Revolution – Helly Luv – Musica e Riflessioni – Curdi

Tempo fa vidi su La7 un reportage di Corrado Formigli, girato nella città di Sinjar, in Iraq. Questa, abitata da Yazidi e Curdi, fu conquistata dai miliziani dell’Isis, che poi vi commisero atroci delitti a danno soprattutto della popolazione Yazida, colpevole, secondo loro, di non essere musulmana. Grazie ai peshmerga curdi, addestrati anche dalle forze armate della coalizione occidentale, Sinjar è stata riconquistata e il giornalista di La7 andò lì per documentare una delle prime sconfitte dello Stato Islamico e quanto valorosamente i curdi di quella regione si stavano battendo.

Per chi non lo sapesse, i Curdi sono la più grande nazione priva di stato. Essi sono circa 30 – 40 milioni e si dividono soprattutto tra Iraq, Siria, Turchia e Iran. Durante le guerre mondiali, essi hanno anche provato a creare un proprio paese indipendente, ma le potenze mondiali e locali, sostanzialmente, non lo hanno consentito. Ed è un peccato, perché hanno proprie peculiarità e cultura, diverse da quelle degli stati che li ospitano e che, spesso, cercano o hanno cercato di assimilarli, scacciarli o discriminarli. Non sono arabi (e quindi semitici), ma sono i discendenti degli antichi Medi e condividono la nostra origine: sono indoeuropei (come gli iraniani/persiani). Sono però in maggioranza musulmani sunniti (vi sono anche curdi cristiani e zoroastriani), ma nonostante questo hanno una delle mentalità più laiche del medio-oriente: cosa che si vede anche dallo spazio che le donne hanno nella società. Famoso è il valore dei loro combattenti, i peshmerga, tra i quali, appunto, si annoverano anche numerose donne, che combattono in prima linea l’ISIS. Ed insomma, io auguro a questo popolo uno Stato, che meritano (e che ultimamente sembra essere in dirittura d’arrivo). Perché sono sicuro che lo renderanno, col tempo (nulla nasce perfetto, ma tutto si può migliorare), tra i più floridi, progressisti e laici di quella zona. Insieme ai turchi, i curdi rappresentano la più grande speranza, per l’Islam, di dimostrare che uno stato musulmano può ospitare una democrazia moderna e liberale.

Ecco, dopo che il reportage di Formigli mi aveva ricordato queste cose, mi sono messo a cercare in rete video e interviste di simile argomento. E, ad un certo punto, mi sono imbattuto in una ragazza dalla folta chioma rosso fuoco che, intervistata da un’emittente americana, presentava il suo video e la sua canzone, chiedendo al contempo aiuto e armi per i suoi fratelli curdi, i soli all’epoca a star combattendo l’Isis sul terreno, “boots on the ground“, come dicono negli USA. E dovevano farlo necessariamente, poiché con Baghdad che aveva perso Mosul e doveva riorganizzare il proprio esercito e con Damasco che non riusciva a frenare l’avanzata dei terroristi in Siria, il combattere strenuamente, per i curdi, era questione vitale.

Ma combattere è un qualcosa che si può fare in molti modi. Ed Helly Luv, la ragazza dai capelli rosso fuoco, è simbolo ed esempio di questa realtà. Ebbene, sappiate che, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, questa artista curda ha girato il suo video musicale a soli 2,5 km di distanza dal confine con lo Stato Islamico. Perché? Perché voleva mostrare il suo popolo coraggioso e i peshmerga, mentre combattevano non solo per la propria libertà, ma per la libertà di tutti, poiché il terrorismo tutti noi riguarda.

E nonostante fossero impegnati tra combattimenti e turni di guardia, i peshmerga si sono prestati. Hanno acconsentito a far parte del video (e a proteggerne le riprese). Inoltre, molte delle persone che compaiono, sono persone che per davvero hanno dovuto fuggire dall’ISIS, quando avanzò fino a Mosul.

Ora, a parte il coraggio e l’impegno della cantante Helly Luv, dei peshmerga e di tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto, quello che mi preme sottolinearne è la sua forza dirompente. Perché questi, miei cari, cantavano, ballavano, si truccavano, giravano un video sfacciatamente pop, mentre a poca distanza da loro c’era l’orrore e la morte, la cruda violenza totalitaria del fondamentalismo islamico.

Ecco, chi ama la vita, chi ama la libertà, chi ama l’arte, non si fa mai fermare. Al terrore non si risponde solo con le armi, ma anche con i simboli e gli esempi. E, soprattutto, al terrore non dobbiamo concedere la possibilità di cambiare chi siamo. Al culto della morte i curdi hanno risposto con l’entusiasmo di vivere: cantando la pace, la libertà, la coesistenza.

Questo brano e questo video dovrebbero essere molto più conosciuti e diffusi, perché ci fanno capire che le cose che diamo per scontate non lo sono affatto. Tutta questa gente ha rischiato e rischia la vita, per aver partecipato a queste riprese.

Infine, prima di lasciarvi al brano, un’ultima riflessione. La maggior parte delle persone che sono in questo video sono musulmane. Eppure li vedete ballare e cantare insieme a cristiani e yazidi, li vede con i capelli tinti e col trucco. Insomma, la realtà del mondo è complessa. E noi dovremmo sempre cercare di evitare le etichette e le risposte troppo facili, i pregiudizi.

– Giuseppe Circiello –

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