America – Franz Kafka – Recensione

Risultati immagini per america kafkaAmerica“, “Il Fochista“, “Il Disperso“, sono i nomi attribuiti a questo romanzo di Franz Kafka. Una storia che, in realtà, è priva di un vero titolo, poiché il libro rimase incompiuto. Lo scrittore praghese ne scrisse solo pochi capitoli, tra cui il primo – l’unico ad essere stato pubblicato, su una rivista, mentre l’autore era ancora in vita – e un abbozzo dell’ultimo. Nonostante questo, però, il piacere della lettura non ne risente e si viene travolti dalla prosa di Kafka, incuriositi dalla sorte che toccherà al protagonista.

Karl Rossmann, un giovane di sedici anni, spedito negli Stati Uniti – a New York – come punizione per essere stato sedotto da una serva e averla ingravidata, si troverà ad affrontare molte sventure in quello che sarà, nei suoi primi tempi in America, più un viaggio nella solitudine e nella miseria, che un incontro col paese delle opportunità.

Il protagonista, infatti, passerà presto dalle stelle alle stalle, in una spirale che lo porterà dall’essere accolto in casa dello zio senatore, che finirà per cacciarlo per un nonnulla, fino alla servitù più pesante e umiliante, imposta da due loschi figuri incontrati durante le sue peregrinazioni.

Ciò che risalta, in tutto questo, è come Karl, sempre innocente, verrà considerato da tutti sempre colpevole, non riuscendo quasi mai a comunicare le proprie ragioni debitamente o fare qualcosa per se stesso, che poi non finisca male. E proprio in questo stato di impossibilità comunicativa, di giustizia non pervenuta e solitudine esistenziale mi fa venire in mente la “Lettera al Padre“, che Kafka scrisse, per chiarire il rapporto tra sé e il severo genitore.

E non è forse un caso che questa storia sia ambientata nel Nuovo Continente, nella sua città più urbanizzata e industrializzata, in un periodo di pieno sviluppo economico. Perché non v’è luogo migliore della patria del capitalismo per immergervi un umano, solo, mentre tutto, attorno, si svolge coi suoi ritmi travolgenti e il suo funzionalismo – a tratti – annichilente.

L’America dello scrittore praghese è indubbiamente ricca e pregna di possibilità, ma anche povera e soffocante: una specie di bel motore, che lavora sempre a pieno regime, ma che non risparmia ansie a nessuno, nemmeno a chi ce l’ha fatta.

Eppure non è un pessimismo completo, quello che pervade questo libro. Una luce, una tenue speranza, c’è sempre, perché coloro che soffrono (e non vogliono fare del male a nessuno) tra loro si riconoscono sempre e si tendono una mano, si regalano qualche buona parola, un piccolo aiuto. L’ultimo capitolo si conclude con Karl Rossmann in viaggio verso un nuovo lavoro e, possibilmente, una nuova vita, lontano da tutti quelli che l’hanno fatto soffrire, l’hanno sfruttato e l’hanno abbandonato. E’ un lampo di serenità, che viene ad illuminare un racconto di nuvole nere in una notte in tempesta. Ma è pur sempre un lampo di luce, una flebile speranza che Kafka regala al giovane protagonista, dopo molto patire.

Se completato, questo romanzo avrebbe avuto il sapore d’un “Dostoevskij” d’annata. Mi sembra davvero un’opera degna dello spesso dello scrittore russo. Le potenzialità ci sono. Purtroppo, però, l’incompiutezza dell’opera lo penalizza un po’, perché non è completamente esente da difetti. In alcune parti, la narrazione è troppo descrittiva (in altre invece è ottima, usata intelligentemente per tenere alta la tensione del lettore), mentre, in alcuni casi, i personaggi secondari e le loro motivazioni risultano approfonditi troppo poco. America” era davvero ottimo materiale, col quale costruire un capolavoro senza tempo. Le tracce ci sono tutte. E proprio per questo credo che, chiunque lo vorrà leggere, non ne resterà deluso.

– Giuseppe Circiello –

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