La Marcia di Radetzky – Joseph Roth – Recensione

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Anche se credo che questo romanzo non sia esente da difetti, Joseph Roth è riuscito a tenermi sveglio per ore, di notte; irretito com’ero dal suo modo di raccontare la fine di uno dei più grandi imperi della storia moderna, quello Asburgico.

La vicenda familiare degli sloveni Trotta, divenuti baroni per merito di un gesto eroico del nonno del protagonista, durante la battaglia di Solferino, serve come pretesto per raccontare l’inevitabile rovina e decadimento di uno Stato non nazionale, nell’epoca dei nazionalismi e alla vigilia della Grande Guerra (in realtà anche durante le prime fasi). Lo stanco apparato di valori e idee, ereditato dai secoli precedenti, si trovò inerme di fronte ad una realtà che iniziava a cambiare sempre più velocemente e che reclamava risposte nuove.

Per questi motivi, il disfacimento dell’ordine pre-bellico è anche un disfacimento morale ed esistenziale: la bomba del mondo che cambia stravolge gli scopi ereditati dal sistema previgente, lasciando i personaggi in balia di se stessi: sapevano come avrebbero dovuto agire, lo avevano imparato… ma non serviva nella nuova realtà. Da qui i fiumi di alcool, come se si fosse personaggi di un romanzo russo, da qui il perdersi, da qui il funesto avviarsi verso la fine di un Impero, di un mondo, della vita.

Avevo provato a leggere questo romanzo già altre volte. E sempre ne avevo interrotto la lettura. Nei primi capitoli… e di tanto in tanto, lo stile di Roth è troppo descrittivo. Ma sono contento di aver continuato, questa volta. Ho scoperto un buon autore e un bel libro.

Una nota curiosa: perché a volte voglio trovare il pelo nell’uovo e nei dettagli, nelle minuzie. Forse sbaglio. Non so.  Benché il romanzo mi sia piaciuto, ho notato che ogni singola donna che appare è messa in cattiva luce: o è adultera, o un’adescatrice di giovani rampolli (adultera anch’ella), o di lei si dice e si sa solo che ha le tette grandi, o nasconde la vecchiaia ed è promiscua, o è morta, o è monaca, o è dedita al meretricio o suscita ribrezzo. Insomma, nella realtà di questo romanzo la presenza femminile o è assenza (morte) o è promiscuità e infedeltà. Inevitabilmente e costantemente. Mi è stato proprio impossibile non notarlo. Non so se questo basti a definire Roth misogino, poiché non lo conosco che per questo romanzo, ma insomma… la cosa è curiosa (no, nessun doppio senso!) e mi chiedo se e/o quali problemi avesse Roth col gentil sesso.

– Giuseppe Circiello –

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