I Versi Satanici – Salman Rushdie – Recensione

A volte mi capita di comprare un libro, perché la copertina e il titolo attirano la mia attenzione, e di abbandonarlo dopo averne letto poche pagine, poiché non entro subito in sintonia con l’autore. E così, le aspettative deluse fanno in modo che io lo trascuri per anni e anni, ripromettendomi di leggerlo appena avrò tempo. Quel tempo poi viene, ci si sente pronti a regolare quel conto in sospeso e, benchè convinti di stare per leggere un mattone insopportabile, si viene travolti da pagine di pura bellezza e profondità. Perché sì, a volte i romanzi si rivelano difficili da leggere, ma se si persevera, sotto le montagne di pagine, di metafore e periodi ipotattici, si scoprono gemme. La fatica è – a volte – condizione necessaria per raggiungere il piacere.

Con I Versi Satanici di Salman Rushdie è capitato esattamente questo. Ricordo di averlo comprato durante i miei primi anni di università e di aver provato a leggerlo due, forse tre, volte. Interruppi sempre la lettura dopo poche pagine, perché lo trovavo difficile, scritto in modo complesso e poco chiaro. Eppure, la quarta di copertina mi prometteva un’esperienza di lettura avvincente: si trattava pur sempre di una seducente lotta tra il bene e il male, che per qualche motivo costò all’autore una fatwa dell’ayatollah Khomeini, che lo condannò a morte, costringendolo a vivere sotto protezione! Insomma, l’arrosto doveva esserci! La fama del libro non poteva essere solo fumo. Della gente è stata assassinata per questo libro (il traduttore dell’edizione giapponese)!

Ecco, nonostante tutto questo, all’epoca non riuscii proprio ad andare avanti…: ritenni lo stile troppo pensante! Ma la verità è che a volte ci approcciamo a libri che sono ancora troppo grandi per noi. E conviene aspettare il momento giusto, per apprezzare dovutamente le cose. Un momento chiaramente arrivato, poiché ora il libro l’ho letto – perseverando – e l’ho amato.

Sono molti i temi che Rushdie affronta tra le pagine del suo romanzo. Qui enumero la religione, l’appartenenza, l’immigrazione e l’integrazione, la ricerca d’amore, l’accettazione di se stessi, il perdono, il rapporto tra padri e figli, la tradizione e la modernità, il Sogno e la Realtà, il Bene e il Male. Sono i temi universali dei grandi classici, quelli che riflettono sulla condizione dell’essere umano e sul suo posto nel mondo. E lo scrittore non ha paura di affrontare e mostrare i dubbi dell’umanità con ironia e intelligenza, con coraggio e – addirittura – arditezza: ad esempio quando, nei capitoli pari, intreccia la storia di Maometto e della nascita dell’Islam alla storia dei protagonisti del libro, Gibreel Farishta e Saladin Chamcha, due attori indiani, precipitati  dal cielo, dopo un incidente aereo, giù nei mari della Gran Bretagna e poi tramutati in esseri sovrannaturali.

Il meccanismo che fa da punto di intersezione tra la trama principale e quella “meccana” è il sogno. Lì Gibreel è il Gabriele della Rivelazione. E tale espediente fornisce all’autore la possibilità di mettere in dubbio l’autenticità della stessa. Infatti, il Maometto dei sogni ha le caratteristiche, molto ancorate alla realtà, di chi semplicemente inventa le sure a proprio uso e consumo, per acquisire potere. E’ interessante come Rushdie utilizzi proprio la dimensione onirica, per svestire il racconto (storico e) coranico di tutti i suoi elementi più mitici, leggendari e dogmatici.

Eppure, I Versi Satanici, nella sua componente religiosa, non è un attacco mirato esclusivamente all’Islam. Il discorso dell’autore può essere universalizzato, come mostra la tragica storia della giovane “profetessa” Ayesha e dei suoi proseliti, che qui non racconto per non svelare troppo. Ma il significato è, secondo me, che il mondo razionale, come sistema, non può credere ai miracoli, alle religioni, a quel tipo di Dio che ci siamo raccontati. E comunque solo il singolo, nella sua individualità, può scegliere di credere.

Questo per quanto riguarda il tema religioso, rappresentato da Gibreel (che non a caso nel libro è un attore di film teologici, specializzato nell’interpretare tutte le divinità).

Gli altri temi mi sembrano invece più legati alla figura di Saladin Chamcha, il più “terreno” dei personaggi. Ed è forse per questo che è lui ad esser tramutato in una creatura demoniaca. Una specie di diavolo/satiro con peli e corna. Anche per Chamcha torna il tema del sogno. Ma in modo differente. Se con Gibreel questo è un espediente per mettere in campo scottanti opinioni religiose, con Saladin la parola “sogno” diviene più materiale, acquisendo il significato di “aspirazione”. Il suo personaggio rappresenta il nostro continuo lottare contro noi stessi e contro il mondo, per il raggiungimento di quella pace che pare non esistere. Ma anche laddove sembra esserci solo odio – nonostante tutto l’amore cercato e dato – può trovarsi la serenità. La via che traccia il libro è chiara. Bisogna affrontare e accettare se stessi. Solo non rinnegando le proprie radici potremo trovare la tranquillità interiore necessaria a costruire qualcosa che non ci cada addosso. Rinnegando per anni il proprio padre e il proprio passato indiano, Saladin emigra in Gran Bretagna, a Londra, deciso a diventare un vero inglese. Ma tutto quello che farà, finché rimarrà in questa disposizione d’animo, gli si ritorcerà contro. Perché non ci si può aspettare di andare contro la propria natura, senza che questa tenti di ristabilirsi.

Gibreel e Saladin, l’angelo e il demone, durante le loro vicende mostrano al lettore quanto le categorie di bene e male siano volatili e vicendevolmente contaminanti. I Versi Satanici è un libro denso e foriero di riflessioni sia filosofico-teologiche, che sociali. A questo proposito, bellissime le pagine in cui Chamcha, ricoverato in forma demoniaco-caprina all’ospedale si ritrova insieme ad altri esseri mutanti, che si riveleranno essere semplicemente altri immigrati. Queste chimere, sicuramente non vittime di quel Dio che ha voluto “giocare” coi protagonisti, sono una rappresentazione efficace del fatto che la società è ancora ben lontana dal vedere come propri degli individui provenienti da un lontano altrove. Davvero una stupenda intuizione di Rushdie, quella di mostrare così questa triste realtà.

Un’opera importante che non può essere facilmente riassunta e che va semplicemente letta. Probabilmente non si troveranno risposte risolutive e definite, così come non lo sono il carattere e la morale dei personaggi e così come non lo è la vita. E questa è forse la più grande vittoria per uno scrittore: regalare, a chi lo legge, tante domande… proprio come fa la vita.

– Giuseppe Circiello –

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