L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere – Milan Kundera – Recensione

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L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, è un libro che ho trovato piacevole solo nel finale. E dunque, per essere più precisi, non mi è piaciuto, perché ho gradito solo le pagine in cui il vissuto e l’interiorità dei personaggi hanno trovato una nuova e relativa calma in una stanca routine esistenziale, la quale, diciamoci la verità, può offrire un suo conforto rassicurante. E questo corrisponde, più o meno, alle ultime 50 pagine. Per le precedenti 200, invece, non ho parole positive.

Mi si perdoni il linguaggio, ma ho spesso pensato “che palle!”, mentre leggevo. Si possono avere tutti gli intenti filosofici di questo mondo, ma se si scrive un romanzo, bisogna fare in modo che sia una bella esperienza leggerlo. Ogni rigo è stato una prolungata agonia in un mondo di noia. E’ vero che Kundera inizia parlando dell'”eterno ritorno” di Nietzsche, ma temo che lo abbia preso un po’ troppo alla lettera! Un libro che ripete  sempre le stesse meccaniche va ben oltre il mio limite di sopportazione. L’ho capito che il protagonista maschile cerca sempre nuove relazioni sessuali, ma non è il caso di essere pletorici e divenire ridondanti. Lo hai detto Milan! Lo abbiamo stra-capito! Sii più breve, se non sai come riempire le pagine; la narrazione ne beneficerà!

Tra l’altro la trama non è granché e nemmeno le “riflessioni” di Kundera. Sembra uno di quei libri costruiti per esercitare qualche fascino alternativo su quelle persone a cui piace mischiare il sesso (e le relazioni umane) con la filosofia. Ma in realtà ci trovo poca sostanza. Eppure vedo che molti, nelle recensioni, lo incensano (DE disGUSTIBUS!).

Ho trovato interessante solo il contesto storico in cui il romanzo è ambientato, la Cecoslovacchia pre e post gli anni della Primavera di Praga, col suo clima di controllo, sospetto e censura. Ma il resto è di molto al di sotto della propria fama.

– Giuseppe Circiello –

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