La ballata della masturbatrice solitaria – Anne Sexton – Poesia

La fine della tresca è sempre morte. 
Lei è la mia bottega. Viscido occhio, 
sfuggito alla tribù di me stessa 
l’ansimo non ti ritrova. Fo orrore 
a chi mi sta a guardare. Che banchetto! 
Di notte, da sola, mi sposo col letto.

Dito dopo dito, eccola, è mia. 
E’ lei il mio rendez-vous. Non è lontana. 
La batacchio come una campana. Mi chino 
nel boudoir dov’eri solito montarla. 
M’hai preso a nolo sul fiorito copriletto. 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 

Metti ad esempio stanotte, amor mio, 
che ogni coppia s’accoppia 
rivoltandosi, di sopra, di sotto, 
in ginocchio s’affronta spingendo 
su spugna e piume l’abbondante duetto. 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 

Così evado dal corpo, 
un miracolo irritante. Come posso 
mettere in mostra il mercato dei sogni? 
Son sparpagliata. Mi crocifiggo. 
Mia piccola prugna è quel che m’hai detto. 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 

Poi venne lei, la rivale occhi neri. 
Signora dell’acqua si staglia sulla spiaggia, 
con un pianoforte in punta di dita, 
parole flautate e pudore su labbra. 

Mentre io, gambe a X, sembro lo scopetto. 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 
Lei ti prese come una prende 
un vestito a saldo dall’attaccapanni, 
ed io mi spezzai come si spezza un sasso. 
Ti rendo i libri e la roba da pesca. 
Ti sei sposato, il giornale l’ha detto. 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 

Ragazzi e ragazze sono tutt’uno stanotte. 
Sbottonan camicette, calano cerniere, 
si levano le scarpe, spengono la luce. 
Le creature raggianti sono piene di bugie. 
Si mangiano a vicenda. Che gran banchetto! 
Di notte, da sola, mi sposo col letto. 

– Anne Sexton –

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Il Ventre di Napoli – Giuliana D’Ambrosio – Recensione

Risultati immagini per il ventre di napoli giuliana d'ambrosioParlare di questo libro, credo, mi inimicherà quelle orde di filo-borbonici, di indipendentisti e meridionalisti, che hanno sempre visto nell’unità d’Italia la fine del glorioso Regno delle Due Sicilie.

Eppure – sì – qualcosa – pur amara – la devo dire. E questo libro va letto! Perché tratta di una realtà storica, che è meglio non dimenticare. E questa verità è la seguente: le paturnie della popolazione napoletana e duo-siciliana non sono dovute (solo) all’unificazione nazionale e alla creazione dello Stato Italiano.

Spesso sento narrare i nostalgici di come, prima dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie  fosse ricco, prospero e all’avanguardia, sia nelle arti, che nella scienza, una realtà in grado di segnare parecchi primati e di eccellere nelle più disparate discipline. Come negarlo? E’ vero e non potrei esserne più consapevole, dato che la parte monografica del mio esame di Storia Moderna verteva proprio su questo.  Ma chi ama Napoli e la vuole difendere, reclamandone un’identità che va oltre quella italiana, allora deve dire le cose completamente e accettare anche tutti i lati negativi della storia della città (e del Regno). Perché le rose hanno le spine e Napoli, bellissimo fiore, ha tantissime spine!

Molti dei mali che ancora oggi affliggono la città si svilupparono e/o continuarono a prosperare sotto il regno borbonico – il quale, di fronte all’accumularsi di criticità varie, si dimostrò cieco, lassista e non in grado di risolvere, con interventi strutturali, i mali della città e dei napoletani. Perché ciò che manca sempre, quando si elogia la mia cara città, è un riferimento alla qualità della vita della gente comune e dei ceti meno elevati? Qualcuno dovrebbe proprio farsi questa domanda e darsi una risposta. Io – per quanto mi riguarda – vi dirò che la qualità della vita dei meno abbienti era pessima.

I re borbonici – pur avendo idee illuminate – non hanno migliorato la vita degli strati popolari e tutta l’arte e tutta la scienza che hanno portato è stata – a mio avviso – un’operazione auto-celebrativa (oggi divenuta – tuttavia – utile grazie al turismo).

Penso, sinceramente, che il livello di civiltà e capacità di una classe dirigente si veda dall’impegno che questa mette nell’aiutare i più bisognosi, in modo tale da sollevarli dal loro disagio. Quindi non elemosine, ma politiche mirate e profonde. E queste sono mancate.

In tal senso, il quadro che dipinge la D’Ambrosio è impietoso. Per secoli, e – sottolineo  – ben prima dell’unità italiana, i regnanti hanno lasciato crescere e prosperare il popolo nell’ignoranza, nell’estrema miseria e nella sporcizia. Nei fondachi e nei vicoli di Napoli, la popolazione ha – sarò scurrile – vissuto nella merda, bevuto acqua di pozzo contaminata dai liquami delle latrine adiacenti, camminato e dormito tra i liquami, spesso scaricati anche per strada, respirato esalazioni mefitiche; i cittadini, in stradine strette, buie e poco areate sono stati a contatto con le sostanze inquinanti e tossiche delle fabbriche, hanno vissuto ammassati in case troppo piccole e spesso privi di adeguata nutrizione e persino di posti letto. Molti dormivano anche per strada, sotto le panchine, coperti come meglio potevano.

E’ questa situazione, che si è creata durante i secoli, aggravandosi nel 1800, che ha portato, durante le epidemie di colera di fine ‘800 inizio ‘900, alla morte di decine di migliaia di persone. Da napoletano che ama la sua città, io non posso chiudere gli occhi. Né mi sembra giusto incolpare l’Italia di questo. Perché ci vogliono secoli per costruire le polveriere. E perché poi è un dato di fatto che il Risanamento, per quanto non riuscito completamente – e in alcune zone non riuscito per nulla – sia stato portato avanti dallo Stato Italiano e non da quello Duosiciliano.

L’Italia, che è nata da una guerra di espansione del Piemonte, ha sicuramente tolto molto al Meridione – non lo nego affatto, così come non nego che le politiche per il Mezzogiorno d’Italia siano state e sono tutt’ora inefficaci. Ma non ci sto a dare la colpa del ritardo del Sud esclusivamente ai Savoia prima e alla Repubblica poi. L’Italia non ha solo tolto, ha anche cercato di dare… e la responsabilità di tanti ritardi economici, infrastrutturali e culturali è da ascrivere anche a tutto ciò che è venuto prima del 1861; senza dimenticare i tanti politici meridionali corrotti e/o inadeguati, che non hanno saputo far valere gli interessi del loro territorio.

Questo libro – il cui titolo omaggia la più celebre opera di Matilde Serao – forse non piacerà a filo-borbonici e indipendentisti. Ma a me è piaciuto molto, perché ci ricorda che spesso la colpa non è degli altri in modo esclusivo. Ma è anche nostra. Bisogna evitare le convenienti omissioni ed essere sinceri. Ben venga – quindi – questo viaggio nel ventre di Napoli. I dati, i fatti e le date parlano. Ascoltiamoli.

– Giuseppe Circiello –

Quarta Dimensione – Ghiannis Ritsos – Citazione – 7

Ah, questa nostra ridicola premura di proteggerci – 
proteggerci sempre, proteggerci dal freddo, dal caldo, 
dalla fame, dalla sete, dalle malattie, dagli errori, dalla morte; 
e non ci sfiora neppure l’idea che ci viene da dentro il freddo, 
e non c’è verso infine di evitarlo. 

– Ismene, Quarta Dimensione, Ghiannis Ritsos – 

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Recensione di Quarta Dimensione – LEGGI

L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo – Max Weber – Citazione – 2

Con la coscienza di godere pienamente della grazia di Dio e di essere visibilmente benedetto da lui, l’imprenditore borghese poteva perseguire i suoi interessi lucrativi – e anzi doveva farlo – a condizione di mantenersi entro i limiti della correttezza formale, di vivere in una maniera eticamente ineccepibile, e di non fare un uso scandaloso delle proprie ricchezze. Per giunta il potere dell’ascesi religiosa metteva a sua disposizione operai sobri, coscienziosi, insolitamente efficienti e attaccati al lavoro, che consideravano lo scopo della vita voluto da Dio. Gli offriva la tranquillizzante sicurezza che la diseguale distribuzione dei beni di questo mondo fosse opera specialissima della Provvidenza di Dio, il quale, con queste differenze così come con la sua grazia solo particolare, perseguiva i propri scopi a noi ignoti, arcani. Già Calvino aveva enunciato la spesso citata sentenza che solo se il «popolo», ossia la massa dei lavoratori e artigiani, è mantenuta in condizioni di povertà, rimane ubbidiente a Dio. Gli olandesi (Pieter de la Court e altri) l’avevano «secolarizzata»: la massa degli uomini lavora solo se costretta dal bisogno; e tale formulazione di un Leitmotiv dell’economia capitalistica sarebbe poi sfociata nella corrente della teoria della «produttività» dei bassi salari.

– L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo, Max Weber – 

L' etica protestante e lo spirito del capitalismo - Max Weber - copertina

Primavera a Wŭlíng – Lĭ Qīngzhào – Poesia

S’è chetato ora il vento.
La polvere profuma
di fiori già avvizziti.


Si sta facendo sera
e dovrei pettinarmi.


Restano le sue cose,
ma l’uomo non vive più.
Tutto è finito per me.


Invece di parole,
scorrono le lacrime.


Dicono che ai Due Ruscelli
si può ancora godere
la dolce primavera.


Anche a me piacerebbe
una gita in barchetta,

ma temo unicamente
che i minuscoli scafi
siano troppo leggeri

per sopportare il peso
del mio immenso dolore.

– Lĭ Qīngzhào –