impatto, e dopo tali calcoli egli ha fatto un disegno, e ha scritto un progetto, e ha offerto il progetto a un industriale. E l’industriale lo ha esaminato con interesse, e ha chiamato i suoi tecnici, e gli ha detto di realizzare la pallottolina per prova, ma in gran segreto perché un altro industriale non gli rubasse l’idea. E loro l’hanno fatto. Poi tutti contenti hanno portato la pallottolina all’industriale che l’ha guardata come se fosse uno smeraldo, uno zaffiro, e ha detto: ora vediamo se funziona. E c’è stato l’esame e la pallottolina è stata sparata. Su chi? Su cosa? Su un cane, su un gatto, su un pezzo di lamiera? Certo non su un uomo. Io avrei scelto un uomo: l’inventore, ad esempio, o lo stesso industriale, o tutti e due. Invece sia l’inventore che l’industriale sono rimasti intatti, e l’industriale ha riunito intorno a un tavolo di mogano il suo consiglio di amministrazione, e ha mostrato la pallottolina, e ha proposto di brevettarla e produrre milioni miliardi di pallottoline per l’esercito che avrebbe usate in Vietnam. E il consiglio di amministrazione ha approvato. Sicché guardala questa fabbrica piena di operai che costruiscono pallottoline, i bravi operai che non hanno mai colpa, la colpa è degli industriali e basta, gli operai poverini non fanno che eseguire gli ordini, devono pur guadagnare, mantenere la famiglia, comprarsi l’automobile a rate, no? Hanno forse il tempo e il modo di porsi problemi morali, eh? E costruiscono pallottoline. Laboriosi, compunti, attenti a scartare le pallottoline che non riescono bene, se la pallottolina è imperfetta non strappa non taglia non vuota di tutto il suo sangue l’ometto giallo che se la becca a vent’anni. O l’ometto bianco, o l’omone nero. Perché queste pallottoline ce l’hanno anche gli altri, si fanno anche a Mosca, e a Pechino, dove non le ordina un industriale, le ordina lo Stato, che è proprio lo stesso, e anche gli operai sono proprio gli stessi, magari ancor più diligenti, ancor più obbedienti, e un giorno io voglio visitare una fabbrica di pallottoline: a Chicago o a Kiev o a Shangai. E voglio guardarli in faccia tutti: operai, direttori, industriali. E infine voglio guardare in faccia l’inventore perché lui è il più bello, il più importante: suo padre inventò la ghigliottina e suo nonno inventò la garrota. Suo padre era un bravuomo e suo nonno era un bravuomo e anche lui è un bravuomo, ne sono certa: è un buon cittadino e un marito fedele e un papà affettuoso. E se vive a Chicago o a New York o a Los Angeles è anche un cristiano devoto. E se è cattolico, la domenica mattina va a Messa e il venerdì mangia pesce. E se è iscritto alla Società Protettrice degli Animali scrive lettere per protestare contro la strage delle foche a Bergen e Halifax. “Egregio signor sindaco, con profondo orrore ho letto la strage che ogni stagione avviene nella sua città dove piccole foche inermi, foche neonate, vengono sottoposte all’atroce supplizio della scuoiatura quando sono ancora vive, sotto gli occhi inorriditi delle madri che vengono accecate e poi usate per giocare a palla…” E sua moglie dirà che non indosserà mai più una pelliccia di foca. Voglio conoscere anche lei. Perché voglio regalarle una collana fatta con le pallottoline inventate da suo marito, e chiederle di portarla con la pelliccia di foca: ci va bene insieme. 
“Non pensarci più, calmati” dice Francois togliendomi la pallottolina di mano. 
“Non credi che lui si ribelli alla strage delle foche?” 

  • Niente e così sia, Oriana Fallaci 

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Amleto – Poesie di Jurij Zivago – Borìs Pasternàk – Poesia

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena. 
Poggiato allo stipite della porta 
vado cogliendo nell’eco lontana 
quanto la vita mi riserva. 

Un’oscurità notturna mi punta contro 
mille binocoli allineati. 
Se solo è possibile, abba padre, 
allontana questo calice da me. 

Amo il tuo ostinato disegno, 
e reciterò, d’accordo, questa parte. 
Ma ora si sta dando un altro dramma 
e per questa volta almeno dispensami. 

Ma l’ordine degli atti è già fissato, 
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo. 
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo. 
Vivere una vita non è attraversare un campo. 

– Poesie di Jurij Zivago, Borìs Pasternàk –

Il Biglietto Stellato – Vasilij Aksënov – Citazione

“…Sulla Città Bassa domina la torre del Municipio, che ha sopra una banderuola a forma di guardia, come quelle sulle porte della città. E’ il Vecchio Tommaso, il simbolo di Tallin. Non si limita a indicare la direzione dei venti, ma controlla anche che qui regni l’ordine e le donne tengano a freno la lingua. Un tempo, le pettegole erano incatenate al muro del Municipio”. 
“Buona idea!” gridò Dimka. 
“E gli uomini, se tradivano la moglie”. 
“Beccati questa!” sussura Galja. 

– Il Biglietto Stellato, Vasilij Aksënov –

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Il Diavolo al Pontelungo – Riccardo Bacchelli – Recensione

Il romanzo storico di Bacchelli, Il Diavolo al Pontelungo, tratta degli ultimi anni di attività rivoluzionaria di Michele Bakunin; in Svizzera e poi in Italia (a Bologna).

Prima di parlare dei contenuti, va detto che il grande merito dell’autore è il saper scrivere divinamente. Leggere le pagine di questo romanzo è facile e piacevole. Ovviamente, l’italiano utilizzato è quello di inizio secolo (il libro fu pubblicato nel 1927), ma questo, lungi dal risultare pesante, si è rivelato forse il maggior pregio del libro, perché rende tutto meno omologato e più stimolante, forse persino “nuovo”.

Detto questo, passiamo ai contenuti e al valore dell’opera. E qui devo ammettere che, durante la lettura, il mio giudizio è spesso mutato e sono stato a lungo indeciso riguardo all’effettivo valore del libro.

Bacchelli è palesemente schierato contro le persone e le idee di cui racconta. Bakunin e gli anarchici vengono presentati come una marmaglia di sognatori goffi, disorganizzati, illusi e pazzi… e forse anche incoerenti. Ora, io non sono anarchico, però mi sono chiesto se fosse “morale“, per uno scrittore di romanzi storici, costruire il proprio libro introducendo il lettore a personaggi ed idee che non si ha intenzione di rispettare, giacché tutto e tutti – a mio avviso – vengono presentati come elementi di una commedia e/o resi macchiette.

Poi, però, ho dovuto ammettere, come lettore, che le mie aspettative dovevo lasciarle da parte e che non posso certo suggerire io a uno scrittore come trattare un argomento o di cosa scrivere! Intendo dire che esisteranno sicuramente altri romanzi e libri su Bakunin, che tratteranno i medesimi argomenti diversamente e in modo più politically correct.

Fatto questo passo indietro, mettendomi nei panni di Bacchelli e cercando di capire il

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Riccardo Bacchelli (1891 – 1986)

suo punto di vista, ho iniziato a rivalutare ampiamente il libro. E mi sono reso conto che ci sono cose importanti su cui Bacchelli ha ragione. Il fervore rivoluzionario, la cieca fedeltà all’idea e anche l’idea in sé, in questo caso, sono da temere o da prendere poco seriamenteLaddove i valori della vita e della libertà vengono messi in secondo piano, perché con la Rivoluzione (e dunque con la violenza e la morte) si vuole imporre uno stato d’anarchia, che a conti fatti viene negato nel momento stesso in cui viene imposto, si cade vittima di una enorme contraddizione. E allora il tono canzonatorio che permea questo romanzo non è per nulla fuori luogo. E questi signori, i personaggi, benché abbiano rischiato la vita per il loro ideale –  perdendola in alcuni casi – sono pericolosi, in quanto slegati dalla realtà. Non si rendono conto che le loro azioni negano il loro pensiero. E così, essere slegato dalla realtà, ti rende anche materiale (tragicamente) buffo per il facile sarcasmo di uno scrittore.

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Michail Bakunin, anarchico, filosofo e rivoluzionario russo (1814 – 1876)

Per cui direi che sì, il romanzo di Bacchelli è un’interessante riflessione. E non tanto (o non solo) da un punto di vista storico, ma da un punto di vista morale. Importante anche rispetto al sorgere dei nuovi estremismi che, ciechi come quelli di ieri ed impermeabili alla ragione e alla compassione, tentano di farsi strada nella società odierna.

 

– Giuseppe Circiello –

Ps: Ringrazio il prof. Vittoria, che lo consigliò a noi studenti, durante una lezione di Scienza Politica, al secondo anno di università. W i professori che consigliano libri! ^_^

Hands Away – Interpol – Musica

Da qualche giorno ascolto questa canzone… e penso che le mani sono importanti. Possono farti precipitare oltre gli occhi e conoscere tutti i loro racconti. Da qualche parte c’è qualcuno che sa di che parlo…

Will you put my hands away? 
Will you be my man? 
Serve it up, don’t wait, 
let’s see about this ham. 
Oh, what happened? 
Home spun desperation’s knowing 
inside your cover’s always blown

Il Dottor Živago – Borìs Pasternàk – Citazione – 3

Dunque, che sarà della vostra coscienza? Della vostra. La vostra. Ma voi, che cosa siete? Qui sta il punto. Guardiamo meglio. In che modo avete memoria di voi stessa, di quale parte del vostro organismo siete cosciente? Dei vostri reni, del fegato, dei vasi sanguigni? No, per quanto ricordiate, di voi vi siete sempre accorta in una estrinsecazione, in un atto, nelle opere delle vostre mani, in famiglia, fra gli altri. E, ora, state bene attenta. L’uomo negli altri uomini, ecco che cos’è l’anima dell’uomo. Ecco che cosa siete voi, ecco di che cosa ha respirato, si è nutrita, si è abbeverata per tutta la vita la vostra coscienza. Della vostra anima, della vostra immortalità, della vostra vita negli altri. E allora? Negli altri siete vissuta, negli altri resterete. Che differenza fa per voi se poi ciò si chiamerà memoria? Sarete ancora voi, entrata a far parte del futuro. 

Il Dottor Živago, Borìs Pasternàk 

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Il Matrimonio – Thorstein Veblen – Recensione

Risultati immagini per il matrimonio thorstein veblenThorstein Veblen è un sociologo statunitense (d’origine norvegese), appartenente alla corrente dell’istituzionalismo economico: una teoria che considera l’economia come il prodotto dell’interazione tra le varie istituzioni sociali. Noto principalmente per il suo libro “La Teoria della Classe Agiata“, in cui analizza la correlazione tra status economico e prestigio sociale, è stato autore di diversi saggi e articoli.

E questo libro – Il Matrimonio. La vera origine della proprietà – è tratto proprio da un articolo, scritto per l’American Journal of Sociology, tra il 1898 e il 1899.

Per Veblen non è stata la capacità di produrre e possedere beni a far nascere nell’uomo l’idea (cosciente) di proprietà privata – accettata, invece, come dogma nella teoria economica. Bensì è stato il possesso di qualcuno – e non qualcosa – che, biologicamente, è completamente altro da sé; il possesso di un altro essere umano, attraverso una primitiva dimensione schiavistica di ciò che sarebbe diventato il matrimonio a fondamento della famiglia patriarcale.

La genesi di tutto questo è da riscontrarsi nell’abitudine delle prime tribù guerriere di rapire le donne appartenenti alle comunità tribali aggredite, costringendole poi a fare da mogli e/o a lavorare per i loro padroni/mariti. La donna diveniva così una proprietà, simbolo della forza e del prestigio sociale – nonché della forza economica – di chi l’aveva presa con coercizione.

A questo modello Veblen oppone quello della società matrilineare, in cui la donna era corresponsabile dei destini familiari e liberamente “sposata”. Tale paradigma, ben più antico di quello patriarcale, andò estinguendosi (ma mai totalmente), in un mondo che diveniva sempre più bellicoso e predatorio. Insomma, le tribù e la famiglia si dovettero adattare al contesto e la soluzione del matrimonio-proprietà fu evoluzionisticamente/storicamente la scelta più adatta.

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Una fotografia di Thorstein Veblen

Ma questo meccanismo porta con sé anche il seme della sua distruzione. Con la rivoluzione industriale e l’aumento del benessere e della libertà umana, dell’istruzione, si è verificato un cambio sostanziale delle condizioni di vita dell’essere umano. Il binomio matrimonio-proprietà ha lasciato il posto al binomio produzione-proprietà, condannando la vecchia famiglia patriarcale a sparire, non lasciandogli nemmeno le basi psicologiche per una sua giustificazione.
(E non mi mancherà).

Detto ciò, questo scritto pubblicato da Castelvecchi è ricco di spunti ed, ma certo incontra anche tutti i limiti di quella che, in fin dei conti, è una riflessione scritta su di un giornale: la brevità e il non poter scrivere approfonditamente. Credo anche che si riveli il grande (forse troppo fiducioso) ottimismo di Veblen. Se è vero che la società industriale ha dato alla donna la possibilità di emanciparsi (e do atto al signor Thorstein di aver capito a fine 1800 che la famiglia era, è e sarà un concetto in evoluzione), è anche vero che siamo ancora ben lungi dall’aver ottenuto reale parità di opportunità per i sessi.
Ad ogni modo, la chiarezza e un diverso approccio a uno dei fondamentali dell’economia (la proprietà) ci sono. Dedicargli un’oretta non può far male.

– Giuseppe Circiello –